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Coprophagus Sunday 30 December 2001:
Martin (Martyn, Usa 1977, col., 95') di George A. Romero

Martin con: John Amplas, Lincoln Maazel, Christine Forrest, Elyane Nadeau, Tom savini, Gorge A. Romero.
sceneggiatura: Gorge A. Romero
fotografia: Michael Gornick
montaggio: Gorge A. Romero
musica: Donald Rubinstein

Martin Era nientepopodimeno che il 1968, quando con "The night of the living dead", il giovanissimo Gorge Andrew Romero lasciò che le orde di morti viventi - non ancora zombi(e) - iniziassero la loro lenta, imbranata ed esiziale deambulazione a inaugurare così quel tellurico e devastante movimento che fu il "New horror". Il corpo imparò a conoscere la propria instabilità, l'incontrollabilità dei movimenti che soggiacciono sotto l'epidermide; la mente iniziò a scannerizzare e trasbordare nei recessi della carne.

Il fardello esistenziale dei flesh man eaters si protrarrà, purtroppo, ben oltre il trittico - che aspetta da anni ormai il quarto, crepuscolare capitolo conclusivo - romeriano, e finirà per eclissare, col suo claudicante incedere, l'altra produzione del regista di Pittsburg che non dovrà faticare poco per garantirsi i budgets necessari alla materializzazione delle sue pessimistiche visioni incubiche. Ingiustamente. Non foss'altro per cercare, riscoprire, adorare e osannare quel vero e proprio gioiello e capolavoro che è "Martin". Nonostante la pellicola sia stata oltraggiata dai disparati tagli censorii, e oltremodo umiliata dai maneggiamenti apportati dalla distribuzione del "bel paese", che lo rititola, in uno slancio di immaginazione lirica ed esubero di sinapsi cerebrali, Wampyr, lo epura di tutta l'intera sequenza che fa da prologo e altera sconsideratamente l'ordine di quelle restanti e, come se non bastasse, cancella l'originale score di Ronald Rubinstein e vi appiccica quello dei nostrani Goblin che riciclano Argento e se stessi, mantiene integra la propria carica eversiva, l'atmosfera insopportabilmente malsana e la disperazione del più romantico dei loser.

Martin è un adolescente ossessionato dall'oppressione esercitata su di lui dall'anziano cugino Tata Cuda, un fervente cattolico e viscido moralista, convinto che sulla sua famiglia pesi un'antica maledizione e che l'emaciato parente sia un nosferatu: pertanto cerca di segregarlo e annichilirlo come può, compreso l'ausilio di croci e collane di spicchi d'aglio. Benché Martin si dimostri reticente ad una siffatta situazione, presenta chiari sintomi di una schizofrenica condizione che lo porta a compiere efferati, malinconici delitti a scapito di donne non più nel fiore degli anni: che prima narcotizza, poi dissangua e in fine possiede in spenti amplessi. Collassato in questa allucinante situazione, Martin conosce anche il tempo dell'amore con la signora Santini, donna depressa dalla propria sterilità e che si suiciderà quando crederà perso il giovane. Tata Cuda, erroneamente addebitando anche questa morte al cugino, decide sia giunta l'ora di mettervi fine piantandogli nel cuore la punta di un paletto di frassino. George A. Romero

Romero omette deliberatamente ogni raccordo, inquadratura o semplice dialogo che possa favorire la lucida e definitiva comprensione della natura di Martin, complicandone ulteriormente la decifrazione con inserti in bianco e nero ambientati in uno spazio-tempo il cui statuto oscilla tra il flashback e la soggettiva onirico/mentale. Comunque sia, non v'è dubbio che l'oggetto contro cui si scaglia tutta l'acrimonia del regista è l'asfissiante milieu che circonda Martin e le macilente istituzioni che come l'avanzata dei living dead costringe inesorabilmente alla fuga e alla (auto)cannibalizzazione. La famiglia è minata, smembrata, cortocircuitata, subliminalmente incestuosa. Non a caso quella di Martin non conosce la bipartizione padre/madre, ed è costretto a vivere col cugino e la nipote di questi: e per di più, quest'ultima scapperà di casa con un'amante solo per liberarsi dall'oppressione del vincolo parentale. Ma, ne siamo certi, per incappare in altre trappole. Lo stesso Martin riesce ad avere solo rapporti necrofili, e l'unica persona con cui riesce ad instaurare una "regolare" relazione è una donna il cui ventre malato non può originare nuova vita e che di sicuro (con)fonde al sentimento amoroso quello filiale. La chiesa esce da questo affresco, cupa e nefasta come l'era "di mezzo" l'ha fatta, e l'intollerante stoltezza di Tata Cuda ne distilla tutta l'ottusità e prepotenza. Martin sembra, malgrado le granguignolesche vicissitudini e l'ovvio squilibrio di cui è vittima, l'unico individuo capace di percepire la scabrosa e dolce violenza di una selvaggia esistenza, e per questo votato all'immolazione da parte di coloro che non ne sopportano la travolgente ebbrezza.

[Andrea Grieco]


 
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