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Interviste Saturday 23 December 2006:
Sick Of It All (mit photogallery!)

Venti anni di musica. Venti anni di hard-core. Dal lontano 1986, quando i fratelli Koller – Lou (voce) e Pete (chitarra) – insieme a Armand Majidi (batteria) e Rich Cipriano (basso) formarono i Sick Of It All, quando si parla di hard-core stile ‘80, puro, solido e coerente, non si può prescindere dalla musica della band newyorchese. In questo lungo cammino i Sick Of It All hanno dimostrato che si può rimanere fedeli a se stessi e a ciò che si ama, con stile, quello autentico, qualità quasi innata. Lo dimostrano l’armonia che ha accompagnato i legami della line-up (un solo cambio di formazione, con Craig Setari (basso) al posto di Cipriano), fatto non trascurabile, e la loro coerenza musicale, mai piegata alle logiche del business discografico. In particolar modo quando materializzarono il salto di qualità, con l’album (forse il migliore) "Scratch the surface", capolavoro del genere, a mio giudizio, pubblicato dalla EastWest Records e severamente criticato da chi voleva che il gruppo passasse al punk modaiolo dei novanta, dominato dalle vendite vertiginose di Rancid e Offspring.

Oggi i Sick Of It All si presentano al loro pubblico con il nono album all’attivo, "Death of tyrants", pubblicato dalla Abacus Recordings (Century Media), 2006, dopo che il gruppo si è separato dall’etichetta di Fat Mike (Nofx): un disco che si candida a diventare il loro migliore di sempre, lezione di stile hard-core per tutti. Sia per la compattezza, la rabbia e la potenza delle trame sonore, che per i messaggi contenuti. Messaggi di carattere sociale e politico, elaborati durante gli ultimi disastrosi anni della storia americana. Del resto l’hard-core, per sua stessa natura, con le sue forme e i contenuti violenti, estremizzazione delle caratteristiche del punk, trae la propria linfa vitale dai difficili rapporti che si hanno con se stessi e con la società. In questa chiave, l’album è perfetto specchio della vita sociale e politica americana dei nostri tempi, in virtù della rabbia ardente che esprime, naturale conseguenza dell’insoddisfazione da quel contesto generata.
Ho incontrato il cantante dei Sick Of It All, in occasione del loro Persistence Tour europeo (nome parecchio significativo per un tour), all’Estragon di Bologna.

D: Parlami di "Death of tyrants". Qual è la sua genesi e quali sono i messaggi dell’album?

Lou Koller: L’intera idea, il messaggio che c’è dietro "Death of tyrants", nel nostro ventesimo anniversario come band, è che ci siamo voluti proporre con un album molto accurato sia dal punto di vista musicale che da quello delle liriche, e quindi abbiamo voluto prendere il nostro tempo per scrivere la musica e abbiamo lavorato duro per far sì che venisse fuori il meglio che potessimo fare, guardando in retrospettiva alla nostra storia degli ultimi vent’anni. Abbiamo assemblato tutta la nostra esperienza sul nuovo album. E Armand (il batterista, n.d.r.) ha scritto quattordici dei quindici testi delle canzoni dell’album. Il tipo di scrittura che ha utilizzato è stato molto incisivo, diretto nei messaggi che intende esprimere. Sono dei testi che si riferiscono alla politica, scritti in maniera molto arrabbiata perché prendono origine dai nostri ultimi sette anni di vita negli Stati Uniti.

D: Quali sono i significati politici dell’album? Mi sembra che ci siano dei brani con un’esplicita impronta politica, come indicano anche i soli titoli. Mi riferisco ad "Always war" o "Uprising nation".

L. K.: Ci sentiamo frustrati a causa dell’amministrazione Bush. Tutta la storia è stata una farsa, una presa in giro. E questo tizio (Bush, n.d.r.) del quale tutti si prendevano gioco, è diventato improvvisamente l’eroe di circostanza, perché ha voluto attaccare un paese che non c’entrava nulla con l’attacco al World Trade Center. E quindi è stata proprio questa frustrazione di vivere in un paese dove tutti lo seguivano ciecamente a dettare i nostri testi. Non proprio tutti, certo, ma la gente seguiva Bush ciecamente. Il margine con cui ha vinto le elezioni per la presidenza è stato così piccolo che ha causato ancora più frustrazione in coloro che gli andavano contro. Ed ora le persone stanno iniziando a comprendere che tutto quello che successe non ha nulla a che vedere con quello che Bush ha detto. All’epoca disse "Noi vogliamo combattere i terroristi nel nostro paese", il che non era vero, ed ora dice "Noi abbiamo stanato i terroristi dalla trincea", e tutto quello che dice è una grande stronzata. Un sacco di nostri amici stanno servendo la patria, facendo il militare in Iraq. Ci dicono che tutto quello che fanno lì in Iraq, nella realtà militare, è completamente illegale, fuorilegge. Vengono pagati 500 dollari al mese per fare le guardie del corpo a personaggi di grosse compagnie americane, Sono giovani guardie del corpo che prestano servizio a grosse compagnie. Ma quando lavorano direttamente per queste compagnie, arrivano a guadagnare 500 dollari e più al giorno! Ciò è completamente e assolutamente illegale.

D: Sei d’accordo con il fatto che il vostro ultimo lavoro ricordi molto, dal punto di vista dell’impatto del sound, alcuni dei vostri precedenti album, in particolare "Scratch the surface"? Che cosa vi ha spinto in questa direzione?

L. K.: Come ho detto prima, il suono dei Sick Of It All è quello lì, lo stile è quello lì, ma con quest’ultimo album abbiamo guardato indietro ai nostri vent’anni, alle canzoni che più rappresentavano il marchio Sick Of It All e quali no. Quello che abbiamo fatto è stato estrapolare ciò che noi sentivamo giusto come marchio Sick Of It All e lo abbiamo perfezionato. Ci pensi, abbiamo perfezionato il nostro sound… (ride)

D: Allora puoi parlarmi un po’ della produzione del disco? Quali aspetti avete privilegiato durante la fase di registrazione?

L. K.: Durante la registrazione ci siamo divertiti un casino! Il momento in cui mi sono divertito di più in studio è stato quando abbiamo dovuto mettere insieme i backing vocals e i cori. È stato divertente perché tutti si divertivano a fare gli stupidi nel realizzarli. Quando io registro le mie parti vocali, di solito lo faccio con serietà e dedizione; mentre il fatto di aver registrato i cori e i backing vocals insieme agli altri ha eliminato la tensione e lo stress della performance personale. Ripensando alla registrazione posso dirti che è stato bello perché le cose sono state fatte in maniera molto rilassata e non seriosa.

D: Quindi sei una persona seria…? (Ridiamo).

L. K.: Si… A volte.. (ride). Armand lo è. Lui, in un certo senso, ha co-prodotto l’album con altri due uomini. Per questo penso che il risultato finale dell’album sia così buono: perché abbiamo preso due persone, che sono state coinvolte, in buona misura, nella stesura dell’album. Il fato che noi andassimo così bene insieme, l’affiatamento e lo stesso senso dell’umorismo hanno reso il tutto molto bello. Un altro motivo per cui l’album è riuscito alla grande.

D: Quali sono le differenze del disco dell’edizione europea?

L. K.: La pubblicazione originale della versione europea di "Death of tyrants" contiene una traccia in più. La reputavamo una grande canzone. E quindi abbiamo espressamente catturato quella che pensavamo fosse l’esclusiva europea. Ora abbiamo questo Persistence Tour dove abbiamo inserito quella canzone dell’edizione europea, ma anche due extra: una cover dei Madball ed una dei Walls Of Jericho. E abbiamo inserito anche dei video e altre cose.

D: Il vostro stile rimane sempre un solido e coerente hard-core, suonato con furia. Qualcuno in passato ha azzardato che i Sick Of It All non sono capaci di evolversi musicalmente. Cosa ti senti di rispondere ad una simile presa di posizione?

L. K.: Come ti dicevo, per espanderci musicalmente abbiamo ripreso il materiale del passato e lo abbiamo perfezionato. Su quest’album siamo andati indietro, tornando alle radici dell’hard-core. Abbiamo rivisitato il vecchio hard-core, e, attraverso la produzione, lo abbiamo sviluppato e migliorato. Non possiamo mica metterci a suonare delle cose che non sentiamo nostre, no?! Non aspiriamo ad un risultato pop, di massa, come hanno fatto, che so, i Cure… I nostri fans sono concordi con questa nostra scelta. E siamo arrivati al punto di chiederci "Che cosa facciamo? Ci svendiamo? Lo facciamo per noi o per i nostri fans?". Quindi abbiamo scelto di seguire la direzione dei nostri fans. Se avessimo cambiato direzione, chi ci segue avrebbe finito per odiarci. Non sarebbe stato neanche soddisfacente per noi, in quanto non rappresentava quello che noi sentiamo essere lo stile Sick Of It All. Non avrebbe funzionato. Abbiamo cercato di soddisfare noi stessi e soprattutto i nostri fans.

D: Dimmi la tua definizione di hard-core.

L. K.: Noi abbiamo vissuto l’hard-core per così tanto tempo, sia nello stile di vita che nell’approccio musicale, che alla fine è parte della nostra vita: è azione, modo di agire, di pensare. All’inizio, quando abbiamo cominciato a suonare, l’hard-core era una strada da percorrere, una direzione da seguire dove non eri giudicato, non dovevi guardare alle cose in una determinata maniera per vivere. E naturalmente mentre la scena hard-core cresceva sempre di più, iniziava ad avere la sua propria identità nella quale tutti dicevano la propria idea di cosa debba essere l’hard-core. "Se sei hard-core devi apparire così" si è, poi, detto. Per noi l’hard-core non è questo, l’hard-core per noi è mentalità aperta. Ognuno può dire la propria, è uno stile molto diretto, selvaggio e crudo.

D: Come ci si sente con venti anni di musica alle spalle? Puoi raccontarmi qualche aneddoto interessante, rimasto impresso negli anni: qualcosa che i fans avrebbero piacere di ascoltare?

L. K.: Ce ne sono talmente tanti… (ride). Nel 1989 abbiamo fatto un tour con la formazione originale dei Bad Brains e in pratica suonavamo ogni sera, ogni giorno.

D.: Dove?

L. K.: Negli Stati uniti. Ci sono così tante storie che adesso non saprei sceglierne una in particolare. Ecco. C’è stato un tour in Italia, in cui abbiamo suonato con Joe Strummer. Finimmo di suonare con la sua band, i Mescaleros, scendemmo giù dal palco e Strummer si presentò da me e mio fratello e ci disse: "Siete fottutamente bravi! Mi siete piaciuti un casino!". Ci abbracciò… io e mio fratello ci guardammo e ci dicemmo: "Alla faccia, Joe Strummer in persona ci fa questo complimento!". Quando tornammo in America ci comportavamo come fossimo i Clash… Dicevamo alla gente: "Avete capito che noi piacciamo a Joe Strummer?!". Ci atteggiavamo con i nostri amici e i fans… (Ridiamo).
Un altro episodio interessante è accaduto in Argentina. Suonavamo e c’erano gli Stayer presenti al nostro concerto. Tom Araya ci disse: "Ragazzi, vi vogliamo con noi nel nostro tour in America". Ci puoi pensare? Due dei nostri eroi, Joe Strummer e Tom Araya, ci avevano riempito di complimenti!

D: Fra tutti i vostri album qual è quello che vi piace di più e a cui siete più affezionati? E per quale ragione?

L. K.: Tra tutti gli album che abbiamo fatto, quello che amo particolarmente è "Scratch the surface". Anche i primi due album erano belli e le canzoni erano buone, ma la performance in fase di registrazione faceva schifo, perché non avevamo esperienza e non sapevamo come renderle nella versione migliore. Il secondo album, "Just look around", è stato un grosso passo avanti. "Scratch the surface" è la perfetta combinazione dei primi due album. Io e Pete dei primi due album abbiamo fatto quasi tutto, mentre in "Scratch the surface" tutti abbiamo partecipato alla composizione. Amo quest’album perché lo abbiamo scritto tutti insieme e, anche se non piacque molto ai fans e neanche a me per certi versi, penso che sia il nostro più riuscito, proprio perché ce ne siamo fregati dei fans e abbiamo pensato di registrarlo tutti insieme. Tutti dissero che non era molto 'heavy' ma noi, ti ripeto, ce ne siamo fregati perché abbiamo semplicemente scritto quello che volevamo, sia a livello musicale che a livello di liriche. In ogni caso, se devo dirti un album che amo particolarmente, questo è proprio "Death of tyrants", che contiene tutto ciò che noi volevamo scrivere nei testi. Dopo vent’anni siamo orgogliosi di essere stati in giro per tutto questo tempo non per 'apparire' ma per dare i nostri messaggi. C’è una ragione per cui siamo in giro da venti anni… e lo capirai ascoltando il disco.

D: Puoi spiegarmi in che modo la tua musica rappresenta uno stile di vita?

L. K.: È difficile da spiegare. Ora è talmente radicato in noi: è come quando respiro, fa parte di me. Io non ci penso, è come respirare, e la musica è uguale fa parte di me. Io sono cresciuto con fratelli che ascoltavano Deep Purple, e anche io amavo gruppi di quello stile. Ma poi ho ascoltato l’hard-core che mi ha catturato, mi ha uncinato. Il bello è che l’hard-core è sempre stato lì ma io non ne ero mai venuto a conoscenza. Da giovane andavo a vedere concerti dei Black Sabbath e loro suonavano in queste grandi sale nelle quali il tuo gruppo preferito era lontanissimo da te; ma nonostante ciò li amavo, mi piaceva la loro musica. Poi andai a vedere un concerto hard-core al CBGB’s e fu stupendo. La settimana dopo ho visto gli Agnostic Front sempre al CBGB’s, che ricordo strapieno per quel concerto, e capii che quella era la musica e la maniera in cui volevo essere. Perché in pratica gli Agnostic Front erano seduti con noi, stavano insieme a noi prima di salire sul palco. Non erano in qualche backstage, lontani migliaia di miglia da te! Potevi incontrarli facilmente. Tutto ciò era bellissimo. Ora ti ho spiegato tutto ciò che l’hard-core rappresenta per me, ma in generale ti ho spiegato che cosa significa la musica per me.

D: Che cosa ne pensi della società attuale?

L. K.: La società di oggi è così differente da quella in cui sono cresciuto da giovane. Quando sono cresciuto c’erano i computer ma non c’era questa immensa cosa di Internet, nella quale tutti sono connessi a tutti gli altri. E l’esempio che ti sto portando è questo: ai miei tempi i gruppi li conoscevi con gli amici. Oggi vai su Internet e trovi tutto ciò che cerchi. Oppure li conoscevo tramite un giornalino. Ora, invece, i ragazzi stanno perdendo l’esperienza di andare ad un concerto e conoscere un gruppo, scovando le cose solo su Internet. Penso che questi ragazzi di oggi perderanno l’opportunità di entrare in un negozio ed ascoltare un disco per conoscere un gruppo. Io non so qui in Europa, ma in America i ragazzini stanno su internet 24 ore al giorno parlando di concerti che in realtà non vedono, perché non ci vanno! Li guardano su YouTube, comodamente seduti da casa loro. Mah, se vuoi una mia opinione sulla società di oggi, proprio non riesco a capire come ci possa essere così tanta ignoranza in giro. Io sono cresciuto nella scena hard-core e quando, ad esempio, oggi, i miei amici o i miei fratelli mi vengono a trovare in New Jersey, ed hanno un cellulare in mano, le persone li guardano sbalorditi. Come è possibile, nel 2006 non hai ancora visto una persona con un cellulare?

D: Quali sono i tuoi interessi oltre alla musica?

L. K.: Guardare film, leggere libri, respirare… Qualsiasi cosa che mi distolga dalla routine della vita quotidiana con la musica, per un po’ di tempo.

D: Che cosa ne pensi dell’Italia? Ti piace suonare qui?

L. K.: Amo l’Italia. Mi piace suonare qui, ma per noi è sempre strano. Noi veniamo messi nelle condizioni migliori per suonare, sul palco. E ci segue sempre tanta gente: i locali sono spessissimo pieni. Ci fanno suonare in dei club dove siamo sempre a nostro agio. Però c’è sempre questo problema dei soldi, nel senso che non ci pagano adeguatamente. E questa cosa succede solo qui, ed è molto strano. Però in Italia il cibo è super e le donne sono bellissime…

D: Che cosa ne pensi della scena hard-core attuale? Ed in particolare come è la situazione a New York?

L. K.: La scena hard-core attuale vede in America ancora molte e diverse realtà di gruppi che stanno emergendo. Anche se il CBGB’s è stato chiuso, ed è stato il punto di riferimento per generazioni di hard-corers: era il posto dove anche se non avevi visto un gruppo per tanti anni, ci ritornavi e riuscivi prima o poi a rivederlo. Tutti passavano da quel locale. Oramai è finito ma noi ci abbiamo suonato un mese fa insieme ai Madball e agli Agnostic Front. Non so adesso come sia la situazione e dove potranno suonare i gruppi nuovi dell’hard-core. Mi ricordo che all’ultimo show c’era talmente tanta gente da soffocare: non avevo mai visto così tanta gente lì in vita mia. Ma non mi sentivo assolutamente triste, perché il posto era bello, la gente era bella, il concerto perfetto. Poi dopo due giorni sono tornato lì in macchina e il posto non c’era più. C’era un grosso camion che stava traslocando tutto quello che c’era nel locale. Vado lì da quando avevo sedici anni. Ora ne ho 40 e quindi puoi immaginare come mi sono sentito quando ho visto una cosa del genere.

D: Siete soddisfatti della vostra carriera? E come vi piacerebbe che la gente si ricordi di voi?

L. K.: Sicuramente mi piacerebbe vendere più dischi e arrivare a più persone. Ma siamo consapevoli del fatto che il nostro sound non può piacere a tutti. Molte volte siamo andati diritti contro un muro. All’epoca di "Scratch the surface" piacevamo a molta gente, ma poi negli anni novanta sono venuti fuori gruppi come Korn e Deftones, che erano sì gruppi dal suono duro, ma allo stesso tempo più soft e potevano quindi raggiungere più persone. Comunque c’era un’incongruenza tra la loro immagine e la loro natura. Mentre i Sick Of It All sono duri e crudi nella loro immagine e nella loro natura, i gruppi di cui ti ho parlato lavoravano più sull’apparire. Si presentavano con questa immagine da alternativo ma in realtà cercavano di piacere alla gente solo per vendere più dischi. Mentre noi siamo rimasti sempre nell’underground, quindi di essere famosi o meno non ce ne importa. Da lì veniamo e lì siamo rimasti. Siamo comunque soddisfatti di quello che abbiamo fatto. Non abbiamo nessun rimpianto. Abbiamo fatto cose che ci è piaciuto fare e abbiamo viaggiato: siamo andati in dei posti dove nessuno voleva andare. Quindi in un certo senso ci sentiamo pionieri del genere, ed è bello vedere tanta gente che indossa la maglietta dei Sick Of It All...
Alla fine mi piacerebbe essere ricordato come qualcuno che ha fatto della buona musica e che ha dato tanto per farlo, che ha creduto in quello che stava facendo. Il fatto che abbiamo sempre suonato notte dopo notte. Spero che la gente ci ricordi, ci rispetti e ci apprezzi perché ci siamo sempre concessi senza pause. Abbiamo speso sempre tutte le nostre energie. Ci sono molti esempi di gruppi nella storia che hanno venduto tanto e che erano famosissimi negli annali della storia della musica. Io stesso per esempio ho scoperto un gruppo di cui non sapevo l’esistenza e che non conoscevo. Un gruppo che girava molto a suonare. E la cosa che mi dispiacerebbe è che gruppi del genere vengano dimenticati o non conosciuti dalle generazioni a venire, come, ad esempio, il gruppo italiano dei Raw Power. Mi dispiacerebbe se gruppi del genere corressero il rischio di non essere conosciuti dalla gente. Non si tratta di Elvis Presley…

D.: Che cosa faranno in futuro i Sick Of It All?

L. K.: L’unica cosa che posso dirti è che ci sarà un album tributo l’anno prossimo. Poi, forse, faremo un DVD per il nostro ventesimo anniversario. A parte tutto questo, ti dico che noi ce la prendiamo anno per anno, così come viene. E questo è tutto.

D.: Dove suonerete domani?

L. K.: A Napoli. Non sono mai stato a Napoli prima d’ora. Lo sai che la prima volta che abbiamo suonato in Italia è stato a Roma, e qualcuno entrò nel nostro furgone, rubando la mia borsa? Tutti mi hanno detto che Napoli è anche peggio, però ci va di andare lì e suonare. Io comunque non ho nulla che mi possano rubare…

[Toni Avvisato]



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