Editoriali
La voce del padrone 2014

Sunday 18 May 2014


Riflettevo sulla morfologia attuale di questa vecchia, storica e in fin dei conti da me amata 'zine, alla luce dei suoi quasi quindici anni di attività e quindi del suo eventuale successo o fallimento, o bisogno di una nuova pelle che si possa adattare ai cambiamenti intercorsi nell'insieme di interrelazioni e azioni sociali che ha rappresentato e che dovrebbe continuare a rappresentare, magari ritrovando prima di tutto un senso di appartenenza. Una necessità che mi viene fuori da una lunga serie di giri in lungo e in largo per lo stivale, programmati e realizzati individualmente dopo un periodo di relativa stasi, e dalla conseguente osservazione dall'interno (ma spesso anche dall'esterno) di tutto quello che in Italia ora viene indicato con la denominazione generica e riduttiva di underground: mostre, concerti, gruppi, dischi, persone, spazi, locali, pubblicazioni, circuiti, realtà, intenzioni. Il risultato è un casino variopinto che a stento riesco a definire, ma che proprio mal si coniuga con l'immagine di Lamette ridotta a Lucciola-blog dove Simone vi parla dei dischi che altri gli danno da ascoltare quando lo incontrano, o che gli mandano per posta tante etichette che – a prescindere dalla bontà maggiore o minore o nulla di quello che producono – considerano questo spazio come un ufficio stampa de noantri a cui mandare press kit, promo e newsletter per un riscontro tardivo e di basso profilo, ma meglio di un calcio nelle palle. Tanto per cominciare, in una dinamica del genere rilevo un grande assente: il perché. Allora provo a mettercelo io, con una serie di punti interrogativi a seguire. Perché, perché, perché?
– Perché fare musica dove non c'è urgenza di farla? E mi rivolgo a tutte le band che incidono dischi privi di qualsivoglia messaggio o spinta compositiva, sul modello pedissequo di quello che tira al momento da qualche parte del mondo. Aggiungerei anche che spesso e volentieri ai concerti manca il pubblico: non c'è nessuno ad ascoltare perché sono tutti al bar o hanno tutti una band perché sembra un obbligo averne una e passare il tempo ad autoascoltarsi. Anche se non si ha attitudine, spinta, input, continuità, perseveranza, ricerca di sorta. Anche se non c'è nessuno – dico nessuno – che ti segue. Poi le due facce della medaglia. Testa: adesso come adesso registrare un disco è alla portata di tutti, e c'è sempre chi può permettersi di suonare gratuitamente e a proprie spese ovunque, perché di fatto vuole sostenere l'autoproduzione musicale con animo nobile. Croce: sempre di fatto, però, la suddetta autoproduzione è AFFOSSATA dall'intasamento di gruppi disponibili e disposti a tutto pur di esibirsi, convincendo sempre di più i promoter che la musica indipendente non va pagata ma sfruttata per riempire a costo zero le sale bar di gente che consumi. E il pubblico che una banda vale l'altra, a meno che non sia famosa e dunque valga la pena di pagare un pedaggio costoso per entrare, magari in ultima analisi di ascoltarla, 'st orchestrina, che cara ci è costata...

– Perché mettere su un'etichetta per produrre dieci, venti, trenta, cinquanta gruppi tutti uguali e tutti ugualmente inutili? Perché vi piacciono realmente o per fare vasto catalogo? E perché poi gettonare in modo integralista solo ed esclusivamente quello che risponde ai canoni standard di un determinato genere (senza esclusione di colpi per la musica sperimentale o punk-sperimentale, che sembra essere a sua volta un genere)? Che ne viene fuori, da tutte 'ste fiches puntate alla cecata? Più voci oltre alla mia mi dicono: dischi su cui si è investito poco o nulla, per rilevare quattro copie che non verranno MAI distribuite, perché MAI – o solo nelle grandi occasioni – usciranno dagli scatoloni degli scantinati dei producers. Queste moderne cripte al valore.

– Perché scrivere e impaginare delle fanzine in modo assolutamente autistico – ben sapendo che non dureranno più di uno o due numeri o che nella migliore delle ipotesi cambieranno trenta volte il nome vecchio con un altro più paraculo – quando un collettivo potrebbe fondare una testata duratura, raccogliere una cassa che consenta qualcosa di meglio delle fotocopie, contemplare una ripartizione dei compiti, assolvere a un fine sociale, estetico e multimediale? Problemi di contenzione dell'ego o incapacità di trovare una linea editoriale condivisibile con altri esseri umani (dunque problemi di contenzione dell'ego)? E poi, perché le webzine punk sono quasi tutte defunte e io mi ritrovo quasi solo come uno stronzo a sproloquiare da vu vu vu punto Lamette punto it?

– Perché sono tutti appassionati maniacali di autoproduzione, ma poi gli unici articoli autoprodotti che si vendono attualmente sono le serigrafie su t-shirt, i tatuaggi a colori e le stampe da appendere in camera? Un tempo erano tutti brutti, sporchi e cattivi: oggi tutti gagà?

Mi fermo qui perché può bastare, e vado a chiudere sul personale. Questo è un grido di dolore, bastardi: c'ho quasi trentasei anni, devo lavorare per vivere, provo a tenere il piede in mille staffe ma davvero, non c'ho tempo, modo e voglia di ascoltare tutto; non ne so neanche abbastanza di musica da dire qualcosa di intelligente su tutto quello che arriva allo stereo e non mi s'impila. A volte faccio girare il disco e dico “Boh!”, sfoglio le pagine e dico “Mah!”, mi metto alla tastiera da solo e dico “Che palle!”. Nel 2001 immaginavo una redazione, una barca di collaboratori, una casa piena di gente, un mare tutto fresco di colore. Davvero, o si cambia pelle o mi romperò le palle. Allittera pure.

Vediamo cosa ci riserverà il futuro, nel presente magari riflettete. Qualche mezza idea da accompagnare alle critiche alla mia – non lo so, butto a caso – frustrata, brontolante e ormai attempata persona che ha scassato 'o cazz. Così, pourparler.

[Simone]




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