Recensioni
Silvia D’Amore - Come un gioco di clessidra (Edizioni Il Foglio, 2002)

Monday 25 November 2002


Questo libro è molto di più di un romanzo erotico. Può definirsi un’indagine, lucida quanto spietata, dalla psicologia sessuale femminile. L’autrice si è firmata con uno pseudonimo: Silvia D’Amore. Una scelta che ad alcuni potrebbe sembrare ambigua. Perché celarsi dietro un nom de plume, in una società che è giunta addirittua all’ostentazione della dissolutezza?
Per capire bisogna leggere il libro fino in fondo. Non costerà troppa fatica, perché la masochista Antonia, che ne è protagonista, è uno di quei personaggi che prendono per mano il lettore e lo guidano lungo i labirinti tortuosi di un delirio che scava la pagina e l’animo umano.

Antonia ha un rapporto morboso di dipendenza sessuale con Arnoldo. Il classico Uomo-Bestia che “ragiona” col suo uccello priapesco ed assoggetta la Donna-Schiava ad i suoi voleri. Dedito al vizio delle carte, la concede agli amici per saldare i propri debiti. La donna non ha forza di reagire, forse non ne ha nemmeno il reale desiderio. Ama soffrire ed essere vittima delle più atroci umiliazioni, perfino quando viene costretta ad assistere agli incontri tra Arnoldo e la “rivale” Elvira.

La descrizione dei bestiali accoppiamenti rappresenta il piatto forte dell’opera. E le scene restano scolpite nella memoria del lettore perché terribilmente verosimili.

Lo squallore degli ambienti, la totale povertà culturale di una serie di personaggi che si autoannientano nell’esplosione di una sessualità-violenza fine a sé stessa offrono occasione di riflessione attorno a delle domande che riguardano ciascuno di noi: perché l’uomo ha questo strano rapporto di odio-amore nei confronti del dolore, anche fisico? E perché alcune donne si percepiscono come esseri destinati al martirio erotico? L’uomo è dunque solo un animale travestito da essere umano?

Silvia D’Amore non fornisce risposte, del resto impossibili da dare. Non ha questa pretesa. Conosce troppo bene la vita – ed il sesso – per non capire che la sua trasfigurazione artistica va interpretata secondo i parametri della sensibilità individuale.

Il finale, drammatico ma in qualche misura coerente con la ratio intrinseca che è alla base dell’intero impianto narrativo, non riscatta affatto la figura femminile. Al contrario, ella finisce per infliggersi, implorante, un’autopunizione che la redima da quella che può sembrare la più grande delle maledizioni. Tra le braccia del suo nuovo compagno – Michele, fin troppo dolce e comprensivo – si lascia addirittura sfuggire il nome del mostro-Arnoldo (ricordate “Il piacere” di D’Annunzio?). Ma il vero referente letterario dell’opera è certamente De Sade o, tra i contemporanei, l’Alda Teodorani de “Alle radici del male”. Va aggiunto che la prefazione di Tinto Brass costituisce una sorta di valore aggiunto per comprendere certi delicati meccanismi legati al sottile e pericoloso erotismo più spregiudicato.

[Fernando Bassoli]

Come un gioco di clessidra, Silvia D’Amore, Edizioni Il Foglio, pp. 61, Euro 7
(con prefazione di Tinto Brass)




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