Recensioni
Johnny Grieco – Affanno d’artista (Le Silure D’Europe, SNAPS, 2009)

Thursday 26 November 2009


Et voilà, prima che l’anno finisca, arriva in anteprima per Lamette il primo full-lenght solo album di Johnny Grieco, che in qualche modo è anche il personalissimo white album dello storico punk, performer, disegnatore e cantautore genovese, il cui mai troppo sotterraneo vagabondaggio ha attraversato la fine degli anni ’70 e la totalità degli ’80, preservando intatta una sorta di magica aura individuale che gli ha consentito di impreziosire la sua attitudine, con gli anni che sembrano non passare mai. Affanno d’artista – premetto – poco o nulla ha a che vedere con i Dirty Actions, se non una buona dose di metalinguismo. È stato registrato interamente da Johnny con l’ausilio di campionatori, sintetizzatori e computer, e il suo sound – piuttosto schizofrenico nella sua uniformità compositiva – ricorda a momenti il Bowie berlinese (in particolare il “Lodger” di “African night flight” e “Yassassin”), strabordando in altri momenti in una sorta di dance music cupa e affannosa. Il rimando numero uno, intuibilissimo, è la “Merda d’artista” di Piero Manzoni, ready-made del 1961 che si pone in parallelo con la pop art warholiana e in qualche modo precorre l’attitudine punk. Al capolavoro di Manzoni, Johnny dedica un bellissimo pezzo su beat tribale, “Artist’s shit”, nonché la stessa title track, cantata in italiano (“Sono il migliore artista del mondo / Non produco niente, non vendo niente a nessuno / Questa è arte / Quello che ho in testa è la mia opera d'arte / Sono esclusivo solo per me […] I miei umori, secrezioni, minzioni, defecazioni, eiaculazioni / I miei capelli, peli e unghie sono da collezionare / Ogni cosa che esce e che cresce in me è da conservare / Lascio delle briciole al mio passaggio per appagarti”).
Ben 16 pezzi + bonus, nel mezzo dei quali troverete tutto l’inaspettabile possibile: futurismo musicato [“Mr. Marinetti & me (aka “Bombardamento di Adrianopoli”)], rivisitazioni anemiche di classici dell’era glitter (“Ziggy Stardust” di Bowie, appunto) e di hits relativamente recenti (“Rape me” dei Nirvana, qui svuotata completamente della vena folk e drammatica – a tratti fastidiosissima – che caratterizzava il combo di Seattle). “Vulvarium” vince la palma d’oro per miglior titolo dell’anno, e il testo – di cui potete immaginare l’essenza – strabilia. “Pasolini” è un omaggio al poeta friulano, visto nell’ottica delirante della mercificazione fisica del mito letterario, avulso brutalmente da ogni contenuto dialettico (una visione ipertrofica, ma non troppo distante dall’approccio di molti). Si riaffaccia la “Merda d’artista”, insomma.

I migliori testi che Johnny abbia mai scritto, così belli da fare invidia, per un disco che per forza di cose non è facile: se vi dicessi che vi basterà un ascolto mentirei come Giuda. Ma l’underground italiano al suo meglio non potrebbe generare solchi più interessanti. Dovete averlo.

P.S. La copertina, raffigurante un unico pelo pubico, è semplicemente troppo avanti per lo stato attuale degli artworks musicali.

[Simone]

Per contatti, o per avere il cd: www.myspace.com/johnnygrieco




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