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Interviste Saturday 22 June 2002:
Natura e scultura: l'arte di Antonio Mango

Accade spesso, nella Storia dell’Arte, che un particolare indirizzo, uno stile oppure una tecnica abbiano modo di risorgere dalle proprie ceneri come l’araba fenice, tornando agli antichi splendori, per i più vari e contingenti motivi. Basti pensare, in proposito, alle molte “reincarnazioni” fatte registrare da Gotico, Barocco, Cubismo e Futurismo, fino alla rinnovata attenzione per il Liberty di primo Novecento.

Secondo Gillo Dorfles, “la scultura rappresenta, nell’ultimo ventennio, la forma d’espressione vincente rispetto all’arte sorella (la pittura). Ciò probabilmente per una ragione soprattutto: le sue strutture, il più delle volte ancorate all’oggettualità e ben inserite nel paesaggio urbano o domestico, non sono soggette all’usura cui va incontro il medium pittorico”.

Il nuovo millennio, almeno in ambito europeo, si è dunque aperto all’insegna della scultura, dopo la lunga parentesi transitoria fatta registrare nel periodo dell’Arte concettuale. Ed in questo contesto perfettamente si colloca l’interessante produzione di un giovane artista come Antonio Mango. Nato a SS. Cosma e Damiano (LT), fin da piccolo egli ha mostrato attitudine per l’Arte e, dopo gli studi compiuti al liceo artistico di Cassino (FR) si è perfezionato alla scuola del maestro Aldo Falso.

Esposte in occasione di un’importante mostra romana (7/3 – 16/3 2002) allestita dall’Accademia “Gildart International” nelle sale del prestigioso locale “Gilda” di Roma, le sue opere hanno suscitato vivo interesse da parte della critica.

Mango, infatti, si è distinto per le suggestive terrecotte laminate in oro, che celebrano una struggente simbiosi tra Natura e figura umana, nel pieno rispetto di una notevole sensibilità che lascia intuire ottime prospettive di affermazione. E proprio in occasione di tale mostra, ho avuto modo di porgli alcune domande.

D: Cos’è per lei l’Arte?

R: Immortalare le proprie emozioni e trasmettere agli altri qualcosa che resta soggetto alla loro libera interpretazione, senza alcun limite; ed è proprio per questo che non dò mai un titolo alle mie opere.

D: Quali consigli darebbe ad un giovane che vuole dedicarsi alla pittura?

R: In quanto giovane anch’io, posso solo dire che bisogna esprimere sé stessi senza curarsi di tutto il resto.

D: Ha altre considerazioni da fare circa la sua attività artistica?

R: Spero vivamente di far provare un’emozione a coloro che si troveranno davanti ad una mia opera.

D: Cosa pensa dell’attività dell’Associazione “Gildart International”?

R: Sono entusiasta. Ha dato a tanti artisti, me compreso, la possibilità di far parte di un mondo molto affascinante.

Se è indubbio che nella nostra epoca impera l’ossessione del tempo che scorre inesorabile a ricordarci i mille impegni di giorni sempre uguali, le opere di Mango sembrano pensate per inchiodarci dinanzi alle nostre responsabilità di esseri umani, obbligandoci ad arrestare questa folle corsa per riflettere sulla nostra condizione di creature misteriosamente predeterminate a “tornare” alla terra. Quella stessa terra che è in fondo richiamata dalle sue sculture, e dalla quale i singoli personaggi si sforzano di liberarsi, per rinascere ed andare incontro ad una nuova vita.

C’è una speciale tensione emozionale, in queste creature plastiche. C’è vita ma anche morte. Luce e buio. Il tutto nel rispetto di un equilibrio sostanziale che depone favorevolmente circa il serio impegno creativo di quello che potrebbe rivelarsi un sorprendente protagonista del Terzo millennio dell’Arte italiana.

Ne “La gaia scienza”, un provocatorio Friedrich Nietzsche scrisse che “i pesi di tutte le cose devono essere nuovamente determinati”. Guardando le opere di Mango, ho concluso che il grande filosofo aveva ragione: le certezze faticosamente conquistate sembrano fatte apposta per essere messe in discussione. I suoi, infatti, sono pannelli viventi, coi quali instaurare una sorta di rapporto dialettico che rappresenta occasione di crescita interiore per chiunque voglia porsi criticamente dinanzi ad essi e chiedersi: “Perché?”, recuperando quello spirito di pura ingenuità infantile che tutto rende puro e al tempo stesso unico, come un fiore che sboccia per donarsi ai raggi del sole di primavera. Nella decisione d’esprimersi attraverso la scultura v’è una scelta inconscia ben precisa: quella di creare qualcosa di solido, destinato a restare. Ma il particolare dinamismo di queste opere, che dovrebbero sembrare statiche per antonomasia, fa vacillare le nostre sicurezze noetiche, stimolando i nostri sensi all’osservazione di nuovi modi di concepire ed interpretare la realtà che ci circonda.

Winckelmann, uno dei massimi studiosi dell’Arte, affermò che un’opera deve possedere due caratteristiche fondamentali: una nobile semplicità ed una quieta grandezza; le opere di Mango hanno proprio queste due somme qualità, specie quando l’artista si sforza di sondare le mille potenzialità offerte dai materiali di recupero più insoliti.

[Fernando Bassoli]


 
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