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Articoli Friday 08 November 2002:
Cos’è la volgarità? Ministoria di un rispettabile rifiuto editoriale

Fedeli lettori lamettiani,
ecco un "pezzo" davvero originale che può aiutarvi a comprendere meglio certi meccanismi editoriali.
Pubblico di seguito la civilissima lettera di rifiuto dell’Editore Corbec relativamente al mio romanzo IL CAPPIO DI ALVARO.


C’è rifiuto e rifiuto. Questo è un rifiuto fondato, motivato e secondo una certa logica perfino “giusto”, se ancora si può parlare di giustizia in questo mondo ormai completamente fuori controllo, che si prepara ad una nuova guerra.
Un libro non deve piacere per forza. Non deve piacere a tutti. Non deve nemmeno essere necessariamente scritto (come molti fanno pur di darsi delle arie o per legittimare la propria esistenza in vita). Deve semplicemente ESSERE: ontologicamente essere un libro, anzi: un’opera.
IL CAPPIO DI ALVARO, credetemi, è tutto ciò. Perché Alvaro Mastracci, il Cravattaro di Cinecittà, esiste. Anzi, di Cravattari ce ne sono tanti, troppi. E ci sono sempre stati, perfino nella Letteratura (chi non ricorda, ad esempio, DELITTO E CASTIGO?).
Io ho grande rispetto per questo rifiuto, perché ha una motivazione in fondo comprensibile. Alcune delle pagine del libro sono di una volgarità atroce, spaesante e perfino umiliante. Per farmi capire meglio, ve ne dono uno stralcio, certo che voi folli punk lettori, supercontaminati dal nettare puro della sacra follia, non vi scandalizzerete più di tanto.

LA LETTERA

Spett.le Dott. Fernando Bassoli,
Le scriviamo in merito alle due opere che ci ha inviato per la produzione in e-book. L'Opera "Come cammina un uomo senza gambe?" è attualmente in fase di revisione, per poi passare a quella di ideazione di copertina, che avverrà nei prossimi giorni (le varie adesioni all'offerta hanno un po' rallentato la realizzazione degli e-book). L'avvertiremo tramite e-mail quando il Suo e-book sarà pronto per essere inserito online nel nostro Catalogo (la versione "light" sarà scaricabile gratuitamente); una copia integra, a Lei riservata, Le verrà inviata prossimamente, così come da Contratto (sempre ad e-book ultimato). Per quanto riguarda invece il romanzo "IL CAPPIO DI ALVARO", premettendoLe che tutte le Opere proposte per la produzione in formato e-book vengono visionate da un nostro gruppo di lettura, non lo riteniamo appropriato alla nostra linea editoriale, in quanto si usa un linguaggio istintivamente (forse) troppo crudo. Comprendiamo il Suo preciso intento di utilizzare un linguaggio nudo e crudo (così come nuda e cruda è spesso la realtà), per rimarcarne con asprezza e squallore i suoi tratti più squallidi ed aspri, così come comprendiamo bene il Suo voler mettere in risalto il marciume di parte dell'odierna società. "Se lo squallore e la volgarità sono fini a se stessi, se non v'è traccia di indicazione di vera evoluzione, non ci può essere risveglio di coscienza, e neppure etica". Bellissime le parole di Louis Ferdinand Céline che Lei cita nel romanzo in questione, "È degli uomini e di loro soltanto / che bisogna avere paura, sempre.", ma non è l'umanità che bisogna temere, quanto il "male" che c'è nell'uomo senza dignità, confuso e strangolato dal falso bene. Non pretendiamo, ovviamente, che Lei "riscriva" la Sua opera, né che vi
apporti eventuali modifiche dal nostro Staff suggeritele, poiché ogni Autore è libero di proporre la propria Opera in assoluta e piena libertà, così come in assoluta e piena libertà ne avviene la scrittura.

In attesa di vedere online il Suo e-book "Come cammina un uomo senza gambe?", La salutiamo cordialmente.

Lo Staff Redazionale
www.corbec.it


BRANO TRATTO DAL ROMANZO
IL CAPPIO DI ALVARO (inedito)


“Mo sbaciame le fette.” ordinò infatti lui; così dicendo, si sfilò una scarpa e vi posò sopra il piedone sinistro. Lentamente, per dare più solennità alla cosa e rendere suprema l’umiliazione. Il piede puzzava di sudore misto a cuoio e il pedalino blu fumava sotto il nasino della vittima sacrificale. Una volta china a terra, a Nadia toccava baciare ed infatti baciò, stampando le labbra contro il collo del piedone dell’uomo. E ormai quello non finiva più d’infierire su di lei.
“Mo lecca, troiaccia.”
“Ma io...”
“Lecca o t’ammazzo!” gridò Alvaro. Era fuori di sé, con gli occhi da pazzo. Ora a Nadia toccava leccare; e infatti leccò. La sua linguetta prese a scorrere sul piede del Cravattaro. Una, due, tre volte: ormai era tardi per tornare indietro. Mentre leccava, una medaglietta della Madonna le sculappiava sulle zinne, sotto lo sguardo compiaciuto di Alvaro. La portava appesa ad una collanetta legata al collo.
Gliel’aveva regalata sua madre, quella medaglietta, dicendo che, se l’avesse pregata con fede ed umiltà, avrebbe fatto miracoli. In effetti Nadia l’aveva pregata a lungo, implorandola di farle trovare un lavoro dignitoso col quale campare; ogni sera aveva pregato, nel buio della sua stanzuccia, sicura che la fede avrebbe dato buoni frutti.
Il lavoro, in effetti, l’aveva trovato: c’era voluto un po’ di tempo, ma l’aveva trovato; se i risultati erano questi, però, pensò che si sarebbe potuta risparmiare la fatica, continuando a tirare avanti sperando in una gran botta di culo.
“Ahh! così me piaci, bella zoccolona. Perché tu sei ‘na zoccolona, vero?”
“Sìì.”
“Che sei? ripeti un po’?”
“Una zoccolona.”
“Molto bene: brava! mo sì che te riconosco! E dì un po’, li fai i pompini?”
“Noo!”
“Sìì, invece... è vero che fai i bocchini?” rilanciò il porco, dandole uno strizzone sul collo.
“Sì, sì: li faccio!”
“Cosa? cos’è che fai? famme sentì bene?”
“Faccio le pompe.”
“Con l’ingoio o senza?”
“Come te pare: in tutte le maniere.”
“Oh, bene: e a tuo fratello? Ce li fai i pomponi, a lui?”
“Sìì, li faccio... li faccio.”
“Cos’è che fai? famme capì bene: prima che me viene vòja de pisciarti in testa.”
“Faccio i pompini con l’ingoio a mi’ fratello!”
“Oooh... qua te volevo!” esclamò Alvaro. Poi prese un accendino – lo teneva nella tasca dei calzoni -, l’accese e l’accostò ai capelli della ragazza, che si mise a tremolare.
“E a tu’ padre?”
“Faccio i pompini con l’ingoio pure a mi’ padre.”
“Ooh, finalmente: questo volevo sentì, da te!” e, così dicendo, l’uomo sembrò calmarsi di colpo, nemmeno fosse stato imbonìto da un orgasmo prepotente, fiaccàto da una memorabile schizzàta di sperma. Le stampò infatti un baciotto sulla guancia, quasi per riconoscenza o addirittura per ingraziarsela; poi sgusciò fuori dal vano del bancone e filò via senza dire una parola, ma gongolando fischiettante, come se l’avesse scopata e riscopata per davvero.

Ora io mi chiedo, e chiedo anche a voi: cos’è la volgarità? Qualcosa che dà fastidio a qualcuno, qualcosa da debellare? Forse è solo qualcosa da confinare negli spazi più idonei: in un Portale alernativo (ma anche geniale) come LAMETTE!?
Ma cos’è in fondo LAMETTE? forse solo un’idea… un sogno… un incubo… o solo io e SimonMago che siamo grafomani votati al martirio insieme ad un manipolo di altri audaci (anti)eroi che non sto qui a ricordare?
Io credo che LAMETTE sia soprattutto una cosa: LIBERTÀ ALLO STATO PURO. E la libertà è linfa vitale dell’Arte, la quale è solo espressione dell’essere (liberi di essere sé stessi) per antonomasia.

per "Lamette"
Fernando “Uragano Tzigano” Bassoli
7-11-2002
senza alcun rancore per gli amici di Corbec
anzi: date un'occhiata al loro sito web: www.corbec.it.

 
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