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Articoli Thursday 02 July 2009:
Il miracolo della natura - Proposta - Alla ricerca di uno stile

Quando ancora non sapevo assolutamente, cosa fosse, cosa era, cosa significasse l’arte.
Per me, arte, era una parola come tutte le altre.
I comici che vedevo in televisione li consideravo degli scemi, essendone completamente inconsapevole.
Fin da piccolo cominciai a disegnare: questo gioco mi ha accompagnato per tutta la vita. Non solo, ero istintivamente, sempre teso e proteso verso la scoperta, di che... probabilmente non lo so nemmeno adesso, ma qualcosa d’istintivo, naturale, m’invitava sempre verso una disperata ricerca diretta alla perfezione, perfezione naturale, normale che ci viene concessa nella dimensione del limite umano.
La scrittura è pittura!
Da poco mi accorgo che si può dipingere anche scrivendo.
Certo non è una grande scoperta, ma un conto è scoprirlo - accorgersene - per esperienza diretta - nel farlo -, un conto è perché ti è stato detto o insegnato.
Guardandomi alle spalle, osservo che qualsiasi fosse stata la situazione che mi si parava davanti, pur valutandone l’eventuale rischio - qualsiasi -, mi ci buttavo sempre a capofitto, specie nella prospettiva del difficile, o peggio, in un immaginario che già aveva l’aspetto dell’impossibile, in una posizione presto ordinata, che naturalmente provocava nella mia composizione fisica atomica e anatomica l’inevitabile corsa verso il comunque ignoto, l’impossibile, che a valutarlo, è pure il contrario.

Tutto è possibile, ma pure è possibile che sia impossibile. Nelle manifestazioni naturali della vita, la natura mi ha consentito di vedere la luce illuminare aspetti negativi o positivi con la stessa miracolosità, in valutazione.
Il male e il bene annullati dalla stessa struttura o ragione naturale.
Spesso, credendo bonariamente che così la natura ha voluto che fossimo, e l’agire è una conseguenza, addirittura nell’inconsapevolezza di questa realtà, si riesce, nella maggior parte dei casi, io non escluso, ad adottare un attegiamento di auto-giustificazione, teso a giustiziare il proprio essere o volere naturale, tipo: sono una puttana, puttano o puttaniere/a, ora mi sono innamorata-o; consapevoli, giustificati e parati, meglio, sotto un difficile aspetto probabile di accusa verso se stessi - lo scrupolo, il timore di Dio, o per chi lo sente, peggio, agli occhi degli altri, ma quando succede questo, la questione è solo momentanea; si continua, voltate le spalle, sulla nostra strada nella convinzione di essere nel giusto.
Pazzia; consente! - Un altro modo per giustificarci, ma sempre momentaneamente, agli occhi degli altri, e nel caso, vigliacchismo, ipocrisia, incoscienza voluta verso se stessi, infilare la testa nel buco, pur di non credere di essere nell’errore, o stupidi; il rifiuto della dignità, l’equilibrio; di più: in nome dell’amore; Facendo stupro di questo Divino e Magico Suono… Amore!

Ma è solo una questione di ciò che rappresenta, o il manifestarsi della natura in tutti gli aspetti consentiti da natura stessa. Pazzi, o non, il nostro ragionare converge inevitabilmente a proprio favore: è naturale, ma razionale, se pur consentito dalla natura... altro che pazzia! La coscienza esiste! Diventa o non, una scusa, appartiene sempre alla ragione della natura, nostra!?; comunque, se tu mi rompi i coglioni più del dovuto, natura o no, qualsiasi ragione provoca il danno, natura reagisce, ed io sono natura.
Con mia natura sono d’accordo; giustifica? E chi può dirlo!
Coscienza atomica governa… Il Nulla… Dio!

A riprendere;
ad un certo punto, intorno ai trenta anni di età, cominciai ad accorgermi, grazie alla vita, che ero un essere che aveva naturale sensibilità protesa verso la sfera artistica, ma come tutti ne abbiamo, del resto.
Da questo momento in poi, iniziò un processo naturale che prendeva un aspetto appena consapevole sul significato di tutto ciò che mi girava intorno.
Scoprii, quasi all’improvviso - in una selva oscura; Dante -, un assaggio del mio essere atomico in completo smarrimento, me stesso.

Ma non è questo il punto: mi ritrovai ad avere a che fare con l’arte, cominciai a leggere - non studiare -, qualche cosa. L’istinto mi suggeriva che non avevo niente di così particolare da dire, e proprio allora cominciò un vero processo, ancora totalmente inconsapevole, sul significato di quel niente.
Chiedevo in giro, a chiunque si adoperava nel campo artistico, se erano provvisti o fossero a conoscenza di questa benedetta proposta; mi ripetevo spesso "Ci vuole la proposta", non sapevo assolutamente cosa fosse, ma era l’istinto che mi spingeva in questa direzione - tra l’altro bisogna dire che, a scoprirlo, nulla c’è di nuovo in quello che si dice, ma si riesce a dirlo in un altro modo: alternativa, possiamo dire.
Questo era il chicco di cui tanto affannosamente attendevo alla ricerca.
Per molti, viste le mie spiccate qualità tecniche, ero un credibile, abile artista - non per la maggior parte degli pseudo artisti, peggio intellettuali, sempre maledettamente pseudo, soltanto un branco di presuntuosi, che ancora oggi hanno una misera povera credibilità locale; la mia, è vivace ragionata reazione di sdegno, verso; in quanto questi elementi hanno la possibilità di riversare, in una già insana società, messaggi pericolosissimi, capaci perciò di influenzare e distorcere qualsiasi significato… proposta!?!; non sanno manco de che cazz stongo a parlà! Il fatto è che di questi elementi ne esistono tantissimi, sono la maggioranza - per questo l’imbecillità riesce ad avere sempre ragione! - e quando spesso mi chiamavano con questo stesso nome, non potevo sentirmi a posto con la mia coscienza, sapendo, sentendo, avvertendo nell’istinto, che mancava qualcosa… la proposta! "Manca il click", ripetevo a me stesso!
Non ne conoscevo il significato, né cosa fosse, e disperatamente continuavo a cercare di scoprirlo negli altri, persone che nella maggior parte dei casi non si ponevano nemmeno la domanda, e in quel periodo, se mi fosse capitato di imbattermi in qualcuno a conoscenza della questione, e magari anche in grado di soccorrermi, nella qualità, in conoscenza diretta dell’esperienza, e in grado, inoltre, di poterlo spiegare, sicuramente me ne sarebbe sfuggita la comprensione, per una non conoscenza mia, diretta sulla questione, del "solo se lo scopri te rendi conto". Un artista - per modo di dire - se non è provvisto di tale dote, sarebbe intanto saggio nel riconoscerlo, e, a maggior ragione, nell'adoperarsi alla cura nel buon aspetto tecnico; almeno si diventa degli ottimi esecutori, onesti mestieranti: riconoscersi, è il pass per verso una sana coscienza… l’Uomo! L’arte, è conseguenza!
Ma tornando indietro nel ricordo, nessuno aveva: neanche quelli che in qualche modo, per una serie di situazioni, aleggiavano in una certa credibilità, e si permettevano pure il lusso di dire che nei miei lavori non c’era stima artistica, e io lo riconoscevo, ma per me non valeva la pena di dire che lui o chi per lui non rientrava nemmeno nella buona qualità tecnica, tale era il tormento che sentivo dentro, per il semplice fatto che sapevo perfettamente che mancava qualcosa, ma cosa!? Questa è un’altra singolarità che avviene nell’essere umano: avvertire un di più. Ne avevo certezza, ma non sapevo assolutamente quale poteva essere la qualità di questo qualcosa che mancava, quindi mi chiedo: come facevo a saperlo? ...L’unica risposta che riesco a dare è che questa natura è Divina; Perfetta… Dio!
Razionalmente parlando, appare impossibile, inaccettabile, ma non si può negare l’esistenza di una fenomenologia avvenuta, che prende forma in un carattere che solo Spirituale, umanamente, nell’ incomprensibilità, possiamo definire.
E in questo aspetto che scendo a raccontare, vedo di nuovo il riaffacciarsi di questi fenomeni che solo nella sfera Spirituale possiamo relegare, se vogliamo accettarne parte di una comprensione razionale.

Un giorno un vero amico - amico: questa è altra questione da trattare con le pinze - si mise a sbirciare tra i miei bozzetti, e tirò fuori una serie di disegni che avevo fatto e buttati lì, e in maniera molto seria - in seguito me ne resi conto - cominciò ad analizzare questi lavori in modo simpaticamente spirituale, scientifico, esoterico… personaggio simpaticissimo, scomparso purtroppo.
Lì per lì ci ridevo sopra, ma a un certo punto cominciai a sentire con interesse quello che diceva, e non erano assolutamente scemenze quelle che stava per raccontare, anche se momentaneamente non diedi molto peso alla cosa (come al solito ero preso da un lavoro di commissione; intendo a finire prima possibile, per ovvia questione economica).
Tempo prima avevo scritto: "l’arte è l’espressione di un pensiero espresso inconsciamente"! Così, una mattina, da solo nello studio, mi torna in mente il discorso del caro amico, del discorso di cui prima; e vado a riguardare questi lavori, li osservo con curiosa, sana, giusta attenzione e magnificamente - magnificamente, l’avvenimento Spirituale, irrazionale del comprendere = miracolo - mi accorgo che dovevo staccare dal fondo le figure che venivano fuori, disegnate già in primo piano, che avevo sovrapposto a figure di cavalli, come spesso faccio quando abbozzo; disegno cavalli.
Comincio a disegnare queste figure senza più usare un qualche disegno di fondo, ma pulite, isolate, e nella forma di un primo disegno appariva una specie di ragno, che mi dava la sensazione di una strana navicella lunare, o uno strano animale extraterrestre, con modulo spartano in uno spazio medievale senza tempo, all’incirca, ma vedevo che questa figura appariva singolare, aveva un carattere e un disegno che finalmente non aveva a che fare con qualche cosa di già visto.
Avvertivo in questa figura qualcosa che ricorda Escher, ma nel discorso era completamente diverso.
È lì, che presto e con certezza capii cosa era appena successo: avevo la proposta sotto le mani, proposta che avevo depositato e tralasciato da almeno 3/4 anni; ma non pensai troppo e cominciai subito a lavorare, e non con grande entusiasmo: il momento nuovo o della creazione, se così ci si può azzardare a dire, ormai apparteneva già al passato, adesso era soltanto questione di dura e accurata manovalanza! Ma presto, inevitabilmente, cominciai a chiedermi da dove erano venute fuori quelle forme che avevano carattere particolare, e che facili da individuare si distinguevano! Mentre cominciavo a tirare fuori altre forme, sempre con lo stesso aspetto nel sapore stilistico, al quarto o quinto lavoro ne compariva in maniera decisa l’aspetto in forma essenziale, razionale, sintetica, che per intero ricordava la figura del fiore.
Subito mi vennero in mente queste forme, di cui già dai lavori infantili avevo il ricordo.
Ma pure pensai a quando nelle interviste, interrogato l’artista, gli veniva chiesto: "Maestro, cosa intende esprimere attraverso queste forme!?". E l’artista - mannaggiamai - sparandosi la posa della mente oscura, incomprensibile… rispondeva: "Eh! Vallo a sapé, ci vorrebbe uno psicologo!". Non giudico per il gusto di dissacrare, ma la mia esperienza mi suggerisce che non esiste psicologo migliore di noi stessi, chi può conoscerci più da vicino di noi stessi!? Intanto nello studio, come spesso accadeva, venivano amici-conoscenti, e non uno era in disaccordo con l’idea del fiore. Questo è un racconto che potrebbe dare un indirizzo a chi adesso si trova assatanato come stavo io.
E vi posso garantire che povero ero prima, come adesso… inflazione, dice Totò.
Senza volerne a nessuno, è giusto tentare, ma vedo che il primo che si sveglia la mattina, compra una macchina fotografica e il gioco è fatto: "…Haaa!, Sono Un Grande Artista!". È così che succede in mente; se lo dicono in Lettera Grande! Così, dappertutto, al di là del discorso economico, viviamo, se pur di riflesso, un mondo artistico che nulla ha a che vedere con l’arte, e questo è determinante per il degrado dell’inevitabile discesa dell’uomo; uomo, dov’è!? Ma senza perdersi troppo, nel definire meglio il discorso - il famoso click! -, e senza troppo starci a pensare, riaccostai subito l’idea al famoso stemma di Firenze, il giglio!
Frequentavo le scuole medie e non ero tifoso di nessuna squadra. Non lo sono mai stato, non me ne può fregare di meno, ma beati quelli che ci credono e si divertono ad avere il Tifo. Io disegnavo, giocavo a pallone e mi piaceva molto, eccome se non mi piaceva; ero il più grande tifoso di me stesso, e me lo tenevo per me: ero pure bravo, avevo stile, grazia nel tocco, e questo mi veniva pure spesso detto. Studiavo pochissimo, ero un asino - ciò non toglie che lo sia ancora adesso -, specie in italiano, mi piacevano le scienze, la matematica la odiavo, e le altre materie non contavano proprio, ma per il corso dei tre anni ho sempre avuto la pagella d’argento; mi arruffianavo i professori, specie le professoresse che mi chiedevano i disegni - ciérte zoccole -, giocavo con la plastichina, la creta, facevo le marionette, fumavo sigarette fatte con la carta di giornale, mi ubriacavo con la marsala, di nascosto, sfasciavo quei pochi giocattoli che venivano dalle befane del dopolavoro - mio padre era dipendente statale, stipendio magro, 4 sorelle, 2 fratelli, uno più grande e uno più piccolo, tutte le sere, tutti, in una sola stanza, erano mazzate da mille e una notte.
Ma i giocattoli migliori venivano costruiti nel quartiere, con gli altri ragazzini: giochi violenti, pericolosi, eravamo toto incoscienti - ma torniamo a coppe; mi stavo perdendo nel dolce ricordo di un'infanzia lontana - e d’inverno andavamo sui monti, presto vicini, a fare Tarzan, Black Macigno, i Trappers; rubammo qualche pecora, rubavamo la frutta, andavamo a caccia di nidi, con le fionde ci uccidevamo fra di noi, o uccidevamo le lucertole; facevamo a sassate; poi il mare per l’estate, che tra l’altro era pure più vicino, basta così. Dunque, come dicevo: la tifoseria non era per me, che ci posso fà; ricordo che tutti i lunedì mattina, alle 7.30 - mannaggia! - tutti gli amici di scuola stavano già tutti nel cortile antistante la scuola - non succedeva, non quasi mai: mai, negli altri giorni della settimana - e stavano tutti li, compresi quelli delle altre classi. Una marea di ragazzini che strillavano e si pigliavano a mazzate per le squadre di calcio.
E io, quando arrivavo arrivavo, tanto non avevo nessun motivo per arrivare così presto a scuola. Per fare che!? Per appiccicarmi, perché, per chi!? Questi ragazzini, tutti, sapevano i nomi di tutti i giocatori, le riserve, gli allenatori, gli arbitri, e corna comprese.
Chiaramente io rimanevo fuori da tutto questo, e nemmeno mi fregava qualcosa l’entrarci: preferivo fare amicizia con le ragazzine, che trovavo molto, ma molto più importanti e interessanti, specie le più carine; le squadre? …Ma chi se ne frega! Ma a volte, in questi tafferugli tra maschietti, vedevo che qualcuno riusciva a catturare l’attenzione di qualche signorinetta; allora che vuoi, bisognava adeguarsi, e decisi di diventare tifoso pure io.
Ma di chi, di quale squadra? Tra l’altro erano tifosi tutti dell’Inter, del Milan e della Juventus, che già mi stavano di traverso, senza motivo (magari perché ne erano tifosi tutti, erano le squadre di tutti).
Non mi riusciva di trovare nessuna ragione per essere tifoso di qualche squadra, ma ci pensavo, ero un bambino, e a un certo punto m’era venuto pure a me lo schiribizzo di fare il gallinaccio, con tutti gli altri.
Anche così, era comunque difficile sentire il fervore per qualche squadra quel tanto da darti motivo per appiccicarti, così chiesi a mio fratello più grande di che squadra era tifoso, e mi disse che era tifoso della Fiorentina.
La cosa non mi dispiaceva affatto, nell’istituto ero già considerato il più bravo in educazione artistica - educazione artistica: l’arte non è questione didattica -, quindi già subivo il fascino di Leonardo, Michelangelo ecc., comunque Fiorentini o per lo meno Toscani.
E quando andai a sfogliare l’album dei giocatori di mio fratello, la prima cosa che subito catturò la mia attenzione… lo stemma di detta squadra, il famoso giglio.
Senza, assolutamente guardare le figurine dei giocatori, m’incantai presso lo stemma, questo giglio stilizzato, come la mia natura, che mi guida verso il sintetismo, la semplicità; su un fondo viola - colore che porta sfiga nell’ambito teatrale, dove ho trovato buona esperienza, come attore scenografo, regista ed inevitabilmente, come tutti in questi ambienti, nella maggior parte dei casi, tuttofare.
Allora… certo, m’innamorai di questo fiore, e intanto non disdegnavo di realizzarlo io direttamente, in tanti altri modi, disegnando su carta e non (matita - colori - gesso - legno - plastica - cartone, ecc.). Lo rivisitavo a mio modo e gusto, ma pure fortemente venivo attratto dall’immagine, dal suo aspetto naturale! …Santo Giglio! che chiaramente Venero, Adoro e Santifico, che Luce, m’ha Donato! -da non trascurare l’attrazione per la figura naturale delle cose, che per quanta rivoluzione d’innovazione ci possa essere nella reinterpretazione, riesce a conservare l’aspetto dell’ideale classico che comunque, seppure rivoluzionando le forme, riemerge! 'A Class! Nunnè acqua!
Viaggiando con la mente; chiaramente è impossibile rintracciare disegni, bozze ecc.: per forza di cose tanto materiale è andato perso, e comunque in molti lavori da me eseguiti, viva, presente e visibile è l’impronta di questo fiore che prepotente è apparso nel tempo, e infine, fortunatamente rivelatosi versatile, utile, spero; e soprattutto, esplorabile all’infinito.
Bene, questo è quello che è capitato a me, ora. Fino a quando avrò ragione e stimolo, quindi, per continuare, non lo so, ma di sicuro continuo ad avere sempre bisogno di un prossimo salto nel buio; c’è una canzone degli Eagles che infine dice: "spingi fino al limite ancora una volta", e per fortuna, per fare questo non c’è bisogno di soldi; è solo questione cerebrale!

[Italo De Simone]



 
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