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Articoli Sunday 16 June 2002:
L’altruismo è il male della società

Ultimamente, rincasando la mattina, mi capita di soffermarmi davanti alla cassetta delle lettere con enormi aspettative. Come, spero, la maggior parte delle persone, non sono quasi mai stato felicemente colpito dal contenuto di quel mendace contenitore di speranze, anzi, spesso mi sono trovato a strappare e ridurre in coriandoli buona parte della pubblicità mandatami dalle varie Postalmarket, Euro libro, Folletto e altre, a volte, sconosciute aziende.

Non ho niente contro questo tipo di pubblicità, anzi, la reputo fondamentale per scaricare le frustrazioni accumulate durante la giornata o, per chi è più sfigato e meno superficiale (dipende dai punti di vista), durante tutta l’esistenza.

Ciò che mi rende nervoso sono le buste con intestazione Amnesty International, Croce verde, Filo d’oro e tutte quelle fottutissime (mi si passi il termine forte ma molto giovanile e di tendenza) organizzazioni umanitarie e altruistiche che, periodicamente, ti scrivono per chiedere di sostenere, ovviamente con donazioni, varie iniziative di assistenza.

Un po’ irritato prendo le missive e le porto in casa, sapendo che mio padre è solito mantenere contatti con tali organismi.

Mentre mi appresto ad un’accurata igiene intima, mi bussano alla porta con fare educato, ma comunque fastidioso, vista la mia difficoltà a rispondere in quella posizione.

Mi alzo e, con l’acqua che mi riga l’interno coscia, mi affretto a rispondere a quel richiamo elettrico.

Mi si presentano due persone, una giovane e una leggermente più anziana, probabilmente la madre, che però ho l’impressione di aver già visto poche settimane prima.

Sempre con educazione, chiedono la mia disponibilità a rispondere ad un questionario su uno studio condotto nel quartiere e io, da bravo sociologo, non posso che rispondere all’appello con il sorriso tra le labbra.

L’allegria dura un istante, giusto il tempo di confermare quella mia prima impressione.

Effettivamente già mi hanno intervistato, ma fanno finta di niente e mi riempiono di domande agghiaccianti nella loro banalità, e persino retoriche: secondo te ci sono infrastrutture adeguate per gli Handicappati? È giusto aiutare gli indigenti? Ecc.

Non so cosa dire, tento di provocare con risposte ciniche ma mi passa la voglia e allora opto per la strada più semplice e sicura.

Rispondo banalità a banalità, cercando di fare la figura del bravo ragazzo (quale io comunque sono). Per farla breve, lo scopo di tale questionario era quello di prendere tempo, entrare in casa e costringermi ad ascoltare le loro richieste di aiuto per un centro di recupero handicappati poco fuori Roma: "Puoi venire a visitarci se vuoi", mi dicono sorridendo.

Il contratto sarebbe questo: io mi impegno a sovvenzionarli regolarmente con un piccolo versamento (un caffè al giorno) e loro, in cambio, mi danno un opuscolo sul pronto soccorso.

Lo scambio non mi sembra equo, visto che quel libretto proprio non suscita il mio interesse e che il costo del caffè moltiplicato per trenta, fa all’incirca quaranta mila lire o, più propriamente, 19 euri, cifra decisamente alta, vista la mia disponibilità e i miei vizi.

Le loro motivazioni sono legittime e anche condivisibili ("Puoi fare un sacrificio", mi dicono), ma vai a spiegare che fare un sacrificio per un’azione del genere vuol dire fare altruismo e questo mi fa venire i brividi.

Le congedo frettolosamente, cercando di inventarmi che mio padre ha già contribuito e io sono troppo stupido per prendere decisioni senza di lui. Detto questo saluto e torno alle mie precedenti faccende.

Questo piccolo aneddoto non deve essere interpretato male, io non sono contro la solidarietà, sono contro l’altruismo, quell’azione che si definisce come “un agire orientato al beneficio di un terzo esterno da raggiungere… secondo una certa cultura della carità”.

Il concetto di carità è molto simile a quello di gratuità che, come si intuisce, si riferisce ad un’azione gratuita, senza nessun beneficio per il soggetto.

In parole semplici, quindi, si parla di una specie di dono.

Ora, molti studi sulle società tribali si sono occupati del meccanismo del dono o, più ampollosamente, del rito del dono.

Secondo uno dei maggiori studiosi di questo tema, il francese Mauss, lo scambio di doni rappresenterebbe un modo di comunicare, di determinare la posizione e la considerazione sociale: “donare equivale a dimostrare la propria superiorità, non ricambiare equivale a dimostrarsi cliente o servo”.

Senza andare a scomodare teorici dell’altruismo, si può benissimo capire come il cattolico sacrificio per il mio fratello bisognoso non sia altro che un ribadire le gerarchie sociali, rinsaldare la subordinazione del bisognoso nei confronti del donante.

Anche se colui che chiede mi sarà riconoscente e non si sentirà più inferiore di prima, io non avrò fatto altro che manifestare la mia magnanimità e, data la sua impossibilità di restituirmi il dono, anche la mia superiorità nei suoi confronti. Egli non migliorerà la sua condizione, perché, comunque vadano le cose, non sarà integrato nella società, sarà visto come un bisognoso, quindi, un diverso e, per questo, verrà trattato da tale, con altruismo.

Così l’elemosina, come diceva Simmel, diventa solipsismo perché, mancando una reciprocità, si perde l’effetto della retroazione del gesto e si tende a risolvere tutto a livello strettamente personale.

Il grosso problema è quando tale meccanismo si sgancia dal binomio IO-TU, per interessare quello NOI-VOI, creando così un altruismo globale , un’azione impersonale che ha come massimo esponente il Thelethon, che ogni anno ci sorbiamo in TV, e, appunto, gli aiuti umanitari.

Quell’altruismo impersonale che non crea comunicazione ma solo assistenzialismo, senza l’effetto di reinserire socialmente il soggetto, ma lasciandolo solo, a gestire aiuti che non saprà mai impiegare nel proprio riscatto sociale.

Tutta questa rottura di coglioni (ripassatemi il termine, ma mi raccomando a fuoco lento) per esprimere un semplice concetto che mi preme di esplicitare: non bisogna diffidare delle persone che fanno altruismo, ma si deve fuggire l’altruismo stesso che rappresenta la rovina della società perché è il modo più semplice di creare gerarchie e subordinazione, quindi, cari No Global, combattete l’altruismo e non il capitalismo.

Torniamo al vecchio concetto di solidarietà fondato sulla comunanza, sulla condivisione di una comune condizione; l’essere su una stessa barca.

Solidarietà come gesto che contempla il dono solo in presenza di una restituzione.

Torniamo a quella sorta di egoismo per il quale ti offrirò una sigaretta solo se certo di averne un’altra da te, nel momento del bisogno. Poi se sono due ancora meglio, al massimo faremo una canna.

[Dr. Zanfei]



 
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