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Articoli Saturday 05 March 2011:
Ricordando Giovanni Buzi - Il suo libro "Le dieci morti di Tran-Silvana" in uscita su Edizioni Il Foglio a un anno dalla scomparsa

Ricordando Giovanni

Non posso scrivere un ricordo formale di Giovanni, da editore vero. No che non lo posso fare. Ero soltanto un amico, un collega che condivideva le sue stesse passioni. Non lo posso scrivere, perché lui non era una persona formale. Era un artista. Un vero artista. Qualunque cosa facesse. Fossero quadri trasgressivi, racconti porno horror, rivisitazioni di classici del passato, storie fantastiche, vicende trucide per raccolte nere, visioni erotiche per Cronaca vera e gialli poco classici per il Giallo Mondadori. Giovanni era un ragazzo geniale e fuori dalle righe, amava gli scrittori cannibali, le leggende imporobabili, estrapolava dalle storie del passato vicende condite di erotismo e orrore, faceva vivere ai lettori incubi e passioni. Le storie che ci ha lasciato narrano com’era Giovanni, lo descrivono meglio d’una fotografia, immortalando per sempre un sorriso aperto e un temperamento allegro, pieno di voglia di vivere. Voglio ricordare Giovanni quando ci siamo incontrati l’ultima volta al Pisa Book Festival, un po’ di tempo fa, alla Stazione Leopolda. Voglio ricordare Giovanni mentre mi regala con orgoglio il suo primo libro edito da Roberto Massarri, un piccolo editore di Viterbo, introdotto da Alda Teodorani, la sua scrittrice preferita. Voglio ricordarlo mentre mi scrive l’ultima mail da Bruxelles, quando sapeva che sarebbe stata l’ultima e mi prega di far uscire il suo libro prima possibile, ché avrebbe voluto vederlo. Non ce l’ho fatta, Giovanni. Ed è una colpa molto grave. Non ce l’ho fatta, intrappolato come tutti tra le mille cose da fare della vita quotidiana. Non ho capito che per te sarebbe stato importante, che si trattava d’un desiderio terminale. Vedere la tua creatura prima di lasciarci. Spero che dal luogo dove ti trovi adesso guarderai soddisfatto il tuo ultimo capolavoro. Uno scrittore non muore mai definitivamente. Restano le sue storie.

[Gordiano Lupi]



A seguire, un racconto estratto da "Le dieci morti di Tran-Silvana".

www.ilfoglioletterario.it
Per ordinare il libro: ilfoglio@infol.it

TRAN–SILVANA

Era bella, Tran–Silvana, e lo sapeva. Pelle chiarissima dalla tessitura levigata, perfetta, da santa d’altare. Statua di marmo ricoperta di velluto. Forme solide, arrotondate. Uno sguardo allo specchio; un piccolo pennello depositava polvere color argento su una palpebra. Al di sotto si indovinava l’occhio muoversi, agitarsi, cercare nell’invisibile. Un tocco d’argento sulle lunghe ciglia biondo naturale; un brillio e la palpebra si sollevò sull’iride celeste. Sorrise appena, Tran–Silvana, quando, con delicatezza, poggiò sull’indice una pellicola concava, traslucida come la conchiglia di uova d’una mantide religiosa. Pensare a uova di mantide la mise di buonumore. A volte il suo pensiero vagabondava e lei lo lasciava fare, come mano che nel buio esplora. Le labbra carnose tinte di rosa perla si stirarono fino a scoprire denti perfetti e falsi come buona parte del suo corpo. Chissà come sono in realtà le uova di mantide?, pensò mentre applicava la lente colorata all’iride. Dovrò informarmi. Sistemata la seconda lente, fissò lo specchio. Quel viso aveva qualcosa d’inquietante, qualcosa che inquietava perfino lei. Evitava di guardarsi troppo su superfici riflettenti, Tran–Silvana. Più d’una volta aveva temuto d’autoipnotizzarsi; fosse successo, quali comandi si sarebbe data? Eppure quella sera, di fronte allo specchio, trattenne il respiro e restò a contemplare il suo viso perfettamente rimodellato, privo di ogni ruga ed espressione. Freddo, distante, isolato in un’aura atemporale. Cancellare il tempo; uno dei tanti sogni di Tran–Silvana. Cancellarlo con un solo gesto, come si fa col velo di freddo sui vetri d’inverno. Non restano che tracce di gocce, presto assorbite da una patina che separa dal mondo di fuori. All’improvviso, al di là della porta, un rumore. Voltò il capo; sull’elmo di capelli platino tirati all’indietro serpeggiò un lampo. Trattenne il respiro. Il leggero strato di cipria brillò un poco. Silenzio. Tornò a guardare lo specchio. Perché avere paura? Di cosa, di chi?
Unici tocchi di colore su quel viso d’un bianco da maschera di teatro giapponese erano i rosa delle labbra e delle iridi. Così aveva voluto la tinta delle lenti a contatto, quella sera. Si alzò. Spalle e schiena nude, poderose ma arrotondate. La scollatura posteriore si arrestava all’incavo delle natiche. Si voltò. Il décolleté metteva in evidenza il seno da maggiorata. C’era o no qualcosa di strano al di là della porta?... All’ascolto, le pupille rosa si immobilizzarono. Niente. Per pochi istanti fu come avesse perso la memoria. Di tutto. Di ogni istante della sua esistenza. Il lungo abito di satin avorio rimandò un sottile fruscio e un brivido luminoso lo percorse quando Tran–Silvana, richiamato a sé lo sguardo, fece un passo verso una consolle. In un cassetto, una settimana prima, aveva lasciato il girocollo d’oro bianco e polvere di diamanti. L’avrebbe indossato. Col guadagno di quella notte avrebbe potuto ricomprarne un altro, forse due. Mentre sorrideva, lo sguardo le cadde su un velo bianco trapunto di un ricamo d’argento. “Devi vestirti con ciò che hai di più chiaro”, erano state le istruzioni di Amanda, la sua datrice di lavoro. “È l’unica indicazione che ho avuto dal cliente. Vedi di farlo contento, è un personaggio che non voglio perdere. Per nessun motivo. Mi ha chiesto la migliore e, lo sai, la migliore sei tu”. Quando Amanda faceva complimenti del genere, c’era da stare all’erta. Tran–Silvana aveva sollevato il fine arco grigio delle sopracciglia e staccato un poco il cellulare dall’orecchio. “Quanto?” aveva chiesto. Sentita la cifra, si era fatta di colpo attenta. “Non mi stai prendendo in giro?”, aveva aggiunto. Il cellulare era rimasto muto per un attimo, poi Amanda, professionale e distaccata come sempre, aveva detto: “Fatti trovare pronta per le 20. Passerà a prenderti l’autista”. “Ne sono onorata” aveva fatto eco Tran–Silvana. “Mi raccomando”, Amanda: “se il cliente sarà contento, per te ci sarà anche un bel regalo...”. “Da parte tua?”, l’aveva interrotta, stupita, Tran–Silvana. “Sì”. Questo era davvero inquietante; Amanda faceva raramente regali. Molto raramente. “Non ti preoccupare, il tuo prezioso cliente sarà più che soddisfatto”.
Uno sguardo all’orologio da polso in cristallo: le 19 e 48. Tran–Silvana si diresse di fronte al grande specchio a muro, girò un poco le spalle: la scollatura era vertiginosa. Sentì un brivido fra le natiche. Si mise di profilo e, compiaciuta, seguì con lo sguardo la curva dei seni floridi (rifatti), i fianchi morbidi (aggiustati), il sedere bombato (rialzato). Lento, lo sguardo si spostò in orizzontale fino ad arrestarsi sulla curvatura che delineava la parte opposta al sedere. Sotto al luccichio dell’avorio di satin, il gonfiore era netto: l’arma era pronta all’uso, pronta a far fuoco.
Alle 20 in punto il citofono suonò. La limousine nero metallizzato era dello stesso colore della divisa dell’autista che, con garbo, aiutò a salire Tran– Silvana, in bilico su stratosferici tacchi a spillo color argento. Sedutasi, accomodò il velo sul seno, accavallò le gambe e disse: – Scusi, signore, devo mettere la cintura di sicurezza? L’autista voltò appena il viso squadrato e con voce maschia rispose: – Ne ha ancora bisogno?
– Prego? –, fece Tran–Silvana, sorpresa; non aveva l’abitudine di essere trattata in quel modo. Dagli autisti, poi... Giocherellando col girocollo di polvere di diamanti, proseguì: – scusi la franchezza, ma devo annunciarle che lei è un cafone.
Con uno scatto, l’auto partì. Tran–Silvana sentì la schiena incollarsi al sedile di velluto nero.
– Sa cosa mi ha detto un giorno la mamma? – disse l’autista.
– Cosa? – rispose Tran–Silvana scavallando le gambe e ancorandole a terra.
– Per avere fortuna nella vita devi trattare le signore da puttane e le puttane da signore.
Tran–Silvana passò discreta la mano sui capelli biondo platino, un momento di riflessione e rispose: – Se ho ben capito, mi sta facendo un complimento.
– Esatto – disse l’autista.
– La ringrazio di cuore, ma... – le pupille rosa di Tran–Silvana ruotarono lente verso l’alto – nella teoria della sua mamma ci dev’essere una piccola svista.
– Sarebbe?
– Anche se le ha insegnato come trattare le signore e le puttane, lei, signore, mi sembra che non abbia fatto molta strada.
– Le posso assicurare che di strada ne ho fatta abbastanza –, replicò il tipo senza girarsi.
– Non è difficile, quando si è autisti. – Detto ciò, Tran–Silvana si chiuse in un silenzio di tomba.
Dopo una mezz’ora, l’auto si fermò di fronte a un cancello di metallo nero di una villa sull’Appia Antica, alla periferia di Roma. Al di là del muro di cinta frusciavano alti alberi.
– Siamo arrivati? –, chiese la bella all’autista che, senza rispondere, spinse il tasto di un telecomando.
Con un brusio, il cancello rientrò lento nella muratura. L’auto avanzò sul viale di brecciolino bianco. Tutt’intorno, pini marittimi, palme, fiori, cespugli d’alloro. Profumi si spandevano nell’aria tiepida della bella serata di maggio. Qua e là, fiaccole in vasi di terracotta. Frammenti di colonne, capitelli, un frontone di tempio. Su un piedistallo di marmo rosso, una statua ammantata seguì con lo sguardo l’auto che svoltò e parcheggiò sotto una pergola. Poco distante, completamente illuminata, risplendeva la villa: un compromesso tra un casolare di campagna e una navicella spaziale. L’architetto aveva inglobato lo scheletro di una fattoria del Settecento e i resti di una villa della Roma antica in una struttura di vetro, acciaio e cemento. Ampie vetrate si innalzavano da pareti in laterizi. Cupole trasparenti ricoprivano vari ambienti. Da un muro di marmo nero, una lenta cascata d’acqua finiva in una grande piscina ovale. Lampade interne facevano splendere frammenti di mosaici, onde stilizzate che si muovevano fluide intorno a dei e mostri marini. L’agitarsi dell’acqua e i riflessi di luce davano alle figure respiro e movimento, tanto da dare l’illusione che fossero vivi. Vivi e capaci d’emergere, da un momento all’altro.
– Prego – disse l’autista aprendo la portiera a Tran–Silvana che, stringendosi nel velo, scese facendo attenzione a dove poggiava gli alti tacchi a spillo.
– È simpatico, qui – ,disse guardandosi intorno.
– Molto simpatico –, rispose l’autista. Con le pupille rosa, Tran–Silvana lo passò allo scanner; fosse meno impertinente e, soprattutto un tantino meno autista, gli si sarebbe messa a quattro zampe seduta stante. Avrebbe sollevato il viso– muso e avrebbe annusato quella patta di pantaloni nero metallizzato con la fame di una leonessa che non sbrana da settimane. Ma Tran–Silvana era lì per lavorare, non per divertirsi. Durante i quattro anni che aveva passato in Italia, aveva sempre lavorato. Era stata una delle cubiste più in voga. I sagaci lettori avranno già capito che cubista non ha niente a che vedere con Picasso e company, ma molto con la musica, la danza, la notte. Da tre anni la bella aveva abbandonato il cubo per lavorare a tempo pieno nella famosa agenzia di modelle Demony International, proprietà dell’ex mannequin inglese Amanda Shelly. L’agenzia era nota anche per dare in affitto le splendide ragazze, provenienti dai quattro angoli del mondo, per sponsorizzare ogni tipo di prodotto, dai diamanti ai detersivi o come accompagnatrici per public relation e spesso per serate private. Tran–Silvana era una delle più richieste, specialmente per quest’ultimo servizio. Ventidue anni portati con gloria, proveniente da un non meglio identificato Paese dell’Europa dell’Est, era una vera e propria Principessa delle Nevi. La pelle candida, i capelli naturalmente platinati, alta un metro e settantasei, novantatré di torace, sessantadue di girovita, novantuno di fianchi e ventidue di cazzo. Uno vero, dalla nascita. Uno dei suoi pochi “pezzi” che non avevano ricevuto ritocchi: non ce n’era bisogno.
– È una villa veramente splendida! –, disse con entusiasmo Tran–Silvana seguendo l’autista verso l’ingresso. – A chi appartiene?
L’uomo, una trentina d’anni, aitante e muscoloso come solo certi autisti d’alto bordo sanno essere, voltò appena il capo e disse: – tra poco lo scoprirà.
Che culo hai, porcatroia, pensò Tran–Silvana a veder le natiche dell’autista scolpire il tessuto in movimento dei pantaloni nero metallizzato. Certo, il tuo padrone sarà di un’altra pasta... già m’immagino il vecchione flaccido e bavoso che mi attende in quest’astronave: un ibrido fra ET e un senatore dell’antica Roma.
All’interno della villa, una serie d’ambienti fluivano l’uno nell’altro senza interruzione. Pareti di metallo nero ondulavano accanto a resti in muratura antica, soffitti in plexiglass luminescenti rischiaravano brandelli di mosaici incastonati nel marmo rosso sangue del pavimento. Arrivati in una sala circolare dalle cui pareti di pietra scabra colava una sottile pellicola d’acqua, l’autista mostrò a Tran–Silvana una poltrona in pelle di serpente e disse: – Si accomodi, il signore arriva subito. Le posso offrire qualcosa da bere?
– Un gin tonic, grazie –, rispose l’invitata sedendosi e accavallando con arte le lunghe gambe. I tacchi a spillo brillarono come aculei di un istrice d’argento.
L’autista sparì lungo un corridoio scandito da teste di marmo infisse su lance. Tran–Silvana, sistemato il girocollo d’oro bianco e polvere di diamanti, restò a fissare una curiosa statua, un uomo nudo, in piedi, a grandezza naturale che sembrava essere il fratello gemello dell’autista. La donna–uomo si alzò e si avvicinò. Incredibile, anche al tatto quella statua sembrava essere di vera carne: i tessuti muscolari erano leggermente rigidi, ma la pelle aveva la temperatura corporea di un essere umano e il viso, lo sguardo erano vivi. Le labbra sembravano volersi schiudere e il torace sollevarsi in un respiro. Ma di quella statua semivivente, la cosa più straordinaria restava il pene: eretto, di dimensioni esagerate, impennato in una sciabolata che feriva l’aria. E... turgido. Tran–Silvana l’impugnò e lo sentì pulsante, pronto a scattare in pericolosi affondi. Com’era possibile? La sua mano, munita di unghie affilate, argentate, iniziò un saliscendi lento, ritmico, regolare: echeccazzo, quel cazzo era vero! Non era una mente, Tran–Silvana, ma di cazzi, almeno, se ne intendeva.
– Disturbo?
Bloccata la mano, Tran–Silvana si voltò. Le pupille rosa si accesero quando videro l’autista, come mamma l’aveva fatto.
– Ecco il suo gin tonic –, continuò l’uomo avanzando a passi lenti col cocktail su un vassoio d’argento.
Nudo, atletico, del tutto identico alla statua. Cazzo compreso. Tran–Silvana fece tanto d’occhi, eppure erano poche le cose che potevano ancora stupirla.
– Vedo che ha già fatto conoscenza con mio fratello –, disse l’autista presentando il vassoio.
– Prego? –, rispose confusa Tran–Silvana.
– Mio fratello gemello, l’ho imbalsamato due mesi fa. Ci somigliamo, vero? –, disse l’autista con un sorriso che scoprì una dentatura perfetta.
– Be’...
– Non trova? Guardi, siamo identici, in ogni dettaglio –, concluse il tipo in un leggero avanzare del bacino.
Niente da dire, erano fotocopia l’uno dell’altro. Fotocopia tridimensionale. Anche i cazzi sembravano identici. Per accertarsene, Tran–Silvana prese l’uno e l’altro in mano (che bella invenzione, due mani!, pensò in quel momento).
– Signora, la prego –, fece l’autista, – il suo gin tonic si riscalda e, lei lo saprà, non c’è niente al mondo peggiore di un gin tonic tiepido.
– Vedo che non abbandona la teoria della sua mamma –, disse Tran–Silvana togliendo le mani da quei due caldi corni di rinoceronte e prendendo il cocktail.
– Sarebbe a dire? –, rispose l’autista.
– “Trattare le signore da puttane e le puttane da signore”. Or ora, mi ha trattata da signora.
– Credo che lei, nel profondo del suo subcoscio, sia una vera signora, o sbaglio?
– Carissimo, tanti soldi ho speso inutilmente, ma nessun centesimo è andato agli psicanalisti. – Tran–Silvana passò leggera una mano sui capelli platino, prese un bel respiro e continuò – Tutto questo è molto simpatico, ma io sarei venuta per incontrare il suo padrone, o sbaglio?
– Che linguaggio d’Ancien Regime!
– Trova?!
– In questa villa non ci sono né padroniautisti.
– Ah sì?...
– Sì.
– Mi fa molto piacere –, disse Tran–Silvana dando un’istintiva sistemata al seno, in perenne rischio d’emigrazione clandestina. Data decenza alle false mammelle, dai capezzoli con biglia acciaio automuniti (ultimo modello), l’uomo–donna continuò: – Quindi lei, se ho ben afferrato, sarebbe il padrone dei luoghi.
– Ha ben afferrato –, fece eco l’autista.
Con elegante movimento, Tran–Silvana scolò il gin tonic.
– È vero, si è un po’ intiepidito –, disse leccando le ultime gocce.
– Ne vuole un altro?
– Scusi, sono qui, pagata profumatamente, per lavorare o per bere gin tonic?
– È qui per essere al mio servizio.
– Insomma, lei sarebbe il Boss?
– Esatto –, rispose l’autista che, poggiato il vassoio su un piccolo tavolo in lacca rosso fluorescente, si rialzò col cazzo sempre sull’attenti.
– Le dispiace se faccio un colpo di cellulare alla mia agenzia? –, disse Tran–Silvana.
– Perché, non crede che sono stato io a ingaggiarla? –, sorrise il gran fusto dell’autista.
– Okay, lei è il capo, l’arcimilionario che ha un cazzo da favola, due mesi fa ha imbalsamato suo fratello gemello e oggi, tanto per svoltare la serata, si è affittato una trans di lusso. Mi sbaglio?
– Per niente.
– Ci credo. Io credo a tutto quello che mi dicono. Da tempo, lo sa? Che devo fare? Mi dica, sono a sua disposizione.
– Succhi il cazzo di mio fratello.
– La... statua? –, fece Tran–Silvana in un battito delle ciglia argento sul rosa delle pupille.
L’autista sorrise in segno d’assenso. Tran–Silvana sollevò l’abito, si mise in ginocchio ed eseguì. Non era poi male, aveva creduto peggio. Anzi, col tempo quel cazzone imbalsamato o che altro fosse sembrava sempre più vivo, partecipe. Della statua aveva la sublime rigidità, dell’essere umano il calore che solo dà il sangue che scorre nelle vene.
– Sollevati bella, e dammi il culo –, sentì la voce maschia dell’autista.
Non stava lì per obbedire? Tran–Silvana si mise a pecorina, inarcò la schiena, sollevò l’abito di satin avorio, abbassò le mutandine di pizzo color crema e, divaricando con la grazia che la distingueva le gambe, offrì l’occhio che tutto vede all’autista. Il tipo le lubrificò l’ano con un gel profumato alla fragola, si mise in posizione e a colpi sapienti, insistenti le infilò, poco a poco, l’intero corno di rinoceronte che aveva in dotazione. Corno duro che a ogni spinta ampliava l’ano della bella Principessa delle Nevi che, d’improvviso, vide di fronte a sé una pianura sconfinata, bianca, ricoperta di polvere gelata. Un freddo polare le ghiacciò le vene quando, d’un sol colpo, sentì i coglioni dell’autista sbatterle contro le natiche. E urlò, la bella, quel tanto che le permise il cazzo gemello che le ingolfava bocca e gola. L’autista–padrone iniziò a stantuffare di brutto, il fratello–statua impediva ogni libera uscita a Tran–Silvana che ben presto fu una maialona infilzata a porchetta. L’autista le strappò di dosso l’abito; le perfette zinne posticce sballonzolarono al ritmo dei suoi coglioni depilati: non aveva un solo accenno di peluria, Tran–Silvana, tranne le ciglia e i lunghi capelli platino. L’autista glieli sciolse, li agguantò e tenendoli a mo’ di briglia, la continuò a cavalcare con potenti affondi. Le biglie metalliche all’interno dei capezzoli davano un intenso piacere a Tran–Silvana che, lanciando gemiti, inarcava il più possibile la schiena per ricevere fino in fondo le sciabolate dell’autista. Intanto, pensava “Che strano, di solito questo è il servizio che chiedono a me!”. La statua–mummia del fratello gemello restava impassibile come un faro alla tempesta, mentre il cazzo le lavorava la gola e, ritmicamente, affondava giù nell’esofago. Tran–Silvana cercava di trattenere il vomito che, a ondate, voleva risalire dallo stomaco; tenne duro, sapeva che nell’avvicinarsi all’estremo piacere si sconfinava in quella zona vaga in cui piacere e dolore, delizia e schifo, profumi sopraffini e liquami stomachevoli perdono una netta definizione per fondersi in una sublime sensazione senza nome. Da quell’intreccio di corpi vivi e morti, carne umana e silicone, immobilità e movimento, silenzi e gemiti soffocati aveva origine un’irradiazione di energie che tentava di mutare in pura luce. E, inglobati in una mandorla fluorescente, vedeva quei tre corpi in pieno godimento il vero proprietario dei luoghi, il signor X, potente politico, che, al di là di una parete a specchio brunito, sdraiato su un divano, ammirava la scena dall’inizio. Grasso, nudo, sniffava di continuo cocaina e poppers tirandosi con foga il cazzo che non riusciva a diventare duro, al contrario di quello di Tran–Silvana che si era irrigidito nella gloria dei suoi ventidue centimetri. Sudando come salsiccia sulla griglia, il signor X lasciò cazzo, cocaina, poppers e alzandosi nell’oscenità della sua altezza e grassezza, fece un passo verso la parete e spinse un pulsante. Lo specchio scivolò nella muratura: il gigante di lardo comparve agli occhi rosa shocking di Tran–Silvana che irrigidì il corpo intero, mentre l’autista continuava a stantuffarla facendola quasi soffocare contro il cazzo sempreretto del fratello mummificato. Con difficoltà la bella riuscì a liberarsi da quei due corni di rinoceronte. Diede un colpo di capo alla capigliatura scomposta, si eresse sugli stratosferici tacchi a spillo e mostrandosi nella sua conturbante, ambigua bellezza, restò a fissare il nuovo venuto, mentre esofago e sfintere boccheggiavano ancora.
– Buonasera –, disse il padrone di casa. – Disturbo?
L’autista si irrigidì in una posa che ricordava quella del fratello–statua. Tran–Silvana, il corpo percorso da un’onda di piacere frustrato, divaricò le lunghe gambe e, pisellone eretto, disse: – E ‘sto cagacazzo chi è? Aspetta, aspetta... mi sembra di averlo visto in televisione...
– Possibile –, fece compassato il signore.
– Piacere –, rispose Tran–Silvana che, subito dopo, sbiancò.
Da dietro la schiena, il signor X aveva fatto apparire nella mano destra una siringa contenente liquido bluastro. Vista l’espressione di meraviglia e terrore dipinta sul viso dell’uomo–donna, con goduria aggiunse: – Non ama corpi appuntiti che possono entrare nel suo?
– Dipende –, cercò di ritrovare un self control la bella.
– Dalla dimensione e dalla taglia dell’ago, immagino.
– Immagina bene.
– Non crede che la qualità del liquido contenuto in tali corpi penetranti possa avere la sua importanza?
Mentre il suo cazzo perdeva visibilmente colpi, Tran–Silvana rispose: – È una lezione di ingegneria idraulica che mi vuole fare?
– Non ne sarei capace –, rispose il signor X.
– Allora, che cazzo vuole?
– Il suo, e non solo quello –, sorrise con semplicità la montagna di lardo. – Una piccola puntura e diverrà tale al fratello gemello del nostro caro Gabriele, non è vero? –, concluse in direzione dell’autista.
– Ok, il gioco è bello finché dura poco –, disse Tran–Silvana raccogliendo i brandelli del vestito. – Auguro a tutti voi una piacevole serata.
– Come signorina, vuole già abbandonarci? –, disse il signor X con espressione triste.
– Sono spiacente, ricordo solo ora che sono attesa dai...
– Gabriele!
Quella parola cadde come un angelo a ciel sereno. L’autista si risvegliò dal torpore e in un solo movimento afferrò Tran–Silvana che, pietrificata, restò a fissare quella palla di grasso avanzare verso di lei. Un gesto rapido e la siringa affondò in pieno ventre. Neanche il tempo di un grido e l’uomo–donna si sentì gelare.
– Gabriele, occupatene per bene. Non si hanno tutti i giorni esemplari simili. Sistema il vestito e rimettiglielo, la voglio nella stessa posa in cui tu e il tuo caro fratello ve la siete lavorata. L’ho pagata cara, ma ne è valsa la pena. La signora Amanda se li è guadagnati tutti, questa volta, gli euroni. Datti da fare: lo sai che il siero blu agisce presto.
– Subito, signore –, rispose l’autista.
– La Sala Artica è pronta?
– Prontissima.
– Il falso ghiaccio e lo sfondo sono a posto?
– Ho finito di dare l’ultima mano di celeste al cielo proprio questa mattina.
– Bene. Vai caro, hai molto da fare adesso. Io mi ritiro, sono un po’ stanco; tutte queste emozioni, alla mia età...
Il signor X rientrò nella sala da cui era arrivato. Mentre la parete di specchio brunito si richiudeva, sospirò: – Speriamo che la cena che darò sabato prossimo nella Sala Artica sarà gradita dall’industriale russo. Da qualche anno è così difficile accontentarli...
In un fruscio discreto, la parete si richiuse. Su di essa si riflesse l’ombra di Gabriele con sulle spalle lo splendido corpo già semirigido di Tran–Silvana. Il siero “Semprevivo”, una recentissima invenzione, una volta iniettato nel ventre agiva in pochi secondi: i liquidi, le parti molli e i tessuti muscolari iniziavano a solidificare. Se nel giro di due ore non si fosse svuotata ogni vena e rimpiazzato col siero blu ogni goccia di sangue, questo si sarebbe trasformato in un solo blocco vetroso rendendo vana la miracolosa invenzione. Fatto tutto nei tempi previsti, quel corpo sarebbe restato per sempre in uno stadio tra la vita e la morte; i tessuti avrebbero mantenuto elasticità, consistenza, temperatura intorno ai trenta gradi e tinta originale della pelle. Gli si poteva far assumere qualsiasi posizione e atteggiare il viso in ogni espressione. Il laboratorio non era distante. Raggiuntolo, Gabriele sistemò il corpo su un ripiano d’acciaio, cercò una vena nel braccio sinistro, vi infilò un ago collegato a un piccolo tubo e iniziò a raccogliere il sangue. Il travaso del siero blu fu terminato nel tempo richiesto. Lavare il corpo, coprirlo interamente e massaggiarlo con cura con un balsamo a base di “Semprevivo”, aggiustare il vestito, pettinare e ben sistemare il tutto richiese l’intera notte. All’alba, Gabriele passò l’avambraccio sulla fronte sudata e restò in contemplazione dell’Opera: era sfinito, ma ne era valsa la pena. Il signore sarebbe stato di sicuro contento. Mise Tran– Silvana su una pedana munita di rotelle e con precauzione la trasportò nella sala a lei destinata. La porta del laboratorio si aprì automaticamente e lasciò passare l’autista e la semiviva. Cosa succedeva al cervello di quei corpi al signor X non era ancora chiaro. Dall’encefalogramma sembrava che ci fosse una qualche attività. Quale, di preciso, difficile dirlo. Eppure, quegli occhi sembravano vivi e capaci ancora di vedere. Per arrivare nella Sala Artica Gabriele e la semiviva passarono per la Sala Africana. Chissà se Tran–Silvana riconobbe nuda, nero ebano, seduta su un casco di banane Florinda, una sua ex–collega della Demony International. Nel passarle accanto, sembrò che le pupille rosa si accendessero. O fu solo uno scherzo della luce? Stesso debole lampo nell’attraversare la Sala Brasiliana. In una mini foresta amazzonica, Liana, una splendida mulatta dal corpo costellato di strass e piume verde smeraldo, apriva le gambe e mostrava i frutti maturi dei seni. Nelle altre sezioni Tran–Silvana non ebbe il tempo di passare. Presto giunse nella sala a lei destinata. Gabriele la collocò accanto a un blocco di falso ghiaccio, fece qualche passo indietro e, lanciandole un ultimo sguardo, sorrise soddisfatto. Lanciò alla semiviva un saluto militare e, spenta la luce, se ne andò nella sua stanza. Era stanco morto, ma anche questa volta aveva fatto un bel lavoro. Si addormentò con stampata nella retina l’immagine di Tran–Silvana: schiena arcuata, capelli sciolti, gambe divaricate, collo proteso, viso un poco rivolto verso la spalla. Il vestito, strappato sul davanti, le metteva in evidenza i bei seni dai capezzoli gonfi, sensibili. Le natiche si volgevano verso l’osservatore e il portentoso gingillo svettava fra le gambe. Infine, l’immagine sbiadì e per qualche istante restò solo il rosa perla degli occhi e delle labbra carnose aperte a forma di cuore, pronte a ricevere e dare. Ancora.

 
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Sunday 26 March 2017


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