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Articoli Wednesday 28 August 2002:
Buon giorno

La sera del 12 aprile il signor Sergio aveva digerito poco, era andato ad una cena con amici. Si festeggiava l’anniversario di matrimonio di Sandra e Pino, due vecchi amici che Sergio non vedeva da parecchi anni. Durante questi anni Sandra aveva perso dieci chili e un bambino, Pino aveva fatto carriera in una piccola televisione privata della zona e, come Sandra, aveva perso un bambino, ma la ciccia era aumentata.

Sergio lavora come impiegato alla S.I.A.E. a Roma. In verità lui si limita ad accogliere i visitatori, ad indirizzare e accompagnare tutti quelli che non conoscono gli uffici persi in quel labirinto di corridoi e porte numerate.

La macchina che lo conduceva a casa, una vecchia FIAT rossa, impolverata, con il fianco destro ammaccato, non voleva andare più dei cinquanta nel buio pieno di nebbia della stradina che portava all’appartamento di Sergio. Non era la nebbia che placava il piede dell’acceleratore (Sergio sarebbe stato in grado di arrivare a casa anche con occhi bendati) neanche il dolore allo stomaco.

Era la malinconia nell’aver rivisto il volto dei suoi due vecchi amici e l’emozione nel sapere che anche loro lo hanno potuto fare. Sergio arrivò a destinazione. Spense il motore. Restò qualche istante nell’auto calda. Aprì la portiera e scese con la testa ancora bloccata nell’auto che osserva la strada polverosa e il ristorante con i suoi due vecchi amici. La mattina seguente sarebbe dovuto andare a lavoro presto, come sempre, due corse alla metropolitana e cinque minuti di passeggiata.

Erano le ore 01:42 quando l’occhio di Sergio si chiuse definitivamente e il silenzio nella stanza divenne ancora più silenzioso. Bastò qualche istante e la nottata era finita. Era già mattino. Ore 06:00 e la radio-sveglia parlava di questioni politiche inutili. La frequenza della stazione radio era disturbata. Sergio aprì gli occhi. Era disturbato, a differenza delle altre mattine, da uno strano ronzio, misto rumoricchi di sottofondo, misto scricchiolicchio continuo, misto vociare fitto come di esserini che parlavano tra di loro, misto venticello, misto movimento come di esserini che camminavano tra di loro. Non capiva. Il suo letto a due piazze nascondeva gran parte del pavimento. Sergio era avvolto dal buio, erano le ore 06:03 quando allungò la mano verso il comodino alla sua destra per tentare di spegnere la radio. Spense la radio. Il rumore di sottofondo era rimasto… evidentemente non era la frequenza, ma era ugualmente fastidioso. Prima di far ritornare il braccio sotto le lenzuola, Sergio accese il piccolo lume vicino la radio.

Era ora di alzarsi. Si stese nel letto e si stiracchiò emanando uno sbadiglio che serviva quasi da sfogo al pensiero della giornata che avrebbe dovuto trascorrere. Il piede destro nudo fu il primo a toccare il pavimento… in verità non toccò affatto il pavimento. Sotto il suo piede qualche cosa, anzi tante piccole cose si muovevano, subito ritirò il piede sul materasso e gli occhi di Sergio videro milioni di scarafaggi ricoprire il pavimento della stanza chiusa…era come uno stagno di fango nero semovente, era un’immensa onda nera di piccoli corpicini neri che si muovevano veloci tra di loro e ricoprivano l’intero pavimento, altri si accavallavano, si contorcevano, altri erano con le zampine all’aria cercando di ritornare nella loro posizione normale, una miriade di piccoli scarafaggi con piccole e fragili armature nere, una decina riuscirono a salire ed arrampicarsi fra le lenzuola del letto; con un gesto (come i toreri sventolano il loro mantello rosso) il signor Sergio cercò di far volare via gli insetti che si avvicinavano. Velocemente sfilò tutte le lenzuola dal letto e le gettò sul pavimento coprendo in parte gli scarafaggi. La porta della stanza non era lontana, ma cosa sarebbe successo aprendola? Cosa avrei visto? Se nella mia stanza c’erano insetti, fuori la mia stanza cosa mi aspettava? Altri insetti? Erano solo nella mia stanza? Questi i dubbi di Sergio che rimase con un cuore che pulsava ad una velocità impressionante, come se anche lo stesso organo pulsante volesse scappare dall’interno di quel petto, come se avesse voluto sfondare le costole che in quel momento erano camicie di forza che anche lo stesso Sergio avrebbe voluto slegare ma era bloccato in corpo e tremante anche per il freddo dell’ambiente, rannicchiato con le braccia che stringevano le gambe piegate verso il busto ricurvo, con la faccia sprofondata, nascosta e difesa dalle ginocchia che non avevano nessuna voglia di ascoltare il cervello che inutilmente comandava loro di tranquillizzarsi e rilassarsi. Si sbloccò dal suo lieve trauma tremante solo quando un piccolo numero di scarafaggi s'incamminò verso di lui. Dal lato destro del materasso un piccolo esercito di gambette nere avanzava. Il cuscino ancora sul materasso venne utilizzato da Sergio con rabbia e terrore, cercando di allontanare e scaraventare lontano gli insetti. Ma alzando il cuscino dal materasso, numerosi piccoli insettini cominciarono a dimenarsi senza tregua come intrappolati e soffocati dal cuscino che li ricopriva. Sergio spazzava via gli scarafaggi a trecentosessanta gradi. Freddo in corpo e bianco in volto, Sergio era comandato dai suoi brividi bagnati di sudore che colpivano con fitte penetranti allo stomaco che rendevano giallastra la vista e fredda la fronte. Qualche valorosa creaturina arrivò ai suoi piedi e si arrampicò fino al ginocchio, inutilmente Sergio scalciava come un cavallo impazzito mentre le zampettine degli scarafaggetti non mollavano la presa; avvinghiati ai peli della coscia ormai erano numerosi sul corpo del protagonista infastidito dal micro sgambettio veloce, incontrollato, inquieto. E urlava e urlava e urlava e si sbatteva e si scaraventava cuscinate sul corpo precipitandosi con forza sulla parete attaccata al letto in modo da stecchire gli insetti che ormai avanzavano compatti e numerosi causando solleticanti tremolicchi alla pelle che veniva a contatto con la punta delle zampette agitate. Le gambe del signore erano alla vista nere semovibili d'insettini che salivano per raggiungere la pancia coperta solamente da una maglietta intima stretta che faceva notare una minima pancetta accumulata negli anni sedentari di lavoro. Sergio non arresosi davanti ai piccoli animali che avanzavano si buttò steso sul morbido materasso dimenando le gambe e il corpo e utilizzando le mani ancora non assalite per ripulirsi dagli insetti sul corpo che avanzavano sull’interno coscia e s’introducevano dentro il boxer leggermente largo; le urla del signore accrebbero e sfiorarono il pianto, le mani si dimenavano nervose tra le gambe, piccoli morsettini sulla pelle accrebbero il dolore già causato dal passaggio delle bestioline dimenanti e nervosette. Dal collo scalarono e sbucarono davanti gli occhi spaventati e terrorizzati e impauriti del protagonista una decina d'animaletti. Uno scarafaggetto si posò sulla punta del naso. Era visibile perfettamente il corpicino che fissava idealmente gli occhi di Sergio ed era come in posizione d'attacco, di carica o di salto verso le ciglia del signore che con l’utilizzo della poca ragione che gli era rimasta nel cranio pensò bene di utilizzare l’indice e il pollice della mano destra per pressare l’ospite inaspettato e non invitato. Da appena sufficiente, la vista divenne scarsa pochi istanti dopo, quando dai capelli arricciolati poggiati sul materasso cominciarono a scendere gli scarafaggetti che iniziarono a intrufolarsi nelle orecchie, nelle narici del naso, sopra le palpebre umide di pianto e conveniva non urlare dopo che tre bestioline si poggiarono sulla lingua; tentò di sputarle via ma ci riuscì in parte in quanto una rimase all’interno della bocca e le zampette erano ancora più fastidiose che sulla pelle; cacciando urla al momento giusto cercò di scaraventare l’insetto fuori della bocca schiaffeggiandosi intanto le guance, i capelli, le orecchie e tutto il resto. Sergio cominciò a masticare l’aria in bocca tentando di triturare l’essere tra i denti e indiavolando la lingua disgustata. Bastò pochissimo e l’insetto avvolto da saliva saporita di ferro e ruggine, fu tranciato in due parti nella bocca schifata di Sergio. Con la lingua cercò di raccogliere i due pezzi e ripulire i denti; fatto ciò non si limitò a sputare via le carcasse in quanto involontariamente una metà venne ingoiata e prontamente il disgusto causò il vomito. Affannato e con la bocca acidula rivide la cena al ristorante sparsa sopra il materasso, posta in maniera meno elegante e ordinata. Il forte dolore allo stomaco era terminato in pochi secondi grazie a quello sfogo liberatorio. Aveva mangiato troppo e troppo in fretta quella sera. Gli scarafaggi erano scomparsi.

Forse era stata tutta colpa del gelato freddo.

[Angelo Zabaglio]

(Racconto pubblicato nell’antologia “Racconti D’Italia vol.3 Ediclub”).

Ho pubblicato "Il figlio di Bruno" ed. Il foglio letterario

Ho pubblicato "Ed ora comiciamo..." ed. Prospettiva

FINE


 
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