Recensioni
Marco Corona – La seconda volta che ho visto Roma (Rizzoli Lizard, 2013)

Tuesday 11 June 2013


Detesto farmi passare per l’esperto che non sono, ma da umile addetto ai lavori – una patente che sì, per i più posso effettivamente esibire – io comincerei col collocare Corona nella top five degli autori italiani di fumetto degli ultimi vent’anni. E non credo di fare torto a nessuno o di dare un giudizio di parte perché quello è effettivamente il suo posto, se l’è guadagnato. Sfornando più di un classico (troppo facile ricordare la sua Frida Kahlo e il “Bestiario padano”) e lavorando, lavorando, lavorando da stakanovista. Perennemente affamato di segno e probabilmente incapace di soffermarsi su uno standard per (contro)necessità biologica, negli anni Corona è andato alla ricerca di un’essenzialità che lo ha reso in progressione “sofisticato e zozzo”, come diceva di sé Victor Cavallo. E così la sua via crucis approda con naturalezza e forse senza radicali sconvolgimenti a questa graphic novel coloratissima e (quasi) macchiaiola, che parte con un giro di autostop nei lontani novanta e si imparenta rapidamente col Fellini di “Roma”, ma soprattutto de “La dolce vita” (peraltro ripresa in chiave picaresco/autobiografica citando e parodiando la celeberrima Anita Ekberg a mollo nella fontana di Trevi sotto gli occhi di Marcello).
Come nel caso di Fellini, comunque, Roma non è Roma: è la Città Eterna vista con gli occhi di uno straniero, quindi da una prospettiva viziata da un natur(al)ismo precedente. E che nondimeno però – complice l’idea che non serva a un cazzo la mimesi – risulta impeccabile nell’intensità del frullato scenografico/storico/socio-politico che abbraccia le avventure del papero Corona fino al sodalizio con Giovanna e alla nascita della loro bambina. Per non tacere del flashback finale che vi svelerà in una sorta di reprise – chi lo sa – magari la chiusura del cerchio?
Fatto sta che in questo libro c’è tanto amore per Roma, unito a del sano patriottismo che suona come una rivendicazione di italianità: dell’arte nostra, del sangue versato per questa terra la nostra terra? Dall’inverno del nostro scontento, con un cimento di serenità matura, al sole avveniristico del bar con dentro il bar dipinto da Franz Ecke da qualche parte, a Trastevere. Che sopravvive perfettamente al suo autore. Che ci fa pensare che in fondo anche il nostro scontento, come la felicità per Trilussa, è una piccola cosa.

Marco Corona – La seconda volta che ho visto Roma, Rizzoli Lizard, 2013, pp. 120, € 17.

[Simone]

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