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Recensioni Wednesday 19 June 2002:
Motorhead al Summer day in hell, Valle Giulia, Roma, 18/06/2002

Ecco cosa mi ha risollevato il morale ieri, dopo l’ignobile partita contro la Corea; con un rapido colpo di testa ho assecondato un’idea che mi frullava in testa già da un paio di giorni e ho speso qualche soldo in più per andarmi a vedere dal vivo la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi: signore e signori, i Motorhead di zio Lemmy Kilmister. Inchinatevi, plebaglia, perché qui è veramente il caso.

Come? Non ho sentito? Cosa c’entrano i Motorhead col punk?

I Motorhead hanno ispirato valanghe di gruppi punk, o sporco ignorante lettore che ancora dubiti di ciò che ti si propina quotidianamente. Chi non c’entrava un cazzo col punk, semmai, erano gli apripista Hardcore Superstar e Gamma Ray (questi ultimi capitanati dall’ex-Helloween Kai Hansen): infatti del loro concerto, per partito preso, non parleremo assolutamente in questa sede. Sono bravi ma non sono a tema con questa rozza webzine. Quindi vai con la telecronanca Motorhead.

Ore nove e mezza a due passi dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, puzza di sudore che fa veramente schifo. Centinaia di ciccioni con bulbo alcolico bene in vista attendono trepidanti la fine dei due minuti di soundcheck che i nostri sono usi fare prima di salire sul palco e romperti il culo. Tanto per fare un’osservazione, i Gamma Ray, invece, ci hanno messo circa quaranta minuti, a fare ‘sto cazzo di soundcheck: vabbè che l’acustica del luogo era pessima, ma alla lunga rròmpi il cazzo…

Ma bando alle ciance, ecco che compaiono sul palco Phil Cambell, Mikkey Dee (sicuramente il batterista più violento della terra, quando suona si vedono solo i capelli e i piatti che tremano) e naturalmente zio Lemmy. Tenuta di zio Lemmy: stivali di pelle bianca, jeans sdruciti, gilet ricamato, immancabile sigaretta in bocca e faccia da cattivo da film western di Sergio Leone; nessuno crederebbe mai che l’inossidabile ha oltre cinquantacinque anni. La prima cosa che dice è: “We are Motorhead, and we’re gonna kick your ass”. Esplode “We are Motorhead”, dal penultimo album, ed è panico tra le prime, le seconde, le terze, le quarte e le quinte file, e così via fino alla ventesima. Io praticamente resuscito. Chitarra, batteria e basso sono, come da copione, di un impatto spaventoso, anche perché, come al solito, i volumi dei Motorhead sono tutti stati meticolosamente sparati a palla dai nostri, nel riuscito intento di assordare il pubblico con una scarica di violentissimo rock’n’roll. Nel guardarli suonare, si può afferrare immediatamente la differenza che intercorre tra un gruppo giocattolo e un pezzo di storia del rock.

I Motorhead, per chi non l’avesse ancora capito, sono uno dei miei miti musicali assoluti: li ascolto da quando avevo soltanto tredici primavere e ho tutti, ma proprio tutti i loro vecchi dischi. Li avevo già visti dal vivo a Roma una memorabile notte di quattro o cinque anni fa, e ne ero rimasto praticamente entusiasta. Oggi lo sono ancora di più, visto e considerato che loro sono sempre loro e che la scaletta è persino migliore che in passato.

Tutti, ma proprio tutti i classicissimi vecchi e nuovi che volevamo sentire, da “No class”, alla mitica “Bomber” (che prende tutti in contropiede, anche perché la si aspettava nei bis), a “Damage case”, a “Civil war”, a “Metropolis”, alla cover di “God save the queen” dei Sex Pistols, a “Nothing up my sleeve” (grande sorpresa per me, che adoro ‘sto pezzo!), a “Dr. Rock”, a “Orgasmatron” (come sempre, luce verde sul ghigno di Lemmy durante l’esecuzione di questo inquietante anthem), a “Ramones” (“This is for two friends of mine, Joey and Dee Dee Ramone: JOEY AND DEE DEE RAMONE!”, urla Lemmy in preda alla rabbia triste), a “Sacrifice”, alla sempre strabiliante “Iron fist”. I corpi volano circoloviziosamente dal pogo alle transenne, dalle transenne a bordo palco, da bordo palco al pogo (in uno o due casi, pure da bordo palco al palco) e via dicendo. Io non mi sposto mai dalla prima fila centrale, con gradevole effetto sandwich (un vivo ringraziamento ai ragazzi che erano a contatto diretto con le transenne, e che loro malgrado hanno ammortizzato tutto).

Si giunge così al momento dei bis, con “Ace of spades” e “Overkill”. Datemi un concerto del genere all’anno e io sto a posto così, posso pure non vedere nient’altro.

Sulla via del ritorno, durante la lunga attesa alla stazione Tiburtina, dormo, bevo cappuccini, discorro con il mio buon amico Condor: tutto tranne che incazzarmi per il ritardo. No, non poteva andare meglio.

[Simone]



 
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