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Cool di: sosoabram
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Re: Gola profonda (Deep throat, USA, 1972, col.) di Jerry Gerard (Gerard Damiano) di: rightjobspk11
Re: G. G. Allin (1956/1993) di: rightjobspk11
Re: Trade Unions – Acciaio salmastro e sudore cd (Still Standing Army, Red Sound 21, Bukowski Productions, Cardio Studios, 2011) di: rightjobspk11
Re: G. G. Allin (1956/1993) di: monica123
Re: G. G. Allin (1956/1993) di: monica123

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Interviste Tuesday 23 February 2010:
Fausto Rossi

Conosciuto a suo tempo come Faust'o, è tra le figure chiave indiscusse della musica italiana degli ultimi trent'anni. La sua carriera – che ha abbracciato in tempi non sospetti la new wave, l'elettronica, il rock e la musica sperimentale – prosegue tuttora in maniera eclettica ed imprevedibile, ma sempre inesorabilmente rilevante. Ritenendo la sua produzione in qualche modo affine allo spirito di Lamette, ho cercato di contattarlo per anni seguendo tracce invisibili. Da qualche mese – grazie all'intervento di due amici comuni (SS-Sunda e Davide Melis) – io e Fausto siamo stati finalmente messi in contatto. Quella che segue è la trascrizione quasi integrale di una lunga conversazione telefonica che ha avuto luogo all'inizio di febbraio. Buona lettura.

"Becoming visible" è uscito l'anno scorso dopo circa dodici anni di silenzio discografico da parte tua…

Sì, quando è uscito “Exit” era la primavera del ’97, “Becoming visible” è di aprile 2009; esattamente dodici anni.

D: La prima domanda va da sé: che cosa hai fatto in tutti questi anni?

R: In sintesi ho continuato ad avere a che fare con la musica, anzi, ho scritto varie cose, canzoni nuove, ma è stata un'attività periferica. Principalmente mi sono dedicato ad altro. Mi sono trovato una casa in collina e per dieci anni ho guardato le cose... ogni giorno; nient'altro.

D: Ascoltando "Exit", che è un capitolo duro, a suo modo apocalittico, o dove il testo risulta comunque urgente, predominante, io ho avuto l'impressione che volessi in qualche modo suggellare un lavoro definitivo, al di là del quale non sarebbe rimasto più nient'altro da dire…

R: In realtà c'è sempre qualcosa da dire, e non ho mai pensato di smettere; solo che avevo altre cose che mi tenevano impegnato. Inoltre trovavo molto difficile ripartire da "Exit". È un disco estremo, sentimenti estremi, volevo staccarmene. Però provavo un legame sotterraneo, forte. Riconoscevo la mia provenienza... Forse una parte di me cercava una vita più tranquilla, invece che continuamente sotto la pioggia.

D: Come mai, dovendo proseguire la tua discografia dopo "Exit", hai scelto di registrare un disco acustico?

R: Perché come ho detto, avevo bisogno di staccare da "Exit", ma ovunque mi spostassi mi pareva di sentirne l'eco; un giorno ho pensato che l'unico modo era quello di registrare un disco "solitario". "Becoming visible" sono semplici ballate di un semplice songwriter. Ho parlato del mio disagio in questo mondo cercando parole "facili".

D: L’idea che mi sono fatto di "Becoming visible" è che ci sia un certo gusto retrò, e che alcune delle tue influenze musicali di base siano state volutamente messe in luce…

R: Sì è così, in qualche modo riprende le mie origini. Io vengo da un ambiente accademico, ho studiato al conservatorio, ma già a 9 anni ascoltavo i Beatles, i Rolling Stones, il blues. Sono le cose che mi hanno più colpito da giovane. Ma la lista delle mie influenze sarebbe lunga, in effetti: ci sono anche i Kinks, gli Yardbirds, gli Animals, i Moody Blues, John Mayall, il primo punk americano…

Television?

No, dico proprio il primissimo punk. Stooges, MC5. Anche se allora veniva chiamato, "Hard Rock". La risposta inglese di metà anni ’70 è più folcloristica. In ogni caso, da lì sono usciti anche tanti dischi ormai storici, metalli preziosi. Fosse stato per Johnny Rotten...

Sono perfettamente d'accordo...

Nel giro di pochi anni le cose sono migliorate. Alcuni musicisti erano rimasti affascinati dai nuovi strumenti elettronici; più complessi dei precedenti, e soprattutto relativamente accessibili a tutti. Modellavano suoni astratti e tentavano forme nuove per la "canzone". Altri hanno preso basso chitarra e batteria e hanno dato un senso a ciò che facevano: Clash, Suicide, Cabaret Voltaire, Ultravox, Stranglers, Alternative TV, Throbbing Gristle, Talking Heads. E sai bene quanti altri... Ancora nella musica di oggi ne senti l'eco, ben definita.

D: E sul binomio Bowie-Iggy Pop?

R: A metà anni settanta Bowie era in declino, aveva bisogno di credibilità. Iggy Pop era la persona giusta al momento giusto. Iggy garantiva per lui. "Space oddity", "Hunky Dory", "Ziggy Stardust" sono dischi molto belli, ma in "Aladdin sane" Bowie si è già perso. Il mondo comincia a girare sempre più veloce e lui non sa proprio su che treno salire. "Ashes to ashes" – che trovo davvero emozionante – forse è l’ultimo vero disco di Bowie.

D: So che in questi giorni hai appena finito un nuovo disco. Puoi anticiparci qualcosa a riguardo?

R: È un esperimento, una specie d'immaginazione… poi... deve ancora uscire… parliamone quando sarà pubblicato.

D: Mi sono spesso chiesto quale fosse il tuo rapporto con la dimensione live. Ti piace fare concerti o preferisci che la gente ascolti semplicemente la tua discografia e la interpreti come meglio crede?

R: Mah, il fatto è che la dimensione live è naturale per un songwriter. C’è anche chi come Nick Drake non amava esporsi... ma il concerto è parte fondante della musica rock, un po' come la messa alla domenica... anch'io lo sento come un'azione naturale. Vorrei aprire una parentesi: quando uso la parola "songwriter", lo faccio perché intendo allontanarmi il più possibile dal consorzio-dei-cantautori, che dagli anni sessanta fino ai nostri giorni hanno tradizionalmente espresso i loro live all'interno di manifestazioni e "situazioni" politiche, e insieme ai partiti hanno gozzovigliato. ...No, direi che non è esattamente la mia dimensione. E non è neppure quella di tante band e songwriter americani o inglesi, australiani, italiani, spagnoli... che suonano dove capita, e non dove devono.
Oltretutto la parola "cantautore" è un neologismo dei primi anni sessanta e ha un senso piuttosto definito. Una connotazione lontanissima dalle mie origini musicali e culturali.
Quella del cantautorato è un'ambientazione precisa degli ultimi quarant'anni, che ha strisciato anche tra i banchi del parlamento, con dei nomi precisi, e una storia altrettanto precisa. Sono sempre stato alla larga da quella setta.
Tornando ai concerti... Quando riesco a suonare con la band, beh... mi piace molto, è il mio "ego" in libera uscita... ;–) come è capitato a luglio a Ferrara con i Massimo Volume. Ma anche salire su un palco da solo, "acustica" e voce, senza una band che fa da scudo... è un'emozione molto particolare, più privata.
In ogni caso non è facile riuscire a suonare con una certa continuità. Ne parlavamo a Ferrara con Giorgio Canali: è una gran desolazione, si fa fatica a tenere insieme un gruppo. Ci sono dei costi da sostenere, e vivere del proprio lavoro non è sempre facile. Tanti locali stanno chiudendo, o nella maggior parte dei casi sono lottizzati dalle major. E infine la situazione culturale italiana; credo che almeno il 90% della musica prodotta in Italia sia una sottospecie della merda. Forse è impopolare, ma è la verità… il pubblico è idiota, il più delle volte non capisce l'importanza bellica e organizzativa della musica. Diversamente dagli anni sessanta e parte dei settanta.

D: A maggior ragione se i discografici non sono degli operatori culturali ma dei commercianti di jingle radiofonici…

R: Chi si preoccupa della pirateria? Le major, e solo le major. A me personalmente non preoccupa. Anzi, che sia la benvenuta, la pirateria, se questo può aiutare a spezzare le reni delle major, ben venga. Purtroppo non credo siano nemici "abbordabili", per il momento. La mia impressione è che tra due o tre anni, i padroni della musica sul web saranno loro. Forse avranno altri nomi, ma tutto il "sistema" si assesterà su Internet come uno specchio della vita "reale".

D: Visto che ne stiamo parlando: qual è il tuo rapporto con Internet?

R: Internet è uno strumento di comunicazione progredito ed evoluto rispetto ai precedenti, e quindi interessante e importante per sua stessa natura. Ma proprio perché è uno strumento di comunicazione non vedo come potrà resistere, come potrà non essere sopraffatto, corrotto, come è già successo alla radio, alla carta stampata e alla televisione. Una volta c’erano le radio libere. Ora prendono royalties di milioni dalle case discografiche. E alla TV? Tutto quello che passa in un programma musicale come "X Factor" è opzionato dalla Sony.

D: Tocchiamo un argomento di cui ormai si legge poco. C’è chi ti conosce come Faust'o, e ha seguito l’inizio della tua carriera, ma poco o nulla sa di quello che è successo dopo l’orwelliano 1984. Tu come guardi in retrospettiva alla tua produzione di quegli anni, e in particolare alla triade "Suicidio"-"Poco Zucchero"-"J'accuse"?

R: Non mi ricordo più un cazzo. No, davvero, non ne voglio parlare, non mi ricordo più niente. È stato un periodo spiacevole, due mondi che non possono e non devono incontrarsi.

D: Nel senso che rinneghi quei dischi?

R: No, ma era un altro mondo, erano altre cose. Me ne sono andato da tanto tempo. Un giorno sono uscito di casa e non sono più tornato... Non mi riguarda più, è un argomento per nostalgici. Me ne sono andato perché non volevo più vedere quella gente, avere a che fare con loro. E non voglio più avere a che fare con nessuno di loro. Meglio l'indigenza che avere a che fare con quel mondo di "pervertiti".

D: Quindi secondo te esiste davvero un abisso tra le due dimensioni major e underground o è un confine molto più sottile di quanto non si vorrebbe far credere? In altre parole, c'è davvero una maggiore "moralità" nel circuito indipendente?

R: Non è una questione di moralità; l'etichetta indipendente sarebbe felice di diventare una major… Ma è anche vero che a differenza di tante realtà indipendenti di altri paesi, soprattutto americane e inglesi, in Italia la vita per le piccole etichette non è poi così facile. Oltretutto noi non abbiamo ancora le potenzialità di vendita di cui godono Inghilterra e Stati Uniti nel mondo. Ma alla base c'è un pubblico diseducato ad ascoltare cose che abbiano un minimo di spessore.

D: Ma al di là delle intenzioni iniziali, i tuoi dischi sotto major, una volta iniziati i lavori, erano soggetti a qualche tipo di controllo da parte dell'etichetta?

R: Naturalmente i discografici speravano che io presentassi del materiale di un certo tipo, qualcosa che potesse funzionare più facilmente in ambito commerciale, però in CGD e in Ricordi i dischi che ho realizzato sono piaciuti, anzi in tanti casi mi hanno sentito più vicino ai loro "gusti". In realtà ho sempre fatto quello che in quel momento sentivo di voler fare.

D: Calco la mano per l’ultima volta: l'episodio della mela mangiata durante il playback era premeditato o costruito dai tuoi discografici?

R: Non mi ricordo… però ricordo che quando partecipavo a quei festival mi divertivo tanto.

D: Come sono i tuoi rapporti con il tuo fan club, e cosa ne pensi dei tributi grafici e musicali che ti hanno dedicato?

R: I rapporti sono buoni. Quanto ai tributi, sono dei loro regali, e i regali si accettano in quanto tali. Ci sono delle cose più interessanti, altre meno, ovviamente, ma non mi sembra il caso di andare a sindacare… credo che ognuno di loro l'abbia fatto con piacere, e tanto basta.

D: Se dovessi indicare, tra i tanti, i tuoi dischi più riusciti, quali sceglieresti e perché?

R: "Cambiano le cose" e "Exit", perché sono molto affezionato al mio stato d'animo del momento e all'atmosfera che si creò intorno a quei dischi. In tempi e situazioni diverse.

D: "Exit" è stato registrato in uno studio casalingo?

R: Sì, eravamo a casa mia in collina, abbiamo fatto tutto lì fino alla fase di masterizzazione. Mentre "L’erba" è stato registrato a casa mia, a Milano. Durante le session di "Exit" suonavamo e registravamo liberamente in qualsiasi ora del giorno e della notte da varie postazioni (la casa era su due piani); tutto si muoveva in un'atmosfera creativa che non ho mai più ritrovato.

D: Immagino che ci siano un sacco di outtakes…

R: Sì, ce ne sono tante. Ho anche pensato di recuperarle, dovrei riversare i vecchi master. Io non sono un fan di queste cose, ma se salta fuori qualcosa di interessante, che abbia comunque un qualche valore artistico, non vedo perché non farlo ascoltare. Il resto è un po' feticismo, del resto anche io, se a diciott'anni avessi incontrato Mick Jagger o Paul McCartney, gli avrei spaccato le palle con tutte le domande più assurde che si possano rivolgere a un personaggio pubblico. Tutti diventiamo in qualche modo stupidi, se passiamo dalla parte dei fan. O se dalla terra guardiamo le stelle... Pensa che quando Ringo Starr venne in Italia per presentare "Ringo’s Rotogravure" con la Polygram, io riuscii a scoprire l'albergo di Milano dove alloggiava e chiamai il centralino chiedendo di Mr. Starkey. Per un buco della sicurezza – un po' come quello che ha permesso a quel fascista di prendersi il duomo in faccia – me lo passarono sul serio. Rispose con voce assonnata e appena capì che si trattava di un fan, mi regalò un "Fuck you" e mise giù. Aveva tutte le ragioni del mondo, e a ripensarci lo ricordo con piacere, anzi, se mi avesse mandato affanculo dieci volte, sarei stato dieci volte più contento.

D: Last but not least: che cosa stai ascoltando ultimamente?

R: Ascolto poca musica, e per lo più vecchi dischi. Se non altro perché sono preso dalla composizione del disco che seguirà quello che ho appena finito.

D: Quindi ce n'è un altro in programma?

R: Sì, anche perché quello che ho terminato adesso è un lavoro che direi più concettuale che musicale... insomma quel genere di cose che, se le metti su un piano puramente musicale, allora fai un po' fatica ad ascoltarle due volte… Oppure può risultare interessante seguire l'evoluzione di un suono, la sua trasformazione nel tempo.

…"Metal machine music"?

No, non è così… ma forse meno ascoltabile!!

D: E quello che stai realizzando adesso?

R: Sarà composto da più canoniche canzoni, anche se ancora sto immaginando come le vorrei vedere realizzate Ci sto lavorando un po', sto facendo delle prove...

D: Pensi di tornare a cantare in italiano in futuro?

R: In parte è quello che voglio fare, ma continuerò a scrivere anche in inglese. Non voglio togliermi il gusto di scrivere canzoni che possono nascere di getto, testo e musica che appaiono insieme. Dev'essere un vero divertimento per inglesi e americani scrivere canzoni pop/rock. Sai che l'inglese ha il vocabolario più ricco di vocaboli in assoluto? Da giugno ha raggiunto un milione di parole grazie al contributo di popolazioni straniere naturalizzate, e continua ad arricchirsi di neologismi. Anche l'Italia però si difende bene: il nostro vocabolario è al terzo posto nel mondo…

Bene, io ho esaurito le domande. Ti ringrazio di cuore per la conversazione.

Grazie a te per l'intervista!

[Simone]



Sito ufficiale: www.faustorossi.net
Fan club: isidebloginfausto.splinder.com

 
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