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Re: G. G. Allin (1956/1993) di: monica123
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Coprophagus Saturday 06 June 2009:
Un Cappuccetto rosso sangue - Un film che ricorda Joe D’Amato Ultima prova di Stefano Simone, giovane regista di Manfredonia

CAPPUCCETTO ROSSO - Italia, 2009, col., 31' Genere: Horror - Formato: 16:9 (1.78:1) - Audio: Stereo PCM. Produzione: Foglio Cinema. Regia: Stefano Simone. Sceneggiatura: Emanuele Mattana, dal racconto di Gordiano Lupi. Musiche: Luca Auriemma. Fotografia e montaggio: Stefano Simone. - Interpreti: Luca Peracino, Soraia Di Fazio, Sara Ronco, Andrea Zamburlin, Giovanni Pipia.

Sono la persona meno adatta a parlare in maniera distaccata di questo film, perché è tratto da un mio racconto, ma se lo faccio è perché ho notato qualcosa di buono nella sua realizzazione. Di solito tra scrittori e registi non corre buon sangue, i primi se ne stanno sulla difensiva a dire quant’è bello il loro racconto e come gliel’hanno rovinato sprovveduti registi. Posso citare esempi eclatanti come Lettere da Capri di Soldati e L’uomo che guarda di Moravia, resi al cinema da Tinto Brass, nel primo caso con la disapprovazione dello scrittore e nel secondo delle eredi. Io faccio eccezione, probabilmente perché sono meno bravo di Soldati e Moravia, soprattutto non ho la pretesa di fare letteratura, ma semplice narrativa di genere.

Stefano Simone ha ventidue anni, vive a Torino ma è nativo di Manfedonia. Ho visto alcuni suoi corti come Infatuazione, L’uomo vestito di nero, Lo storpio, Il gatto nero dalle grinfie di Satana, Contratto per vendetta e Istinto omicida, girati in digitale nel periodo 2005 - 2008, che - tra alti e bassi - facevano intravedere buone potenzialità. Il suo miglior lavoro è Kenneth (2009), una storia a metà strada tra il noir duro e la pellicola del terrore, perché i truci fatti raccontati non appartengono all’orrore soprannaturale, ma alla cronaca quotidiana. È stato dopo Kenneth che la nostra amicizia si è consolidata. Simone ha letto alcuni miei racconti contenuti in Cattive storie di provincia e mi ha proposto di dare vita a una collaborazione. Il progetto Cappuccetto Rosso nasce da un nostro colloquio durante la fiera del libro di Chiari e dalla volontà di rendere omaggio al vecchio cinema italiano che entrambi amiamo. Non per niente il corto è dedicato a Mario Bava, Lucio Fulci e Joe D’Amato, il primo come maestro assoluto e irraggiungibile, mentre gli altri vengono citati esplicitamente in diverse sequenze. Un bravo a Emanuele Mattana, che ha sceneggiato il racconto ricorrendo a intuizioni originali che lo hanno reso più cinematografico e anche al regista che ha saputo dare alla trama l’impostazione giusta. Il mio racconto Cappuccetto Rosso deriva dalle Fiabe al contrario di Gianni Rodari e da una storia di Aldo Zelli (scrittore per ragazzi a me caro), ma non è niente più che una fiaba dark che capovolge i ruoli e mette in scena una bambina cattiva e perversa contro un lupo buono, vittima della situazione. Simone riesce a umanizzare il lupo (cosa non facile) nei panni di un ragazzo che si aggira per i boschi delle colline torinesi e che la madre manda a portare del cibo alla nonna malata. Nel bosco avviene l’incontro con la perfida Cappuccetto Rosso, vestita con una seducente minigonna e armata di coltellaccio per uccidere i malcapitati. Simone realizza ottimi effettacci alla Fulci e alla Joe D’Amato: gole tagliate, pezzi di arti mozzati, sangue, splatter senza limiti, resti umani in decomposizione. La parte finale nella casa della nonna è un trionfo di suspense, abbiamo il pasto orrendo (omaggio al Joe D’Amato di Buio Omega ma anche al cinema di Lenzi e Deodato), ma soprattutto una parte gore che ricorda sequenze del miglior Fulci. Ho trovato buona la trasformazione del ragazzo in lupo che sfodera denti da belva prima di aggredire Cappuccetto Rosso. Mattana e Simone utilizzano alcune soluzioni narrative dei miei racconti cubani (Parto di sangue e Il sapore della carne contenuti in Nero tropicale edito da Terzo Millennio) per creare un finale sconvolgente e vietato ai minori. Tra le cose migliori del film: una fotografia con ottime sequenze paesaggistiche del comune di Perrero, tenebrosi notturni di città deserte e dei boschi torinesi, un montaggio senza eccessivi tempi morti, la musica intensa che sottolinea i momenti di maggior tensione. L’ambientazione nel bosco è ben fatta, la storia è credibile, per quanto surreale, convince lo spettatore che sta vivendo una tragedia che potrebbe davvero accadere. Le citazioni dirette o indirette sono molte. Mi fa piacere ricordare che il ragazzo va a scuola e stringe sotto il braccio il mio libro sul cinema di Joe D’Amato. Una scuola così piacerebbe anche a mio figlio. Il finale è un chiaro omaggio ad Antropopahgus, solo che il ragazzo non divora le sue viscere, ma quelle della perfida Cappuccetto Rosso. Una piccola nota stonata viene dalla recitazione degli interpreti, che in alcuni frangenti potevano caratterizzare meglio i personaggi. Avrei visto volentieri una Cappuccetto Rosso più sensuale e cattiva, mentre in certi casi si limita a ripetere con poca convinzione le battute previste dal copione. Tutto sommato il giudizio sul film è ampiamente positivo e devo dire che Cappuccetto Rosso è il lavoro più interessante del giovane regista pugliese. Da vedere!

[Gordiano Lupi]



Cappuccetto Rosso

Nella tana in mezzo al bosco la mamma dà le ultime raccomandazioni al figlio che deve portare le provviste alla nonna malata. La casa della nonna è lontana. C’è da attraversare tutto il bosco e non è un’impresa facile.
“Fa’ attenzione” dice preoccupata.
“Perché mamma?” risponde il giovane lupo.
“Non sei mai andato da solo nel bosco…”
“Cosa mi può accadere? Sono grande, ormai”.
“Tuo padre era più grande di te e non è più con noi” conclude la madre. Nasconde una lacrima. Ricorda la brutta fine del compagno e ne soffre ancora. A quel tempo il figlio era molto piccolo e suo padre fu massacrato dai colpi d’un maledetto fucile a pallettoni. Lo scannarono come un animale da pelliccia, poi lo gettarono sulla porta della tana a mo’ di avvertimento. Da quel giorno le uscite nel bosco sono rare e guardinghe, lo stretto necessario per trovare qualcosa da mangiare.
Il figlio si chiama Peter e ha da poco compiuto cinque anni.
“Fa’ attenzione, Peter. Mi raccomando” ripete la mamma mentre affida il cesto delle provviste al figlio.
La nonna è molto ammalata e non ce la fa a muoversi. È necessario che qualcuno le porti da mangiare. Peter non è più un cucciolo, deve prendere il posto del padre e badare alla famiglia.
“Non preoccuparti. Prima che tramonti il sole sarò dalla nonna”.
Ci mancava soltanto la nonna ammalata – pensa la madre – come se non ci fossero abbastanza problemi in questa foresta… Peter si mette in cammino per la fitta boscaglia. È primavera, fa caldo, intorno alberi fioriti e piante che sbocciano, piccoli animali che fuggono al suo passaggio. Peter è un lupo e vedere che c’è chi ha paura di lui lo riempie di orgoglio. Però la strada del bosco non la conosce bene. Sa soltanto che in fondo a quel fitto groviglio di arbusti e fogliame c’è la casa della nonna. Non altro. Tutto quel che conosce del bosco l’ha appreso dai racconti del babbo, prima che morisse. Il resto l’ha fatto la mamma con le sue raccomandazioni.
“Non ti allontanare, Peter!”
“Resta vicino alla tana!”
Il bosco è pericoloso. Il bosco è morte. Il bosco è terrore.
Perché nel bosco, in quel maledetto bosco, c’è una maledetta ragazzina che gira armata d’un fucile a pallettoni. E dà la caccia ai lupi.
Lui è cresciuto nell’incubo di quella minaccia.
È normale che ne abbia paura.
La chiamano Cappuccetto Rosso – pensa Peter – ed è lei che ha ucciso mio padre due anni fa.
Cappuccetto Rosso è figlia di due avanzi di galera. Un vecchio capo clan della camorra che ha organizzato un grosso giro di droga e la maîtresse di un gruppo di nigeriane alla periferia della città. Adesso sono soltanto due vecchi che vivono in una casa al limitare del bosco. Cappuccetto Rosso è una ragazzina di sedici anni, il suo vero nome è Daiana. Ha smesso con la scuola dopo il diploma di licenza media. “Tempo perso” aveva sentenziato il padre. “A leggere e a scrivere ha imparato. Che altro le serve?”
In ogni caso a scuola aveva poco da fare. Era diventato pericoloso piazzare pasticche di ecstasy ai compagni. In discoteca era tutto più facile.
La gente del posto la chiama Cappuccetto Rosso perché indossa sempre qualcosa di quel colore. Una mantellina sulle spalle, una minigonna, le scarpe con il tacco alto, le mutandine di pizzo. Il rosso per lei è una vera mania. Purtroppo per Peter non è la sola. L’altro vizio di Cappuccetto Rosso è andare a caccia nel bosco con un fucile caricato a pallettoni. La sua preda preferita sono i lupi. Se non trova di meglio caccia di tutto, ma per i lupi ha una particolare predilezione.
Peter sa che rischia molto in quel viaggio nel bosco. Sa che deve fare attenzione e tenere gli occhi bene aperti, se non vuole fare la fine del babbo. Lui deve arrivare alla casa della nonna. È il suo unico scopo. Mentre cammina bada a non fare troppo rumore, non si cura neppure di bacche e mirtilli che potrebbero essere un’ottima colazione. Il silenzio del bosco e il rumore delle foglie spinte dal vento gli incutono un po’ di timore. Inutile negarlo. Alla mamma ha risposto che ormai è un lupo adulto. Adesso la solitudine silenziosa di quella boscaglia lo avvolge come una coperta di terrore. Il bosco è buio, non filtrano raggi di sole dagli alberi immensi aggrovigliati su se stessi. Il silenzio spettrale è interrotto soltanto dai suoi passi che scricchiolano sul fogliame e da piccoli animali che corrono intorno. Lontano, dallo stagno formatosi con le ultime piogge, ode rane gracidare lugubri lamenti. Sui rami più alti i suoni gutturali dei gufi si mescolano a quelli delle ali dei passeri neri in volo da un albero all’altro. Peter ha paura. Non può negarlo a se stesso. E procede silenzioso, misurando il rumore dei passi.
La casa della nonna non è poi così lontana, pensa.
È una voce alle spalle che lo fa trasalire.
“Dove credi di andare?” .
Una voce di ragazza, gutturale, decisa.
Una voce sgradevole che Peter non avrebbe voluto sentire.
È la voce di lei. Cappuccetto Rosso. L’assassina di suo padre.
Peter suda freddo. Gocce perlacee gli rigano il collo peloso.
Morire così. Adesso. Morire così giovane…
Il terrore immobilizza Peter. Potrebbe tentare di scappare. Potrebbe attaccare. Potrebbe. Ma non fa niente di tutto questo. Ha un fucile a pallettoni puntato dritto sulla testa.
“Ti farò saltare le cervella” ripete la solita voce dura che di femminile ha soltanto il timbro.
Peter scruta la sua aguzzina con la coda dell’occhio.
Studia l’espressione e i lineamenti del volto.
Cappuccetto Rosso indossa stivali di pelle con il tacco alto, gonna corta che scopre le lunghe gambe. Tutto rosso fiammante. Non è un abbigliamento da bosco. Proprio no. Se Peter fosse un uomo potrebbe almeno eccitarsi. Ma Peter è un lupo e quella ragazza gli fa soltanto paura. Una paura terribile. Ha le cosce fasciate da calze a rete e dalla gonna corta si intravedono un paio di mutandine di pizzo. Rosse anch’esse. Come rossa è la maglietta che scopre l’ombellico e il piercing. Sua madre gliel’ha sempre descritta così. È lei la terribile ragazzina che vaga per il bosco armata d’un fucile a pallettoni. Lui ha sperato di non doverla mai incontrare. È sempre stata l’incubo delle sue fiabe. Il terrore di quando faceva qualcosa di male.
“Adesso viene Cappuccetto Rosso” diceva la mamma.
E ora è venuta davvero. È proprio davanti a lui.
Cappuccetto Rosso ha lineamenti duri segnati dal trucco pesante, labbra rosso fuoco, occhi tagliati da mascara nero e uno sguardo intenso e maligno.
Peter sa che sta per morire.
Il fucile a pallettoni carica il primo colpo.
Un lampo di fuoco percuote il silenzio del bosco.
Peter cade a terra zoppicante.
La maledetta ragazza lo ha colpito a una zampa. Un dolore intenso gli brucia nel corpo.
Perché non mi uccide? Cosa aspetta? Pensa il giovane lupo.
Lei pare aver capito
“Sarebbe troppo bello per te morire in fretta. Io sono qui per divertirmi”.
Peter trascina la zampa mozzata fuori da una pozza di sangue. Un altro lampo di fuoco illumina l’oscurità della boscaglia. La coda. La sua bella coda di lupo. Nera come la notte. Nera come i suoi pensieri in quel maledetto giorno. Nuovo dolore che diventa ululato disperato e spaventa la quiete del bosco.
Sua madre. Lo avrà sentito anche lei e adesso starà piangendo.
Stanno ammazzando suo figlio come un tempo le uccisero il compagno.
Peter sanguina dalla zampa e la coda è ridotta a un moncherino. Si alza a fatica. Cappuccetto se la ride con quegli occhi cattivi. Ride sguaiata e mostra i denti regolari e quella bocca perfetta. Forse sta pensando che è ora di farla finita. Forse. Si sente soddisfatta, eccitata. Il lupo è nelle sue mani ed era troppo tempo che non ne faceva fuori uno. Peter sente che non può starsene impalato a guardare. Non può. Deve agire. Vede Cappuccetto voltarsi a spiare il rapido movimento d’uno scoiattolo. Forse è il momento giusto. Peter è debole su tre zampe e soffre maledettamente. Però non vuole morire. È troppo giovane per farlo.
Raccoglie le poche energie che gli sono rimaste e salta.
Salta, maledizione. Salta. Salta. Salta. Maledetta zampa, salta.
E ci riesce. Non sa come, però ci riesce.
Gli occhi di Cappuccetto Rosso non fanno in tempo a cambiare espressione. Ridono maligni mentre lo scoiattolo fugge via spaventato.
Ridono maligni anche quando Peter le conficca gli artigli in quel volto da assassina. Una, due, tre volte.
“Ti piacciono le unghie di lupo?” dice. “Adesso mi diverto io!”
Cappuccetto Rosso sente solo ringhiare. Lei non comprende il linguaggio dei lupi. Sente solo unghie affilate strapparle la pelle. Colpi che affondano nella tenera carne. E grida. Grida. Grida. Adesso è lei che ha paura.
I denti di Peter mordono senza fermarsi. Incontrano deboli ostacoli e strappano via quel che trovano. È una rabbia selvaggia a guidarli. Un rancore covato per anni. È lei la terribile ragazza delle fiabe. È lei l’incubo di tante notti insonni. È lei che ha ammazzato suo padre. È lei. È lei. È lei…
Peter addenta una mammella, una mano, infine le gambe coperte di seta rossa. Cappuccetto è in un lago di sangue.
Anche il suo sangue è rosso, pensa Peter mentre la sta divorando.
Un boccone dopo l’altro. Una maledizione dopo l’altra.
Quando ha finito, Peter si pulisce la bocca con il fogliame e recupera il cesto. La nonna lo sta aspettando e zoppo com’è farà molto tardi. Non vuole che stia troppo in pena. Riprende il cammino e pensa che tutto sommato ne valeva la pena. Da troppo tempo si nutriva di bacche e verdure e non aveva mai assaggiato carne tenera di ragazzina.

Ottobre 2001

Devo saldare alcuni debiti. L’idea di Cappuccetto Rosso con il fucile a pallettoni non è mia ma (pensate un po’) di Gianni Rodari, uno dei più grandi autori italiani di filastrocche per bambini. Io ho avuto l’ispirazione per questo raccontino mentre lavoravo alla biografia di Aldo Zelli, altro grande scrittore per l’infanzia, mio concittadino. Un suo gustoso inedito è intitolato “Le fiabe al contrario” e anche là si parla di una Cappuccetto Rosso che dà la caccia al lupo con un fucile a pallettoni. Tutto il resto è roba mia. Zelli e Rodari non avrebbero osato tanto.

 
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Holidays in the sun - Wasted UK Festival - Blackpool Winter Gardens, 10/11/12/13-08-2006
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