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Articoli Tuesday 03 December 2002:
La sinfonia della notte (prima parte)

Ancora una volta, Simone stava facendo fatica a addormentarsi. Eppure le imposte della sua stanza erano serrate benissimo. Nemmeno un piccolo raggio della fastidiosa luce del giorno filtrava in quella moderna catacomba che era la sua camera, ingombra d'ogni sorta di cose: sembrava, più che altro, un attuale museo dell'inutilità quotidiana affogata nel caos della sporcizia!

Era un continuo girarsi e rigirarsi in quello che si poteva tranquillamente definire un povero giaciglio. Un materasso sfondato e smollato, sudicio, forse, più della sua stessa anima, gettato in un angolo polveroso, su di un pavimento nero quasi più dell'umore suo stesso in quella giornata che definire merdosa, era quantomeno eufemistico. Non c'era niente da fare: il sonno sembrava fuggire da lui come la buona salute da un appestato. Eppure era stanco: aveva passato la notte in giro, a bere, un po' di qua, un po' di là, come un buon rappresentante della perdizione.

Forse il problema era proprio quello: no, non la perdizione, quanto il bere! Ma, del resto, cosa ci poteva fare se quel vizietto non riusciva a toglierselo? In fin dei conti, per lui, rappresentava la sua vita: una dolce abitudine cui non avrebbe rinunciato per tutto lo sporco denaro di questo vecchio mondo! E poi ci teneva moltissimo alle tradizioni, e Simone era l'ultimo esemplare maschio che era rimasto della sua casata. Dopo qualche ora trascorsa a rimuginare sui bagordi della nottata appena defunta, fissando, come al solito, il suo sguardo vuoto sulla barriera di quel buio dolce dal forte sapore di claustrofobia, finalmente Simone si addormentò. Orge infernali, visioni di morte e sangue popolarono i suoi sogni, stampandogli, sul viso, quel triste sorriso di cui, a volte, è velata la malinconia di giorni passati in maniera felice, ma passati troppo in fretta…

Il tramonto era appena resuscitato quando Simone si trovò a riaprire gli occhi: le sue narici avvertirono il profumo dell'umidità, della sua fragranza rigeneratrice! Ne aspirò boccate a pieni polmoni, respirando, chiaramente, anche i vari olezzi fluttuanti nell'atmosfera della sua lercia dimora. Si stirò fortemente e si alzò, dirigendosi verso il balcone e spalancandone gli scudi lignei. Le luci della città gli aggredirono le pupille, senza, però, infastidirlo più di tanto. Era bellissimo guardare quel grosso cimitero sfavillante: lo metteva di buon umore, quasi a farlo sentire vivo! C'era un leggero vento quella sera, che sembrava sussurrargli parole d'amore e di morte: la morte e l'amore, come piacevano a Simone le storie che si raccontavano in strada, a tarda notte, dietro i portoni bui, nascosti dalle ombre dei lampioni e della sregolatezza. Un piccolo pipistrello, col suo svolazzare sghembo, sembrò ridestarlo dai suoi pensieri di gelido cristallo. Annusò, per l'ennesima volta, l'aura emanata dalle tenebre a lui care, quindi si decise a scendere. Indossò velocemente, nel cambiarsi d'abito, un paio di jeans neri, leggermente scambiati dai candeggi, una camicia nera, che abbottonò fino al collo, e i suoi soliti anfibi, che non si curava mai di allacciare bene. L'ultimo tocco fu una pesante catena argentata, che di solito si vede al collo dei cani di una certa stazza, con appeso ad essa uno strano ciondolo a forma di lametta.

Si trovò a chiudere l'uscio di casa e a scendere le scale del palazzo, proprio mentre l'anziana signora che abitava sul suo stesso pianerottolo stava rincasando.

"Ciao Simone: anche stasera si va a caccia?"

Nel voltarsi le offrì uno sguardo di ghiaccio, subito mitigato da un abbozzo di sorriso, senza mostrare i denti.

"Le auguro una buona serata signora.", rispose.

Simone si presentava come una persona schiva, ma niente affatto maleducata: c'era qualcuno che giurava che da lui si sarebbe potuto andare a lezione di buone maniere! Restava comunque da stabilire cosa ne pensasse lui in proposito…

Finì di scendere le scale rimastegli con una certa fretta: evidentemente voleva evitare altri incontri ravvicinati con i suoi condomini.

Fuori del portone ritrovò la sua calma.

Un chiarore alogenoso si diffondeva tutt'intorno dall'alto: era una spettacolare luna piena!

Gli occhi di Simone brillarono, alla sua vista, della luce del crepuscolo, permettendole, a sua volta, di ricambiare lo sguardo di complicità, nello specchiarsi fulgido sulla sua lama di rasoio, mettendo a nudo un riflesso rubino quasi innaturale. Poi s'incamminò verso il centro: voleva mangiare qualcosa e, soprattutto, non vedeva l'ora di pacare l'arsura della sua gola riarsa con una bella bevuta.

Erano solo le dieci ed il solito bar era già ingombro di decine e decine di corpi stillanti decomposizione da tutte le parti!

Simone non sopportava il rivoltante puzzo di sudore che la razza umana si porta appresso da ere ataviche: continuava a pensare che poteva paragonarsi ai caratteristici odori che usano secernere gli insetti in determinate occasioni! Un po' forte come esempio, ma del tutto azzeccato.

Quando entrò nel locale, a passo sicuro, dirigendosi verso il bancone, la folla si divise in due: pareva quasi di rivivere la scena biblica dell'apertura delle acque del Mar Rosso!

Risolini e grida sommesse incorniciarono quel suo lento incedere verso una frugale cena. Arrivato a sedersi su uno degli sgabelli posti al di sotto del bancone, Simone tirò su i gomiti, poggiandoli saldamente su quest'ultimo, mentre le sue mani affusolate, bianche, con le unghie ben curate, presero a strofinarsi l'una contro l'altra…

Un attimo dopo il suo sguardo incrociava quello del barman, che tradiva nell'espressione un senso di vaga inquietudine: come testimoni di quel disagio, gocce di sudore imperlarono la fronte del ragazzo col camice bianco e il farfallino...

"Un hamburger poco cotto, per favore."

Ordinò.

Il ragazzo continuò a fissarlo inebetito per qualche secondo, poi prese a girare il capo prima a destra, poi a sinistra, quindi, con un filo di voce, replicò…

"Come?"

"Un hamburger poco cotto."

Ripeté Simone, stavolta senza aggiungerci il "per favore".

Il locale era piombato nel silenzio più assoluto: potevano addirittura distinguersi le parole che fuoriuscivano dal televisore, tenuto ad un volume impercettibile! Poi, improvvisamente, come un fulmine che squarcia le tenebre più scure, risuonò una voce dal tono minaccioso…

"Ti avevo detto di non farti più vedere!"

Era Gus, noto più come Palla Di Biliardo, per la strana abitudine di radersi la testa e lucidarla a specchio con la brillantina o qualche altra schifezza del genere: un bullo da quattro soldi che capeggiava una piccola banda di suoi pari, a cui non piacevano i capelloni e i tipi strani come Simone…

"Ehi, stuzzicadenti, mi hai capito?"

Simone non gli diede proprio conto e, continuando a fissare il barman, chiese con calma:

"Allora, quest'hamburger?"

Qualcuno azzardò una risata.

Gus decise di passare all'azione. Si buttò con forza su Simone, a mani unite, cercando di prenderlo alle spalle e di colpirlo alla nuca: voleva fargli perdere i sensi e poi scaraventarlo fuori del locale, dopo averlo ripulito, chiaramente, di quello che aveva nelle tasche. Ma non andò precisamente in quel modo. Quasi come fosse un'ombra diafana, Simone si spostò di un niente verso la sua destra, evitando la mazzata per un pelo, e mandando a sbattere il malcapitato contro lo spigolo del bancone, che fece rinculare Palla Di Biliardo al centro di quello che oramai era diventato un ring. Il poveraccio stava ancora cercando di capire cosa fosse successo, quando il pugno di Simone gli si abbatté in pieno viso, facendolo sanguinare dal naso e facendogli percorrere a ritroso un paio di metri, permettendo al frigo dei gelati di fermare la sua corsa.

Ancora una volta il silenzio s'impadronì del bar.

Simone raccolse da terra lo sgabello e vi rimontò sopra imperterrito.

"Ecco il tuo hamburger…"

"Poco cotto…"

Gli disse il ragazzo, non riuscendo a smettere di tremare.

"Grazie."

Rispose gentilmente Simone.

Ma forse era destino che Simone, quella sera, non potesse consumare tranquillamente il suo pasto: tre energumeni, amici sicuramente di Gus, stavano per saltargli addosso, ed uno di loro stringeva nelle mani uno "spillone", che più che ad un coltello assomigliava ad una piccola sciabola. Un attimo prima che sferrassero l'attacco, qualcuno intimò loro:

"Fermi!"

Il volto di Gus era una maschera di sangue, ma quella che faceva più paura era la furia che scuoteva il suo corpo da capo a piedi: un'ira violenta, incontrollabile…

"È mio!", disse.

Simone lo stava guardando con ingordigia: nei suoi occhi balenò un lampo demoniaco!

Gus strappò il coltello dalle mani di uno dei suoi bravi…

"Adesso ti ammazzo, merdoso!"

Le ragazze cominciarono ad urlare e la gente a scappare fuori del locale: la vicenda stava prendendo risvolti troppo drammatici.

"Gus, no!"

Urlò, un attimo prima che egli scattasse, il padrone del bar, uscito solo allora dal suo ufficio perché messo in allarme dalla gente che si riversava in strada: ma non fece in tempo a fermarlo!

Quel pachiderma armato voleva la pelle di Simone e pensava fosse facile strappargliela solo perché aveva nelle mani uno dei tanti passaporti per l'inferno…

In un attimo Simone lo afferrò con entrambe le mani: una gliela strinse intorno al collo, mentre con l'altra gli serrava il polso destro come in una morsa! Due secondi e Gus lasciò il coltello, che si posò lievemente sul bancone: contemporaneamente Simone allentò la presa al collo, che già aveva reso paonazzo il suo avversario. Gus stava ancora cercando di riprendere fiato, quando sentì quella fitta lancinante nel palmo della mano destra. Quando il suo cervello si riebbe dal semi-soffocamento, fece in tempo a passargli le immagini alle telecamere degli occhi: la sua mano era inchiodata, col palmo in su, al legno pregiato del bancone, per mezzo del coltello che solo poco fa aveva pensato potesse essere il simulacro della sua vendetta…

"Nooooooaaaaaahhhhhh!!!"

Urla sprecate.

Simone aveva sul volto il sangue zampillato dalla mano di Gus: qualche schizzo, addirittura, gli si era fermato a ridosso delle labbra, ed ora, lui, si divertiva molto a far vedere a Palla Di Biliardo la lingua lasciva, che roteava fuori della bocca a leccare quelle rosse isole di vita.

Gus lo guardò con orrore, dipingendo, coi colori delle sue pupille, un quadro di paura, da appendere nelle cornee di Simone…

Non pago, quest'ultimo, cominciò a passargli la sua lingua lungo il viso, che divenne folle dal terrore…

"Ma tu chi cazzo sei?"

Osò domandargli.

"Dio!"

Rispose serio Simone.

Intanto il padrone del locale, approfittando di quell'attimo di tregua, si avvicinò a Simone, porgendogli un sacchetto:

"Prendi, ragazzo, è il tuo hamburger: per carità vattene via, va via!"

Simone ringraziò con un cenno della testa e guadagnò l'uscita di un locale vuoto.

Fuori echeggiavano, in lontananza, le sirene delle macchine degli sbirri.

Simone, dopo essersi ossigenato di nuovo i polmoni con l'aria fresca della notte, sparì in una stradina laterale.

Quando la madama fece irruzione nel bar, nella maniera più americana possibile ed immaginabile, trovò un'atmosfera da saloon. Il novellino di turno, nel dare una rapida occhiata alle condizioni di Gus, diede subito di stomaco. Solo dieci minuti più tardi cominciarono con le domande.

Simone, intanto, era già ben lontano da lì, forse al sicuro. Aveva raggiunto l'area portuale e, dopo aver scavalcato un'inferriata acuminata alta tre metri, si era seduto al buio, su uno scoglio aguzzo, che dominava quasi l'intero golfo. Guardava pensieroso verso il mare. Vaghi ricordi presero ad annebbiargli la mente: frammenti di vecchi specchi rotti, schegge taglienti grondanti sangue e mistero…

Si riguardava bambino a bordo del veliero che lo aveva strappato alla sua terra natìa, alla sua famiglia; risentiva l'acre sapore delle lacrime che gli avevano riempito la gola di singhiozzi; riprovava, quasi, la paura dell'amara solitudine che lo aveva accompagnato durante tutti quegli anni…

Lo sciabordare triste di qualche onda un po' più grossa lo fece ridestare da quell'agonia silenziosa. Aveva gli occhi velati di malinconia, ma asciutti, aridi come un deserto di periferia: due fiori neri, screziati di velluto, rilucenti di vendetta…

Aprì il sacchetto che aveva tra le mani e prese a smozzicare quel freddo pezzo di carne che si trovava nel suo interno. L'hamburger era proprio come piaceva a lui: praticamente crudo! Ebbe un sussulto di disgusto nel deglutirne l'ultimo boccone, e pensò al calore del sangue di Gus che gli era schizzato sulla faccia. Aveva le mani fredde come una lapide di marmo: se le passò tra i capelli, mentre sbuffava fuori dei polmoni la sua noia.

Mancavano un paio d'ore al sorgere del sole quando Simone si alzò, incamminandosi lento verso una fila di Tir parcheggiati nello spiazzo centrale del porto: gli piaceva molto vagare in quel labirinto d'acciaio, curiosare tra i fantasmi, sporchi di benzina, d'interminabili viaggi…

Fu un colpo violento alla schiena che lo riportò al reale, interrompendo quel feeling particolare che di tanto in tanto stabiliva con le cose morte. Poi un altro colpo, e un altro, e ancora uno. Simone cadde a faccia in giù su quell'asfalto puzzolente, unto dal grasso dei motori dei camion, reso viscido dagli oli che ne colavano fuori. Cosa stava succedendo?

Tre ombre nere uscirono dall'oscurità brandendo grosse mazze da baseball…

"È andato?"

Chiese uno dei tre.

Simone giaceva a terra, immobile. Il dolore: da quanto tempo non se ne ubriacava!

Lo stava facendo di nuovo: stava di nuovo pensando al passato…

"Con questo bastardo non si può mai sapere."

Rispose l'ombra più grossa.

Quei tre arnesi erano gli stessi di qualche ora prima, gli stessi ai quali Palla Di Biliardo aveva ordinato di fermarsi, perché voleva soddisfarsi personalmente. Erano i peggiori della banda, proprio perché erano, sul serio, amici di Gus: e non avevano per niente digerito quello che Simone aveva combinato al loro capo.

Spike era il più piccolo del gruppo, aveva solo sedici anni, ma una ferocia degna di una iena: lo chiamavano in quel modo per via dei suoi capelli, che sembravano degli spuntoni, quando li drizzava con il gel…

Poi c'era Lucertola, il furbetto, l'unico che oltre ai muscoli aveva anche del cervello, anche se per pigrizia non lo usava spesso: il nomignolo gli era dovuto per via di una strana allergia che gli squamava il volto, rendendo un incontro faccia a faccia con lui, un vero incubo…

E per finire c'era Bud, detto così per due motivi: primo, per la marca delle birre che riusciva ad ingurgitare a iosa; secondo, perché la sua mole ricordava molto l'attore che nei film di "Trinità" interpretava "Bambino". Un vero e proprio armadio a due ante, anch'egli pelato, come il suo capo, ma senza lucido in testa: il primo colpo a Simone lo aveva sferrato proprio lui…

"Avvicinati Spike, ma stai attento."

Il giovane mosse due passi decisi verso la sagoma confusa con l'asfalto, poi, cautamente, a mezzo metro dalla stessa, si fermò, toccandola appena con la punta dell'anfibio. Niente. Nessun movimento. Allora prese coraggio e, con la mazza da baseball, prese a vibrargli dei colpetti sulla testa, sulle spalle, nelle gambe. Ancora niente.

"Secondo me è morto!"

Esclamò. Poi aggiunse:

"Lo buttiamo in mare?"

Per tutta risposta Simone scattò di lato più veloce di un coguaro, addentando Spike ad una gamba, strappandogli con un morso un pezzo di polpaccio…

"Aaaaaahhhhhh!!!"

Le grida di dolore del ragazzo s'inabissarono nel cielo, che, nel frattempo, era diventato nuvoloso.

Simone li aveva presi alla sprovvista, tutti quanti: e adesso li stava massacrando…

Spike e Lucertola, seppur ridotti male, riuscirono a fuggire, ma Bud no: a Simone ricordava troppo quel bastardo di Gus, e lì non c'erano le luci di un locale a disturbarlo…

Gli si avvicinò mostrandogli la carne, che una volta viveva, strappata a Spike: si stava divertendo a masticarla!

Bud aveva gli occhi iniettati di terrore, ma non voleva piangere: non voleva farsi vedere piangere da quello sporco capellone!

Simone gli sputò in faccia gli avanzi del suo amico, scoppiando, poi, in una risata isterica…

"Per favore no, lasciami andare, ti prego."

Adesso Bud sì che piangeva, e lo pregava anche: era diventato, o forse ritornato, un povero bimbo innocente!

I resti del povero Bud furono trovati dai portuali verso le otto di quello stesso mattino: uno spettacolo allucinante! Qualcuno, per lo shock, avevano dovuto accompagnarlo in ospedale ed addirittura ricoverarlo.

Pensate che il giovane era stato trovato appeso a testa in giù, sulla cabina di un Tir, aperto in più punti e scavato in modo tale da far raccogliere sotto di lui, il sangue fuoriuscito dal suo corpo: una specie di macabro rito per chissà quale demoniaca entità! La polizia non seppe cosa pensare, e nelle mani aveva solo la rissa scoppiata al "No Beat" qualche manciata di ore prima…

Avrebbero predisposto molti fermi.

Continua nella prox puntata...

[Condor]


 
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