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Recensioni Monday 10 June 2002:
Poesie, silloge di Massimiliano Condreas e Simone Lucciola (Autoprodotto, 2001)

(Split-book, pagg. 100 circa, 6 Euro teorici ben spesi).

In questo libro ci sono creatività, fotografie, amore per la vita e voglia di affermarsi, rivendicando la giusta attenzione. “Poesie”, dunque. Parliamo innanzi tutto dei due autori: Simone “Pacciani” Lucciola ha 23 anni. Massimiliano “Condor” Condreas 32. 23 e 32: due numeri allo specchio, ché riflettono sé stessi. Due storie, due vite, due artisti in qualche modo speculari. Ed è appunto per questo che avrei intitolato questo loro split book proprio 23-32. Credo sarebbe stato davvero originale dare un nome "numerico" ad un libro di poesia. Perché i numeri sono in fondo segni carichi di una valenza simbolica.

Il più spartano “Poesie” va comunque bene, specie per sintetizzare quella che è in fondo la semplice storia di una sincera amicizia tra due anime apparentemente inquiete, forse solo molto sensibili. Ma la sensibilità, anzi l’iper-sensibilità è la maledizione che i veri artisti portano nel proprio DNA: ciò che rende di fatto puramente utopica la loro interazione-integrazione col mondo circostante (non nel senso di mondo che gli sta attorno, ma di mondo che li circonda, li assedia, minacciandoli con le sue mille ipocrisie!). Questo concetto viene ben sintetizzato dai seguenti versi: Non illuderti/ che qualcuno/ possa capirci/ essere unici è il nostro destino (da “Una specie di condanna” di S. L.).

Come opportunamente rilevato dal poeta formiano Fortunato Assaiante, curatore della prefazione al testo, nel libro si ascolta “l’eco di una spasmodica ricerca di armonia in un contesto sociale di crudele, stemperante diafonia, che influenza anche i ritmi della natura, di per sé capricciosa, contaminandone gli ecosistemi, i profumi, le essenze fondamentali. Vi è l’esasperazione giovanile, che mal si connette alle vertiginose conseguenze di comportamenti adulti e sfocia in un mare di contestazioni, di urla, di sfiducia, a volte contro le Istituzioni e lo stesso Stato”.

Simone più o meno lo conosco, nel senso che mi sono fatto un’idea, anche se non ci siamo mai visti di persona. Diciamo che lo considero un fratellino minore nel quale scorgo senza fatica una buona parte di me e di ciò che ero dieci anni fa, alla sua invidiabile età. Gran creativo, l’amico Lucciola (leggete, per farvi un idea, la formidabile “Mosche”). Ed è anche prolifico. Ci capiamo al volo. In comune abbiamo il medesimo background (Liceo Classico), alcune passioni (scrittura e belle fiche, per fare degli esempi concreti) e soprattutto la costante collaborazione ai Web-Portali gemelli (www.lamette.it) e (www.golfo.tv). Io vivo a Latina, lui a Formia. Due città in fondo molto simili: in entrambe c’è il mare, ma anche una sconcertante ignoranza ed il preoccupante dilagare della criminalità vista come unico rimedio all’annosa penuria di posti di lavoro.

Considerando la giovane età, Simon Mago promette bene. Di “Condor” Condreas so molto meno. Ma quel che ho letto mi basta. Nella poetica di Massimiliano, anch’egli di Formia, il gap dell’età si manifesta nitidamente. L’autore sembra prediligere la forma della poesia-racconto, alla Pavese, dando corpo alle proprie emozioni con un candore che le trasforma in testimonianza della grande angoscia esistenziale di un’epoca tra le più difficili da interpretare. Nei suoi versi c’è infatti il disincanto che deriva dall’esperienza e dalla gran frustrazione di vivere in uno strano Paese chiamato Italia. C’è forse la consapevolezza dell’inutilità della lotta, ma anche la voglia di ribellarsi a questo stato di cose, nonostante tutto. Condreas, del resto, spiega bene l’essenza della sua poetica nell’introduzione al testo: “La poesia, oggi come oggi, per noi rappresenta il dolce rasoio che ti accarezza la pelle lievemente, ma che riesce a lasciare cicatrici profonde e ben visibili, che stanno a significare: siamo qui e non stiamo zitti. Urliamo, di dolore, ma urliamo…”.

Per ciò che attiene i contenuti, quel che preoccupa è la tendenza, generalizzata a tutti i poeti delle ultime generazioni, di filtrare il mondo attraverso un ego ipertrofico che tutto fagocita con uno spirito critico che diventa a-critico per esigenza di sopravvivenza, per istinto di conservazione, dato che ogni artista contemporaneo osserva la giostra impazzita che gli scorre davanti agli occhi con lo sgomento di chi grida: “Fermate il mondo, voglio scendere!”. E i due ne mostrano perfino la consapevolezza (Forse ho detto troppo di me/ possa la mia penna bruciare/ ma sentivo l’esigenza/ di essere/ non di apparire/ come al solito da “Forse ho detto troppo di me" di S. L.).

Cosa resterà di “Poesie”? sarà solo “un altro granello di sabbia/ deposto inutilmente/ sul fondo della clessidra?”(da “Contemplazione inerte” di S. L.) o sarà l’ennesima denuncia civile che meriterebbe attenzione da parte del mondo degli adulti e dalla società ufficiale, che farà invece probabilmente di tutto per ignorare anche questa fatica letteraria, privilegiando la solita, rassicurante (?) partita di calcio alla tv? Comunque sia, “Poesie” non è figlia della rassegnazione, ma di una lucida rabbia. E infatti di una cosa sono certo: gente come Simone e Massimiliano non molleranno mai. Sognare ad occhi aperti è un piacere troppo grande. E chi non lo fa, non sa cosa si perde… perché il senso della vita, forse, è solo trovare la propria strada (esisterà/ una strada da percorrere/ tra le galassie/ tra gli eoni/ tra le quasar? Chissà… da “Senza titolo” di M. C.).

Da leggere e rileggere per sentirsi ancora vivi in un mondo di zombie.

[Fernando Bassoli]


 
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