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I dormienti

Monday 01 April 2002


Nell'ora più buia della notte, quando le strade di tutte le città, anche le più trafficate, erano deserte e mute: quattro fiamme d'argento si tuffarono dal cielo.

Saettavano velocemente fra i palazzi, scivolavano sulle strade, lasciando dietro di loro un leggero profumo di fiori.

Si avvicinavano alle poche persone che incontravano.

Solo alcuni le vedevano.

Altri, malgrado queste si accostassero moltissimo, ne ignoravano assolutamente la presenza.

Alcuni avvertivano a malapena il profumo.
Katya Sanna, Il cerchio. Acquerelli, smalti e cartoncino.

Una di queste luci passò sulle teste di un piccolo gruppo di poliziotti.

- Cos'era? - disse uno

- L'hai vista pure tu?

- Si anch'io.

La luce sentendo queste parole invertì il suo volo e tornò indietro dai poliziotti.

Si fermò di fronte alla faccia di uno di questi, uno a caso.

Gli altri la guardavano impietriti.

La luce si muoveva come un'anguilla sospesa per aria.

Ad un certo punto con un movimento repentino, come fosse un cobra, avvolse il poliziotto che aveva puntato.

Questo cadde a terra svenuto, gli altri spaventati fecero un passo indietro.

La luce sciolse la sua morsa, e minacciosa volò di fronte a tutti gli altri, ormai terrorizzati.

Il poliziotto si svegliò ed i suoi amici subito lo aiutarono ad alzarsi:

- Come stai?

- Ti portiamo al Pronto Soccorso!

- No non vi preoccupate, sto bene.

Lo guardarono perplessi.

- Davvero sto bene

- I tuoi occhi!

- Sto bene vi dico, cos'hanno i miei occhi?

- Hanno cambiato colore!

Le quattro luci si diressero verso le loro mete.

Una entrò nella casa di alcuni ragazzi.

Si fermò di fronte Marcel che dormiva sereno.

Marcel era un ballerino.

Viveva momentaneamente in quella città perché era stato scritturato da una scuola di teatro per dirigere un seminario di danza tribale.

La luce volò su Marcel che cominciò ad agitarsi.

Più la luce aumentava la velocità del suo volo, più Marcel si dimenava.

Finchè non si svegliò.

La luce sparì.

Marcel avvertì il profumo, portò una mano sulla fronte e sorrise.

Una luce entrò in un palazzo abbandonato, fatiscente.

La luce si proiettò giù per le scale, verso le cantine.

C'era molta gente che abitava là.

Dormivano tutti.

La luce cercava Alan, un Hacker.

Dormiva in un sacco a pelo circondato dalle sue macchine.

La luce entrò nella stanza dove Alan riposava.

Si aggomitolò su se stessa formando una sfera d'argento.

Iniziò allora a fluttuare nella camera sfiorando tutto ciò che era intorno ad Alan.

La radio e la televisione si accesero a volume altissimo, gli schermi dei computer visualizzarono dati che si alternavano impazziti, un orologio cominciò a far scorrere le lancette in senso anti-orario, un altro orologio fece scattare la sveglia.

Alan si svegliò di soprassalto con la sensazione di non avere aria da respirare.

- Ti spaventi tutte le volte!

Era la luce che aveva parlato, con tono sardonico, ferma alle spalle di Alan.

Rise anche.

Alan si sdraiò dinuovo nel sacco a pelo: rise anche lui.

La terza luce si fermò in un giardino, di fronte alla finestra di un appartamento elegante.

Lì insieme alla sua ragazza c'era Gerard.

Gerard era un ragazzone massiccio un ex pugile.

Si trovava in casa della sua ragazza con la quale avrebbe dovuto trascorrere il compleanno.

Lui aveva un bel camper, e dato che i due si incontravano raramente, Gerard aveva promesso alla sua morosa che, come regalo, avrebbero trascorso alcuni giorni insieme sul camper in giro, come turisti, come in vacanza.

Sarebbero dovuti partire l'indomani mattina.

La luce entrò di prepotenza nella camera, dov'erano Gerard e la sua fidanzata, spalancando le finestre come fosse un tornado.

Gerard cominciò a guardare la luce che compiva un volo circolare sul soffitto.

- Mi chiama! - disse Gerard

- Ancora queste follie!

- E' qui!

Gerard fissava la luce che continuava a ruotare vorticosamente sul soffitto.

Lei furiosa si alzò dal letto e chiudendo le finestre cominciò a urlare:

- Chi è qui? Tu sei matto! - prese i vestiti di Gerard e glieli lanciò addosso.

Gerard si rivestì tenendo sempre i suoi occhi fissi alla luce che continuava a roteare in alto nella camera; anche lei guardò verso il soffitto ma non vide niente:

- I pugni che hai preso ti hanno sbriciolato il cervello! - strillò - Sparisci dalla mia vita! Te e tutte le tue fantasie!

Lei sempre più furiosa le lanciò tutto quello che trovava a portata di mano.

Gerard stava per uscire, ma si fermò a guardare la ragazza, avrebbe voluto parlare, ma lei glielo impedì:

- Vattene! Non ti voglio più vedere!

Gerard andò via seguito dalla luce.

La ragazza si lasciò cadere seduta sul letto e scoppiò a piangere.

La quarta luce, la più grande, volava sinuosa come un drago d'argento verso la casa dove alloggiava Andrè.

Andrè era un ragazzo introverso dalle poche parole, ma essenziali quasi lapidarie.

Figlio unico di una famiglia piuttosto ricca, aveva da subito mostrato tratti ribelli nel suo carattere.

Il padre lo voleva avvocato, lui decise di studiare antropologia specializzando le sue ricerche in campo musicale.

Studi che peraltro non terminò mai.

Aveva piantato la sua fidanzata, il giorno del loro matrimonio, proprio sull'altare nel bel mezzo della cerimonia, lasciando di stucco tutti gli invitati.

Uscito dalla cattedrale andò in banca prese tutti i suoi soldi e abbandonò tutti.

La sua famiglia da quel giorno non seppe più nulla di lui.

Andrè iniziò a vivere da nomade, mantenendosi con lavori occasionali.

Era pieno di iniziativa e apprendeva velocemente, per lui quindi, non era difficile adattarsi a qualsiasi situazione.

In quei giorni viveva in casa di un anziano signore del quale si prendeva cura.

La luce se ne stava ferma di fronte la finestra: osservava Andrè che dormiva avvolto dalle coperte; da quella massa di stoffa emergeva a malapena la testa.

La luce entrò attraversando i vetri.

Toccò terra.

Altissima e brillante, come una colonna, restò immobile in un angolo della camera.

La luce si mosse trasformandosi in un uomo alto, vestito da una lunga tunica bianca, con una cintura azzurra stretta sulla vita.

Si sedette accanto ad Andrè, che ancora addormentato si girò a suo favore.

L'uomo appoggiò la sua mano sul cuore di Andrè.

Il ragazzo fu attraversato da un calore che vibrava e si espandeva dentro di lui.

Andrè si agitò. L'uomo sorrise. Andrè aprì gli occhi.

Vide una figura chiara, evanescente, luminosa che lo guardava.

Andrè riconobbe quegli occhi di un verde profondo, dallo sguardo intenso e misterioso: tanto dolce quanto rigoroso, che metteva soggezione.

- Sei tu? - mormorò Andrè

L'uomo annuì rassicurandolo:

- Il Principe della Luna - disse Andrè incantato

Il Principe sorrise dinuovo:

- Seguimi - sussurrò con voce carezzevole.

Ma quello non era un invito era un ordine.

Andrè si ritrovò per strada in pigiama a piedi nudi.

Camminò sul selciato che era umido come se avesse smesso di piovere da poco.

Ai suoi occhi sembrava la città in cui viveva in quei giorni, ma non riconosceva i palazzi; le strade gli apparivano nuove.

Più che una città viva ed abitata, sembrava una scenografia teatrale.

Il buio e la scarsa illuminazione rendevano tutto tremendamente tetro.

Andrè era assolutamente solo.

Avvertiva la presenza del Principe alle sue spalle, ma se provava a voltarsi questo spariva immediatamente.

Con la coda dell'occhio intravedeva la sua lunga veste bianca.

Lo sentiva camminare vicino a lui.

Una luce accesissima proveniva da una porta aperta sull'angolo di un edificio.

Arrivò vicino a quella porta e si affacciò all'interno.

Sentì le dita del Principe appoggiarsi sulla sua schiena:

con una lieve pressione lo spinsero ad attraversare la porta ed entrare.

Andrè obbedì, anche questa volta, come sempre.

Scese tre gradini ed entrò in una camera rettangolare, non troppo piccola, intonacata di bianco, ma forse da molto tempo.

In fondo, difronte all'ingresso, un grosso crocefisso di legno scuro, sembrava antico, appena sotto il crocefisso un inginocchiatoio.

Andrè era perplesso si guardò intorno smarrito.

Alla sua destra una grossa cassettiera dello stesso legno scuro, come l'inginocchiatoio e la croce appesa alla parete.

Sulla parete su cui era appoggiata la cassettiera c'era un affresco.

Andrè era percorso da un certo malessere.

Provò anche un grosso disagio, nel osservare l'affresco.

Rappresentava dei nani che forse saltellavano o forse danzavano.

Intorno ai nani era anche dipinto un filattero.

Sul filattero c'erano delle parole, ma Andrè non capiva ciò che era scritto:

era una lingua che lui non aveva mai visto prima, i caratteri gli parevano arcaici.

Malgrado sembrasse l'illustrazione di una fiaba, Andrè continuava a provare senso disappunto e nervosismo.

Continuava a non capire.

Si avvicinò a lui un ragazzo molto alto, più alto di lui.

Era un sacerdote, l'abito che indossava era quello dei sacerdoti di molti anni addietro: un lungo abito nero.

Andrè si convinse che si trattava senza dubbio un giovane sacerdote, ma lo guardò con curiosità: ai suoi occhi sembrava più un fotomodello che un prete.

Questo si rivolse ad Andrè, come se lo stesse aspettando, come se si trovasse là apposta per lui.

Con fare gentile illustrò ad Andrè l'affresco, gli spiegò ogni cosa come un insegnate di storia dell'arte fa con i suoi scolari.

Tradusse il significato delle misteriose parole scritte sul filattero.

Andrè seguiva attento, ma sentiva che ogni cosa che imparava la dimenticava subito dopo averla ascoltata.

Era disorientato.

Dove era stato condotto?

Il giovane prete era sempre sorridente.

Andrè quasi senza accorgersene si voltò alla sua sinistra.

C'era l'ingresso ad una seconda camera.

Si affacciò e guardò all'interno.

Con un piede quasi entrò in una camera chiara, rivestita di marmi e stucchi raffinati, con un soffitto bianco a volta a botte.

Nella parete in fondo credette di riconoscere un altare o qualcosa di simile ad un altare.

Di fronte all'altare non molto lontano da lui c'erano delle panche anche queste di legno scuro e massiccio.

Sulle panche c'erano sdraiate, adagiate su un fianco, sei persone vestite con un abito di seta di un bellissimo celeste, sulla testa un cappuccio di seta rosa.

Niente di loro era visibile: erano completamente coperti:

il cappuccio calato fino alle spalle e l'abito che scendeva oltre i piedi.

Andrè si sentì avvinghiare da un senso di sgomento.

Ai suoi occhi parevano dormire, ma in cuor suo aveva la certezza che quelli fossero uomini che lo stavano osservando.

Che lo studiavano.

Che sapessero già tutto di lui.

Che, proprio perché dormivano, vedevano e sentivano ogni cosa in ogni luogo della terra.

Andrè si sentiva scrutato, era certo che fossero uomini, ed era certo che loro lo conoscessero.

Era certo di essere entrato in un luogo dove fosse custodito il Potere.

Ma perché aveva tutte quelle certezze non lo capiva.

All'improvviso provò vera paura a stare lì.

Ebbe la sensazione di essere entrato dove non doveva.

Di aver visto qualcosa troppo presto, rispetto a quando avrebbe dovuto.

Fece un passo indietro e si allontanò da quella camera.

Tornò subito sulla strada.

Ancora buia, ancora con il selciato umido.

Ad una certa distanza da lui, ritrovò il Principe.

- Dove mi hai portato? - gli chiese ansioso

Il Principe non rispose, ma lo guardava immobile e altero.

- Perché mi hai condotto qui? - chiese ancora Andrè

- E' ora di muoversi - gli rispose l'altro

- Cosa devo fare?

- Domani mattina partirete: tu ed i tuoi amici

- Ma domani Gerard va via con la sua ragazza...

- Domani Gerard partirà con te - ribadì sicuro il Principe

- Ma come è possibile? Hanno programmato una vacanza di una settimana...

- Non ti permetto di mettere in dubbio ciò io che ti dico! - strillò il Principe con severità fiera che intimorì Andrè:

- Perdonami!

Il Principe annuì sorridendo.

- Una volta lasciata la città, come faccio a sapere dove devo andare?

- Segui i tuoi sogni, come hai sempre fatto - gli rispose affettuosamente il Principe - non puoi sbagliare

- Tornerai?

- Con la prossima Luna - rispose il Principe indicando il cielo.

Andrè alzò gli occhi seguendo il gesto del Principe, e vide il sottile arco argentato della Luna che cominciava a crescere.

Erano le prime luci dell'alba.

Andrè venne svegliato dalla suoneria del suo telefono.

Rispose immediatamente.

Alan camminando di fretta si stava avvicinando al portone del condominio dove alloggiava Andrè.

Dalla parte opposta del marciapiede, Marcel più lentamente si stava avvicinando al portone del condominio dove alloggiava Andrè.

Stupiti si ritrovarono tutti e due simultaneamente di fronte al citofono, con l'intento di chiamare il loro comune amico.

Si guardarono meravigliati, poi si misero a ridere.

Sentirono il rumore di un motore avvicinarsi alle loro spalle, si voltarono.

Riconobbero il camper di Gerard.

Ancora più meravigliati lo guardarono parcheggiare di fronte al portone.

Gerard scese dal camper.

- Ma tu non dovevi partire con... - cercò di chiedere Marcel

- Non tocchiamo questo tasto! - rispose accigliato Gerard suonando immediatamente il citofono per chiamare Andrè

- Cosa è successo? - chiese rattristato Alan

- Questa volta mi ha liquidato sul serio - rispose Gerard

- Vuoi che le parli io?

- No no - Gerard agitò la testa - è andata su tutte le furie e mi ha sbattuto fuori casa - continuò sorridendo - per tutta la notte non ho fatto altro che girovagare col camper... - suonò ancora il citofono.

Andrè ancora al telefono si affacciò dalla finestra facendo cenno ai tre amici di salire. Mentre digitava sul suo telefono, aprì loro la porta dell'appartamento.

- Bonjour mon ami - disse Marcel

Andrè agitò una mano sussurrando di non fare chiasso.

Terminò la telefonata.

- Cosa ci facciamo tutti e quattro qua? - chiese Alan?

- Aspettiamo che venga qualcuno a sostituirmi per non lasciare solo il signore - rispose Andrè indicando la camera dove dormiva il padrone di casa a cui dava assistenza - fra poche ore partiamo

- Dove andiamo? - chiese Marcel

- In Irlanda - rispose Andrè

- Insomma la vacanza la faccio con voi! - rise Gerard

Andrè sorrise mentre gli altri due strinsero fra loro Gerard prendendolo in giro.

[Katya Sanna]




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