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Articoli Wednesday 06 February 2002:
Inchinatevi: ecco il Latina!

Silvio Argenio, tecnico del Latina Calcio Forse non ci crederete, ma c'è stato un anno in cui il Latina è giunto a pochi passi dalla serie B. Giuro che non scherzo: siete voi che avete la memoria corta. Ma ora vi racconto tutto. Era la stagione 1978-'79 e i neroazzurri erano allenati dal mitico Lamberto "Bebo" Leonardi, attuale allenatore del Giugliano.

Silvio Argenio, tecnico del Latina Calcio

In campo scendevano undici corsari indiavolati: Lauro, Ronzulli, Carannante, Pezzuoli, Bernabucci, Rispoli, Venturini, Petrella, Morano, Fadigati, Caiazza. Che partite, si sono viste al Comunale! Avete presente i film di Sandokan, quando i tigrotti di Mompracem partivano all'assalto? Be', al confronto delle sfide calcistiche di cui vi sto parlando, quelle erano gite di piacere. Lo Stadio era sempre stracolmo e la curva scoppiava d'entusiasmo. E c'era sempre quell'indimenticabile striscione degli 'Ultras', con su scritto: "Inchinatevi: ecco il Latina", che faceva venire i brividi a tutti. Gli avversari, infatti, scendevano in campo in evidente soggezione psicologica. Ma torniamo ai nostri eroi: in porta c'era Lauro, portierone grande e grosso, ma di classe. Quand'era davvero in forma, non si passava. A Catania, quando il Latina vinse 1-0 con una storica rete di Caiazza, parò anche l'aria. La partita avrebbe potuto durare tre giorni, ma nessuno avrebbe mai segnato.

A destra stava Ronzulli, un pugliese di Santa Margherita di Savoia: lo chiamavano "Ercole", e con questo vi ho già detto tutto. Era un marcatore roccioso: alla Gentile, per intenderci; un lottatore di greco-romana messo su un campo di calcio, con la mascella squadrata e lo sguardo fiero.

La fascia sinistra era territorio del leggendario Carannante: formidabile atleta, aveva una faccia che era tutto un programma, con la barbona e i riccioletti corvini, come i guerrieri greci. Al centro della difesa stavano Bernabucci e Pezzuoli: il primo era una colonna e il secondo un armadio. Poi c'era Rispoli, il capitano: il cuore della squadra. Nel complesso, la difesa era veramente insuperabile. Fu per anni tra le più forti della serie C.

Il regista era Enrico Fadigati, vero Direttore d'orchestra, per questo detto "Toscanini". Grande giocatore, non sbagliava un passaggio. Testa fredda e piede di velluto. Quello era davvero da serie B! I suoi assist in verticale per Caiazza e Venturini erano delle vere opere d'arte. Al fianco di Fadigati, stava "moto perpetuo" Petrella, che correva più di tutti: un maratoneta. Avete presente la canzone di Ligabue "Una vita da mediano": sembra scritta apposta per lui. Chilometri e chilometri ovunque senza sosta. Durante la partita faceva veramente di tutto: passava pure in Tribuna a vendere le noccioline e lavava lo spogliatoio nell'intervallo.

Il numero 9 stava sulle spalle di Franco Morano, detto "Furia" per la progressione irresistibile. Era capace di regalare al pubblico delle sgroppate travolgenti, da purosangue; e non mollava mai. Se riusciva a liberarsi per il tiro, poi, era una gioia per gli occhi: mollava delle bordate micidiali, devastanti, da sfondatore di reti. Che in effetti sforazzava spesso. Perché lui era il nostro bomber: l'uomo del goal. I calci di punizione da limite, però, li tirava l'ischitano Rispoli, detto Rispolone. Non li dimenticherò mai: che botte! missili terra-aria. La porta la beccava di rado ma, in compenso, abbatteva gli avversari come birilli.

Che razza di squadra, quel Latina!

Un giorno, però, venne la partita con l'Arezzo. Bisognava vincere a tutti i costi, e negli spogliatoi c'era aria di battaglia. Frenato da infortuni ed avversità di ogni genere, il Latina, secondo in classifica alla fine del girone d'andata, aveva avuto un ritorno disastroso. Era la penultima di campionato, ma l'ultima partita in calendario era in programma a Torre del Greco, un campo inespugnabile per vari motivi. In sintesi, con L'Arezzo bisognava vincere a tutti i costi.

Negli spogliatoi, Bebo Leonardi chiese a tutti una prova d'orgoglio da dedicare ai tifosi, che erano accorsi in massa, scendendo pure dalle montagne.

Quel pomeriggio si giocò in una bolgia dantesca. E fu subito assedio a Fort Apache, con i nostri all'attacco a testa bassa. Ma stavolta la fortuna voltò le spalle al Latina. L'Arezzo si rivelò una squadraccia catenacciara come poche altre, che puntò tutto sullo 0 a 0.

Pochi minuti e i nostri, assatanati, colpirono tre pali. E i nervi saltarono di botto. In campo e sugli spalti: la porta sembrava stregata. Le mischie furibonde si susseguirono, ma non ci fu niente da fare. Il portiere avversario, poi, sembrava un marziano. Si esaltò, volando da un palo all'altro. I nostri si guardavano in campo smarriti: si sentivano colpiti da una maledizione. Sugli spalti, intanto, sembrava la Fiera della bestemmia. Ci fu chi prese a pugni i sediletti, chi si strappava i capelli… ma il risultato non si sbloccava. A pochi minuti dalla fine, uno dei nostri incornò di testa il millesimo cross: fu l'ennesima traversa, ma stavolta la palla rimbalzò dentro la porta, di oltre mezzo metro. Esplose lo Stadio; mentre i giocatori si abbracciarono, però, l'arbitro combinò uno dei memorabili disastri che solo gli arbitri sanno fare: non convalidò. La palla, infatti, era tornata incredibilmente in campo, scacciata dalla porta da un difensore aretino. Non solo: il gioco era continuato, nonostante mezzo Latina fosse intorno sul piede di guerra e in campo volasse di tutto; e gli avversari approfittarono di brutto di quel parapiglia: segnarono in contropiede e si portarono in vantaggio con un beffardo autogol di Ronzulli. Fu il caos. I tifosi si prepararono all'invasione. Mancavano pochi minuti alla fine. L'arbitro capì subito d'averla fatta grossa. Per farsi perdonare, inventò un rigore a favore del Latina. Ma era ormai il 90° minuto - troppo tardi per credere ai miracoli - e Pezzuoli andò incerto sul pallone, calciando fuori, perché la rabbia annebbia la vista e fa tremolare le gambe. Fu la fine di un ciclo glorioso. All'appello, negli spogliatoi, mancò un guardalinee: quello che non aveva fatto convalidare il goal. Lo avevano preso a mattonate. Per salvare l'arbitro, la polizia si era dimenticata di lui. A lungo assediato negli spogliatoi, quell'arbitro non diresse più una partita, perché capì d'aver sbagliato mestiere. Il giorno successivo, le immagini di Telelazio dimostrarono la regolarità del goal annullato al Latina. Morale della favola: per vincere ci vuole anche culo.

[Fernando Bassoli]


 
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