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Articoli Sunday 30 June 2002:
Il fantasma di Mussolini

Mi chiamo Maligno Mussoloni ed abito a Latina. O meglio: ci abitavo prima, quando ero ancora vivo. Ma ormai sono solo un fantasma: un’anima in pena che si aggira presso un terreno abbandonato. Il fatto è che ci sono affezionato, a quel terreno: ci lavoravo, lì. Facevo il lavatore in un autolavaggio che ora non c’è più, chissà poi perché. Stava in via del Metano 9, zona Campo Boario. Si lavorava bene, i clienti erano soddisfatti, ma un giorno è sparito tutto: sono venute le ruspe e puff! in quattro e quattr’otto hanno buttato giù tutto, mettendo un sacco di gente in mezzo alla strada.

Da allora non ho trovato più lavoro. Né io né i miei colleghi. E ho deciso di suicidarmi, per togliere il disturbo. Figli non ne ho avuti, mogli nemmeno: che campavo a fare, senza un’occupazione? Da morto, poi, sto mille volte meglio: niente affitto di casa, niente bollette, niente tasse, niente creditori alla porta di casa… Oggi il mio è un mondo spirituale: posso andare dove mi pare, tanto nessuno mi vede. Di giorno, però, non mi allontano mai da via del Metano: le ore corrono veloci e i ricordi si accavallano come le onde del mare. La notte, però, vengono fuori certi rospacci che non mi danno tregua, col loro gracidare. Allora passeggio su e giù per la città ed incontro un sacco di amici. Tutti rigorosamente ectoplasmatici. Di solito arrivo fino al Parco intitolato ad Arnaldo Mussolini: quello che ai miei tempi veniva più semplicemente chiamato ‘Giardini pubblici’. Voi non ci crederete, ma là dentro s’aggirano due spettri illustri: quelli di Mazzini e Garibaldi. Proprio loro: avete presente il Risorgimento? Be’, non entusiasmatevi troppo: sappiate che i due tizi sono incavolati neri. Non si danno pace, non tanto perché due spiriti liberi come loro sono confinati nel Parco Mussolini, ma per l’indecoroso stato in cui sono tenuti i loro monumenti. Garibaldi, che era un uomo di mondo (anzi: di due mondi), non ne fa un dramma. Mazzini, invece, è proprio furibondo, ché lui, essendo un idealista, ne fa una questione di principio. È uno spasso, vederlo così fuori di sé, mentre sputacchia e si tormenta il barbone con le mani. Dice che trascurare il suo monumento significa dimenticare i sacri valori che hanno unito un popolo sotto la stessa bandiera. Io lo rincuoro e gli dò ragione, e allora si calma un po’. La cosa buffa è che spesso, mentre parla, arriva un certo Marione, detto l’Anarchico. Gira con un motorino, che è poi un motorone, data la sua stazza.

Attraversa il Parco ogni notte, verso le due, e si ferma proprio davanti al monumento del Mazzini. Fa scorrere la cerniera dei jeans, srotola il creapopoli, molla una pisciatona delle sue e fila via: chi s’è visto s’è visto. Mentre scompare nell’oscurità, il fantasma di Mazzini gli lancia maledizioni d’ogni genere. Garibaldi, invece, la prende a ridere.

“Sono solo ragazzi: non conoscono la storia…” minimizza. Ma Mazzini non sente ragioni.

“È proprio questo il problema: non conoscono la storia, questi disgraziati! Altrimenti si guarderebbero bene dal fare certe cose…” borbotta.

“Tra discoteche, partite di calcio, Internet e tutte le belle ragazze che si ritrovano intorno, lo studio del passato è l’ultima cosa che può interessargli… i tempi sono cambiati: la gente fa come gli pare… mica siamo all’epoca di Mussolini!” commenta Garibaldi. Una sera, mentre discutevano ad alta voce, è arrivata un’automobile fantasma: una Balilla nera. L’omone che ne è uscito era Benito Mussolini in carne ed ossa (si fa per dire, visto che era anch’egli un fantasma).

“Chi fa il mio nome, urlando in piena notte?” ha domandato, col petto in fuori.

“Io, Garibaldi!”

“Be’, cos’hai da gridare? E tu chi sei?” domandò Mussolini, rivolto a me.

“Mussoloni Maligno, piacere assai.” ho salutato deferente. Ci fosse stato lui, al potere, sono certo che avrei ancora il mio lavoro. Ma il Duce non ha nemmeno risposto: i suoi occhi sono stati rapiti da alcune scrittacce. Sul monumento del Mazzini, infatti, c’era scritto ‘Vai Mazzinga’. Su quello di Garibaldi ‘Latina merda’. Sul monumento ai caduti di tutte le guerre, poi, avevano proprio esagerato: sul pilastrone con l’aquila in cima piazzato al centro dei giardini c’era stampigliato ‘Non votare mai. Nessuno può decidere per te’. Più sotto c’era una A enorme, pittata con la vernice blu. Una A che stava per Anarchia.

“Che città è mai questa?” è sbottato Mussolini. Era livido, con la faccia gonfia.

“Banali ragazzate… giovani senza spina dorsale… non c’hanno niente di meglio da fare - ho minimizzato ­. I soliti anarchici senza voglia di lavorare…”

“Chi sono questi anarchici? In galera!”

“Povericristi… non ci faccia caso… vorrebbero cambiare il mondo scrivendo sui muri… magari fosse così facile!” ho spiegato.

“Il mondo si cambia col pensiero e l’azione!” ha esclamato Mazzini, col petto in fuori.

“No! Con la rivoluzione!” ha obiettato Garibaldi.

“Con la disciplina!” ha urlato Mussolini, serrando i pugni.

In quella, però, è arrivato il solito Marione, più intronato del solito, al termine dell’ennesima nottataccia in discoteca. Era ubriaco come una botte di vino e zeppo di pasticche d’ectasy. Con sé aveva una bomboletta spray. Era dunque lui, l’imbrattatore… Stavolta ha preso di mira il lastrone del monumento ai caduti, ma davanti a lui, sdegnato, si è parato il Duce, con lo sguardo fiero e la mascella in avanti.

“Fermo o ti faccio arrestare!” gli ha intimato, dimenticando che l’Anarchico non poteva vederlo. Ed è partito lo spruzzo, che ha disegnato un arabesco sul faccione di Mussolini.

“Che ha scritto, questo matto?” ha chiesto il Duce, livido. Allora abbiamo letto. Marione aveva scritto ‘Viva la figa!’. Ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. Io, Garibaldi, Mazzini e Mussolini: per una volta, eravamo tutti d’accordo su qualcosa.

[Fernando Bassoli]



 
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