Recensioni
The Bone Machine – La vita finisce la strada no cd (Billy’s Bones Records, 2007)

Saturday 15 December 2007


Come varco la soglia maledetta di Billy’s Bones l’uomo conosciuto come Jack Cortese mi porge questo disco sospendendolo tra indice e medio: lo accetto volentieri, anche se so già che in cambio gli sto offrendo anche l’ultimo brandello della mia animaccia che ancora non ho ipotecato a Satanasso. Per quello che vale finirò anch’io all’Inferno con i Bone Machine. Poco male, l’avevo messo in preventivo.
La vita finisce la strada no, dicevamo, è di fatto il primo vero full-lenght della blasfema rock’n’roll band dell’agro pontino, e arriva paradossalmente dopo una serie interminabile di demo, 7’’, split, raccolte, ristampe e apparizioni su compilation, cioè quando il gruppo è ormai straconosciuto nel suo genere. Gli è dunque riuscito il rififì? Se vi ci giocate le palle ne vincete altre e due.
12 pezzi 12 di tremebondo psychobilly cantato in italiano con testi offensivi nei confronti del clero e della santissima trinità: un toccasana per il vostro agnosticismo.

Quello che avrete se comprate questo ciddì, oltre alla consueta formula sopraelencata, è una panoramica fotografica di quello che combinano attualmente dal vivo i tre lottatori messicani di Aprilia: a seguire lo stomp “Rock&roll zombie”, infatti, una selezione di pezzi nuovi di zecca e di classici del loro repertorio magistralmente rimodernati (vedi una grandissima “Siamo la banda che suona le tue ossa”, con aggiunta di piano inserito probabilmente in un momento di possessione maligna ad opera di Jerry Lee Lewis, o anche la superba “Sono uscito fuori dalla grazia di dio”, da sempre una delle mie preferite). Tra le ultime composizioni dei nostri, segnalo su tutte “Una cassa da morto foderata di rosso”, la beateggiante “Sono selvaggio” e “Sarai mia”, che straborda di riferimenti parodistici a “Love potion number 9” dei Clovers. E per i più pretenziosi, non mancano le cover: nella fattispecie, il classicone country di Johnny Cash per eccellenza – “Big river” (in una versione praticamente strisciante) – e “Blue moon baby”, cantata nei lontani anni ‘50, se non vado errato, da un tale di nome Dave Diddle Day, ma anche dai Cramps un po’ più in là.

Senza girarci troppo intorno, e senza giustificare il mio sparare a zero con una blaterazione noiosissima sull’ottima veste grafica, vi sbatto sfacciatamente sotto il muso il fatto che questo disco si arrampica immediatamente e di diritto ai vertici della top ten lamettiana del 2007, e che oltretutto sono pure contento che una delle cose migliori dell’anno venga fuori dalla palude infestata dalle sanguisughe e dai mosquitoes e da Simone Lucciola. Mettete nella bisaccia questo e il 7’’ che lo ha preceduto, Pape Satan Aleppe! Ma poi chi cazzo sarà mai ‘sto Aleppe?

[Simone]

Per contatti, o per avere il cd: info@billysbones.it




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