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Articoli Friday 08 February 2002:
Paura di vivere

Era uno di quei giorni interminabili in cui non sapevo cosa fare per occupare il mio tempo. Giravo inquieta per la casa alla ricerca di qualcosa che potesse scacciare i bui pensieri di morte che mi facevano rabbrividire, ma anche provare uno strano piacere, proprio per quel brivido che mi scuoteva.

Spesso avevo voglia di morire o, più semplicemente, desideravo di non essere mai nata. Avevo trent'anni, ma non sapevo più cosa volesse dire vivere; potevo contare solo sulla famiglia e qualche amica.

Fino a pochi anni prima non avrei mai immaginato di vedere la mia vita così rovinata. Quando avevo ancora vent'anni, mi ero innamorata di un ragazzo che amavo più di me stessa: si chiamava Cristophe ed era di Parigi. Tutto sembrava perfetto ed ero sicura che niente avrebbe potuto dividerci. Passavamo ore ed ore insieme, senza curarci minimamente di quello che accadeva attorno a noi.

Ricordavo ancora una giornata ormai lontana; nonostante tutto, era rimasta la più bella della mia vita. Quel ricordo mi perseguitava e rappresentava un vero tormento. Era una sera di fine Luglio; insieme al gruppo di quelli che all'epoca erano i miei più cari amici, stavo sdraiata a guardare le stelle. Parlavamo del nostro futuro, di cosa avremmo fatto della nostra vita, ed affioravano così mille dubbi e paure. Improvvisamente mi colse un'inspiegabile angoscia e mi avvicinai a Cristophe, che non era ancora il mio ragazzo. Lui cercò di rassicurarmi e mi abbracciò. La sera stessa mi portò a casa sua. Facemmo l'amore e questo ci legò per sempre; o almeno così pensavo, perché il giorno dopo tra noi c'era uno strano imbarazzo: ma niente, ormai, poteva più preoccuparmi. Prima di quella sera avevo paura del sesso ed ero convinta che concedermi a qualcuno troppo in fretta fosse sbagliato; dopo quell'esperienza, però, avevo cambiato idea, sicura che quello che era successo ci avrebbe tenuti insieme. Non fu così.

Alla fine di quell'estate, infatti, eravamo entrambi cambiati; con il passare dei giorni cominciammo ad allontanarci l'uno dall'altra e, dopo soli tre mesi, eravamo due perfetti estranei, senza neppure saperci dare una spiegazione.

Era ormai trascorso molto tempo, ma il dolore era rimasto lo stesso.

Ed ora ero lì, a girare inquieta per la casa, aspettando unicamente che il suono del campanello sopraggiungesse a liberarmi dall'angoscia. Stavo aspettando l'unica persona che considerassi davvero mia amica: Camille. L'avevo chiamata perché in preda ad una crisi di sconforto.

Quando finalmente arrivò, ancora confusa varcai la porta. Lei non mi salutò nemmeno: stava in piedi di fronte a me e mi scrutava a muso duro.

"Devi smetterla di tormentarti per colpa di Cristophe! sono passati dieci anni, non puoi passare il resto della tua vita a chiederti perché è andata così!" esplose. Io la fissai dritta negli occhi, ma il mio sguardo andava oltre. Mentre Camille parlava, vedevo davanti a me un grosso buco nero e, tutt'intorno, delle fiammelle, ma non riuscivo a distinguere il fondo di quel buco. I miei occhi si sforzavano di mettere a fuoco quell'immagine che riuscivo appena a percepire: tentavo disperatamente di capire, ma quella continuava a sfuggirmi e, più tentavo di raggiungerla, più si allontanava inesorabile.

Dopo un po' uscimmo di casa per andare a fare shopping in centro. Per arrivarci, dovevamo prendere la Metropolitana. Giunte alla fermata, mentre Camille ed io stavamo parlando, una donna prese a camminare freneticamente su e giù, proprio di fronte a noi. Guardava davanti a sé e sorrideva; aveva un sorriso radioso: non avevo mai visto nessuno così felice.

"Manca poco ormai. Dovrebbe arrivare a momenti." esclamò di colpo, tra di sé.

Ma ecco ancora quel buco: vedevo di nuovo l'immagine misteriosa. Stavolta però chiusi gli occhi e, stranamente, mi sembrò di potere scorgere distintamente i suoi contorni. Ma il buco sparì di nuovo.

"Sì: manca poco." confermai.

Poco dopo giunse il treno. Vidi la donna ancora sospesa a mezz'aria ed il violento impatto del suo corpo contro il convoglio della metropolitana. La stazione fu invasa dalle urla, la gente che aveva assistito alla scena s'avvicinava al cadavere straziato; alcuni raccontavano la loro versione ai giornalisti che, dopo pochi minuti, erano già arrivati sul posto, con la rapidità degli avvoltoi che si gettano su una preda. Si era uccisa perché infelice, era morta perché aveva paura di continuare a vivere e non voleva affrontare la realtà: questo era il verdetto della gente. Immobile di fronte a quel corpo martoriato, fissavo rapita il sorriso che si poteva ancora scorgere sul suo volto sfigurato. Pensavo che forse era morta felice… forse anch'io cercavo solo la morte... Forse avrei dovuto aspettare il prossimo treno. Quando sarebbe stato abbastanza vicino, avrei spiccato un salto nel vuoto e, dopo l'impatto, il mio corpo sarebbe rimasto a terra, in tanti sarebbero accorsi ed avrebbero cercato di capire perché avevo voluto suicidarmi…

Tutto questo, però, non mi preoccupava; anzi: mi rendeva stranamente felice. Speravo solo che sul mio volto si sarebbe potuto leggere lo stesso sorriso che avevo visto sul volto di quella donna. E poi tutto avrebbe avuto fine: anche la mia sofferenza! Il suo corpo, intanto, era stato portato via. La gente andava e veniva freneticamente, senza curarsi di quello che era appena accaduto. Un gruppo di ragazzi si era fermato dove ancora potevano vedersi le tracce di quel suicidio, ma pochi si chiedevano cosa fosse quella gran macchia di sangue.

Io, però, sentivo ancora la presenza della donna: mi sembrava di vederla camminare china davanti a me, e questo mi metteva a disagio, facendo riaffiorare quell'inquietudine che a fatica ero riuscita a soffocare, seppure per poco. Qualche ora dopo, alla fine di quella lunga giornata, avevo un pensiero fisso: farla finita anch'io. Ormai l'idea di morire aveva inquinato la mia mente ed era come una bomba pronta ad esplodere. Andai a letto sconvolta, in lacrime. Alcune ore dopo - era già notte fonda - continuavo a rigirarmi nel letto, senza riuscire a prendere sonno. Ma riecco il buco nero, le fiammelle e la solita immagine sfocata. Dopo un po', riuscii finalmente ad addormentarmi; ma al mattino mi convinsi che rimaneva una sola cosa da fare. Mi vestii e, uscendo di casa, mormorai "Addio". Quando arrivai, la Metropolitana era pressoché deserta: c'era solo qualche barbone, che dormiva sepolto sotto un mantello di giornali. Nessuno avrebbe fatto caso alla mia presenza, niente avrebbe potuto fermarmi. Il treno stava arrivando. Mi avvicinai ai binari, pronta a saltare. Come fu vicino, mi buttai sulle rotaie. Mentre ero ancora sospesa a mezz'aria, però, riapparve quel buco nero e quell'immagine. Le fiammelle erano scomparse: ora potevo vedere chiaramente i contorni di quella figura lontana; finalmente riuscivo a distinguere chiaramente l'immagine in fondo a quel buco: ero io quella figura! Era il mio corpo disteso sui binari. Ero io da morta. Era il mio volto terrorizzato. Sarei voluta tornare indietro, avrei voluto gridare al mondo quanto desiderassi vivere, e invece potevo solo vedere una lacrima scorrere sul viso di un barbone di fronte ad un corpo senza vita. Poco dopo, una telecamera riprendeva i resti del mio corpo, mentre un giornalista s'affrettava a scrivere il suo pezzo.

[Marika Paoletti & Fernando Bassoli]


 
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