Recensioni
Bloody Riot – Musica italiana cd (Roma Libera Records, 2008)

Thursday 28 August 2008


E dopo un silenzio discografico che durava dal ventennale, anche i Bloody Riot ritornano a far parlare di loro. Il combo si è sciolto e riformato almeno venti volte a partire dal 1987, tanto che persino Wikipedia fa un casino in merito alla sua parabola: certo è che l’attività dei Bloody Riot (per i meno brillanti in storia: il primo gruppo punk capitolino a incidere un 7’’) non si è praticamente mai interrotta, nonostante le molteplici opinioni in merito e nonostante il fatto che Roberto Perciballi, cantante e autore di gran parte dei testi, sia attualmente l’unico superstite della formazione originale del gruppo, nonché il curatore di tutte le ristampe e riedizioni relative al materiale discografico anni ottanta, che altrimenti sarebbe rimasto esclusivamente cibo per collezionisti. Musica italiana è un disco che in parte si presenta abbastanza fedele alla vecchia produzione BR, e in parte vira completamente su altri lidi. Gli arrangiamenti della nuova line-up, composta per questa registrazione da Fabio Tramontano (già negli ottantini Die Cops), Roberto Dolcetti, Andrea Giuliano (Destir) e Cristiano De Fabriziis – eccezion fatta per qualche sterzata blues, mai sentita prima nei Bloody Riot – si rende artefice di una serie di arrangiamenti molto vicini a quelli dell’Lp del 1985: hardcore pompatissimo con molti stacchi e palesi influenze metal. Il Perci, invece, sceglie consapevolmente di non rifare il verso a se stesso, o meglio: scrive e canta cose che riflettono la sua attuale visione della vita e del mondo, dove la naiveness brutale dei tempi di “Naja de merda” non avrebbe naturalmente più senso (anche perché – diciamocelo francamente – se a quarant’anni scrivi le stesse cose che scrivevi a diciotto, o sei estremamente coerente, o sei un ritardato mentale). In compenso, dagli anni di piombo a oggi, non solo “non è cambiato niente”, ma le cose sono franate a picco verticale.
“Venti anni spesi a lavorare / a costruire un avvenire / mentre il mondo andava a male / non ho capito niente… niente / non è cambiato proprio un cazzo moriremo a lavorare / incredibile nefasta / questa vita è una farsa”: poche righe che riassumono il senso di 11 pezzi nuovi di zecca, incentrati sulla protesta violenta contro i veri nemici della libertà individuale; quelli che – ironia della sorte – distingui chiaramente solo quando ti togli per un momento il chiodo borchiato e provi a confrontarti con il mondo, anziché evitarlo come la peste e ritirarti nel tuo esclusivo ghetto di amici della strada. Ed ecco che saltano fuori le otto-dodici ore di “onesto” lavoro, che riducono la tua vita reale a 59 secondi di tempo, e non ti lasciano che un gran senso di vuoto e la certezza assoluta di essere stato preso bellamente per il culo. “Chi lavora non ha niente”, mentre intere mandrie di borghesi si riempiono la panza con i soldi rubati alle persone che sottopagano, e che continueranno a sottopagare, con il consenso dello stato, l’aiuto della polizia e la connivenza dei mass media. “Questo cazzo di mercato di merda” decide quello che dobbiamo essere, i libri che dobbiamo leggere, la musica che dobbiamo ascoltare, la parte politica verso cui dobbiamo pendere: industria discografica, televisione, radio, critica d’arte, mercato librario, sono tutti strumenti di un unico potere globale e totalizzante (una loggia, per essere più precisi!); aghi che ti iniettano nel cervello per 24 ore su 24 un nuovo tipo di eroina, con la stessa, unica finalità di quella che dilagava nel 1983. Rincoglionire la gente, fare in modo che dimentichi gli abusi che vengono perpetrati quotidianamente ai suoi danni; cosicché lavori, consumi e muoia, senza porsi mai un misero e umanissimo interrogativo.

Riusciranno i terrorartisti, con i loro messaggi ascoltati da una minoranza (che spesso non li comprende nemmeno) a garantire una continuità al dissenso? Lo vedremo probabilmente nella prossima puntata. Quello che conta, per il momento, è che in un circuito punk italiano svuotato dei suoi valori di individualità e rivolta, qualcuno prova ancora a dire ostinatamente la sua. Il titolo stesso di questo disco sembra dirla lunga sulla situazione attuale della contro-musica. Non me ne voglia nessuno, ma un tempo il punk-hardcore italiano era una scuola, e ogni gruppo era diverso dall’altro. Oggi il punk-hardcore italiano è un clone nostalgico – per quanto valido – di modelli cucinati e ormai scotti, e non suscita il mio interesse per più di due minuti di fila, eccezion fatta per dischi come questo (o come l’ultimo dei Panico, tanto per fare un altro esempio di quello che l’HC dovrebbe essere e non è più).

Abbiate questo disco e studiatene a lungo il contenuto; ascoltatelo a nastro, cercate di farlo vostro. I Bloody Riot non moriranno mai, voi sì.

[Simone]

Per contatti, o per avere il cd: www.myspace.com/romaliberarecords




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