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Articoli Sunday 08 December 2002:
La sinfonia della notte (seconda parte)

Era quasi un mese che Simone non metteva il naso fuori della sua tana, non certo perché aveva paura di essere arrestato, ma solo perché era stanco di continuare ad affacciarsi su di un mondo che lo aveva disgustato: che odiava!

Le indagini, comunque, erano andate avanti: la sbirraglia aveva perquisito a tappeto le abitazioni di ogni singolo componente della banda, i luoghi di ritrovo, persino i posti di lavoro...

Ne erano saltati fuori di scheletri dagli armadi.

Spike e Lucertola erano stati denunciati per non aver voluto collaborare con le forze dell'ordine, e di Simone era stato tracciato un inutile profilo psicologico e un altrettanto inutile sommario identikit, che non gli faceva onore per niente.

Quel giorno Simone stava quasi cedendo alla voglia di aprire le finestre, permettendo così al sole di fargli visita dopo anni e anni: in fin dei conti aveva quasi scordato la bellezza dei colori di un paesaggio contornato dalla luce del giorno...

Il suo arcobaleno comprendeva tutti i toni del grigio, del nero, qualche macchia di rosso, ma sempre spenti, smorti, opachi, come l'oppressione di quella gabbia scura in cui viveva e che gli tarpava le ali da troppo tempo ormai...

Si avvicinò piano e si sorprese a sorridere: sentiva il profumo di un vento leggero...

Due colpi leggeri sull'uscio di casa lo fermarono. Qualcuno stava bussando. Trattenne il respiro. Poi, di nuovo quei colpi sommessi. Si avviò guardingo verso la porta, fermandosi subito dietro di essa.

"Chi è?", chiese.

"Simone: è tanto che non ti vedo, come stai? Sono un po' preoccupata."

Era la gracile vecchietta che abitava lì di fianco, ed era in pena per la sua salute. Grottesco.

"Sono stato molto malato, signora: ma ora va un po' meglio, grazie!"

Le rispose Simone, con tono molto educato.

"Oh, poverino! Ma fammi entrare, ti prego."

Silenzio.

"Simone, mi senti?"

"La sento signora, ma non mi sembra il caso di..."

"Su, dai, non fare il timido, cosa vuoi che ti succeda?"

La donnina insisteva, e Simone non voleva passare per maleducato: del resto era l'unica persona con la quale, da tempo, avrebbe voluto fermarsi a chiacchierare. Perché no?

Girò la chiave nella serratura due, tre, quattro volte, poi si tolse di scatto dal rettangolo della porta, andandosi ad adagiare sul materasso, dopo aver fatto in tempo ad accendere l'interruttore di una piccola abat-jour posta all'ingresso della sua stanza: ne soffuse una luce ovattata, cimiteriale...

"Permesso?"

Domandò la vecchina.

"Avanti signora, e richiuda la porta, per cortesia."

Nonna Cley (è così che la chiamavano tutti quelli del condominio) fece un tuffo in quel nero, appena rischiarato dal lumicino acceso poco prima da Simone, senza battere ciglio, anche se un piccolo commento non riuscì a trattenerlo...

"Com'è buio qui!"

"Sono spiacente, signora, ma, vede, è per via della malattia, i miei occhi non sopportano di buon grado tanta luce: potrei restare cieco, sa?"

"Oh, Gesù! Povero figlio mio: riguardati, per carità!"

"È quel che sto facendo, signora: ma, la prego, si sieda!"

Le indicò una sedia, o, più che altro, una caricatura della stessa, visto che c'era il pericolo che, anche col suo non considerevole peso, nonna Cley avrebbe potuto sfondarla e ritrovarsi col sedere a terra. Il legno stagionato scricchiolò quasi come a protestare, ma resistette, fortunatamente...

"Come sei pallido, Simone: hai mangiato qualche cosa?"

"Non molto ultimamente."

Non riuscì a mentirle.

"Oh, Gesù! Quello che ti ci vuole è una bella bistecca al sangue!"

Tuonò nonna Cley.

"Non si preoccupi, signora..."

Non gli diede il tempo di finire la frase, che già era sparita di là della porta d'ingresso.

"Dannazione!", pensò Simone.

Dopo un quarto d'ora, l'arzilla vecchietta era già di ritorno, portando al suo seguito un ricco piatto fumante!

"Non doveva disturbarsi."

Le disse Simone: mentre, però, con lo sguardo, scrutava avidamente l'interno del piatto!

"Non dirlo neanche per scherzo, figliolo: tu hai proprio bisogno di qualcuno che si prenda cura di te!", rincalzò nonna Cley.

Simone divorò letteralmente il quarto di manzo offertogli gentilmente dalla sua vicina, facendola leggermente trasalire quando, una volta terminata la bistecca, si mise a leccare il piatto su cui erano rimasti dei piccoli sentieri rossi in bella evidenza: il sangue fuoriuscito, per l'appunto, dal pezzo di carne!

"Davvero ottima!", osò dire.

"Bella al sangue come piace a me!", aggiunse.

Passato in un istante l'attimo di smarrimento, nonna Cley gli sorrise con affetto.

"Avevi proprio fame!"

E continuò a sorridergli.

Passarono insieme l'intera giornata, parlando un po' di tutto, ma principalmente discorrendo sui tanti metodi di cucinare la carne di nonna Cley. Strano a credersi, ma, Simone, in qualche ora, grazie alla sua anziana ospite, si stava ricredendo sull'intero genere umano, anche se, in ogni modo, nonna Cley, poteva rappresentare solo una piacevole eccezione...

L'odore del tramonto solleticò l'olfatto sviluppato di Simone: la bella giornata trascorsa lo aveva messo di buon umore, ed ora aveva, di nuovo, voglia di farsi abbracciare dal buio delle strade di periferia, aveva voglia di guardare gli occhi della notte, facendosi cullare maliziosamente dal ritmo della sua sinfonia delirante!

Si congedò educatamente dalla sua ospite augurandole una buona notte e promettendole di trascorrere altre giornate come quella: in effetti, avrebbe fatto piacere anche a lui!

Alle nove in punto era già in strada. La sera profumava d'intenso abbandono. Un vento insistente cantava malinconicamente, tra le fronde degli alberi, una canzone triste. In cielo non si distinguevano le stelle: era solo un grosso, enorme, mantello nero!

S'incamminò nella direzione opposta a quella dell'ultima volta: non voleva commettere inutili imprudenze. Molti negozi erano già chiusi: altri stavano chiudendo. La gente si affrettava nel ritorno verso casa, verso lo squallido calore familiare. Fece una smorfia di disappunto: cosa c'era di meglio della strada? Del suo avvolgente vortice di ricordi?

Simone si accorse di una presenza alle sue spalle: qualcuno lo stava seguendo! Affrettò il passo, dirigendosi verso la stradina buia che passava sotto il ponte della ferrovia. Raggiunto quest'ultimo, ne prese la svolta a sinistra: fatti tre o quattro metri si fermò, lasciando che le tenebre lo assorbissero. Restò in attesa. Pochi minuti solo, e il silenzio venne lacerato dal passo svelto di una sagoma femminile, che però tirò diritto. Simone la fece allontanare. Poi tornò sui suoi passi. Stava per oltrepassare di nuovo il ponte, quando udì, alle sue spalle, dei tonfi procurati da una corsa sul selciato.

"Fermati!"

Si sentì intimare.

Simone non sapeva cosa pensare: chi poteva essere quella donna? Sperava, in cuor suo, che non fosse uno sbirro in gonnella, altrimenti la situazione sarebbe potuta sfuggirgli di mano...

Appena uscita dall'ombra dell'arcata del ponte, Simone la vide bene. Una ragazza giovane: non poteva avere più di vent'anni! Era molto bella. Una figura snella, non molto alta, dai capelli corvini, con due grandi occhi azzurri. Non poteva essere uno sbirro.

I due si fissarono negli occhi per qualche secondo, in silenzio, come a cercare di scrutarsi nell'anima, poi Simone si voltò per andarsene...

"Ti prego, non andare via."

Il suo tono di voce era dolce come una nera fiaba letta d'inverno, ma tradiva un po' d'emozione. Simone tornò a voltarsi verso di lei, e attese che parlasse di nuovo...

"Io... io... volevo solo dirti..."

Pausa.

"Grazie..."

Di nuovo quella melodia lo stava incantando. Erano note d'argento, suonate per attrarre l'infinito. Chiuse gli occhi per ordinare al tempo di fermarsi alcuni istanti, poi, nel riaprirli, si trovò a sorriderle...

"Chi sei?", le chiese.

"Scusami, ti prego, se ti ho disturbato."

Simone le fece capire, con un cenno della testa, di non preoccuparsi.

"Mi chiamo Samantha, ma gli amici, scherzosamente, mi chiamano Sam."

Quella voce continuava a rapirlo.

"Perché mi hai ringraziato?"

Continuavano a guardarsi.

"C'ero anch'io quella sera al "No Beat" e..."

Simone cambiò subito espressione. I suoi occhi s'infiammarono della freddezza spettrale di una landa senza tempo. Samantha se ne accorse subito...

"No, non temere, non sono qua per quello che pensi: sul serio!"

Simone pensava che stesse prendendo tempo in attesa di chissà chi: magari proprio della polizia...

"Quelle persone... Gus, con il resto della banda... tempo fa mi hanno fatto del male... e io..."

Simone, però, sembrava non crederle affatto e continuava a guardarsi intorno, credendo di veder spuntare, da un momento all'altro, qualche nuovo problema...

"La gente ti ha etichettato come un mostro, piangendo la scomparsa di un povero ragazzo, di una persona buona..."

Adesso Sam stava piangendo.

"Tutte sciocchezze! Solo io so quello che ho passato; solo io so cosa volesse dire subire, in silenzio, le violenze di quei bastardi..."

I singhiozzi insistenti le stavano rovinando la sua bella voce.

"Quando quella sera hai affrontato Gus, ho pregato perché gliela facessi pagare anche per me: non so se l'altro l'hai tolto di mezzo tu, ma sappi che fu proprio lui il primo, tempo fa, a..."

Simone tornò a guardarla con dolcezza.

"Basta così.", disse.

"Non c'è bisogno di tornare a vivere quelle torture!"

Sam, continuando a piangere, lo abbracciò fortemente. Era strano: riusciva a sentire il calore. Prima nonna Cley, adesso quella ragazza, Sam: un'altra eccezione? Con le sue mani, pallide ed esili, Simone, le asciugò le lacrime, che sembrarono mutarsi in piccoli cristalli e disciogliersi nel vento...

"Andiamo via di qui.", le disse.

Si allontanarono con calma, molto lentamente, incontro ad una notte tornata serena. Trascorsero insieme le poche ore rimaste, prima che il sole tornasse a sorgere, in un piccolo giardino comunale, seduti sotto ad una quercia, a parlare di libertà e di sogni: a Sam sarebbe piaciuto riuscire a volare anche un solo giorno, come una piccola farfalla...

Nel buio innaturale della sua stanza, Simone, quella mattina, per la prima volta dopo anni e anni, si sentiva felice. Avrebbe rivisto Samantha la sera stessa, e avrebbe passato con lei un'altra bella nottata. Si addormentò con quel pensiero tra le braccia.

Ancora una volta il giorno spirò, e la sua eclissi bussò insistentemente alle tempie di Simone, che era, in ogni caso, già sveglio da un bel po'. Affacciandosi al suo balcone si lasciò baciare dalla luna. Aveva appuntamento con Sam alle dieci: doveva sbrigarsi se non voleva fare tardi! Si cambiò in pochi minuti e scese. La sera, in strada, gli si presentò come un brigante all'angolo del nulla: tutta vestita di nero. Uno spettacolo imperdibile. Inspirò l'aria polverosa del quartiere. Un buon odore di malsana umidità scaturiva dalle stelle. Se ne riempì i polmoni, quasi fino a scoppiare: poi s'incamminò. Doveva incontrare Samantha nello stesso parco dove erano stati la notte precedente. Durante il tragitto trovò buffo il proprio volto specchiato nelle vertine. Quando arrivò, lei era già lì ad aspettarlo. Trovava, nella sua bellezza, qualcosa di soprannaturale, qualcosa che sfuggiva alla sua comprensione: il fascino sublime del mistero e della morte...

"Ciao Simone: come stai?"

"Molto bene, grazie, sono contento di rivederti."

"Anch'io."

Lui le sfiorò il volto con due dita, accennando una carezza innocente. Lei gli sorrise, facendo brillare quegli occhioni alla luce della luna...

"Dove andiamo?", chiese.

"Dove vuoi!", le rispose.

"Mi piacerebbe passeggiare sulla spiaggia."

Simone annuì col capo, e le porse il braccio: Sam vi infilò la mano sotto e sorrise ancora una volta...

"Andiamo?"

"Andiamo!"

Anche se l'estate era finita da poco, la spiaggia, a quell'ora, appariva deserta. La notte stava ricamando, attorno ai due, una cornice d'ombre sempre più fitta, ed il silenzio tuonava prepotentemente verso di loro. Sam avvertì dei brividi di freddo e si strinse ancora un po' verso Simone. L'orizzonte era scomparso, anche se un sentiero di pietre preziose dipingeva il mare verso la sua porta. Sulla sabbia le loro impronte venivano, man mano, ingoiate dal lago immoto delle tenebre...

"Com'è bello qui, non trovi?"

Gli disse Samantha con un filo di voce.

"Molto."

I due si erano fermati, ed abbracciati sempre più, si fissavano negli occhi in una maniera inequivocabile...

L'amore è una rossa rosa piena di spine, che t'insanguina la mano mentre la cogli, ma che poi t'inebria col suo profumo!

Due labbra amanti, che si posano delicatamente una sopra l'altra, sono una poesia vergata con l'arsenico, ma dolce come il miele!

Il bacio non durò molto, ma la sua intensità incrinò lo spazio...

Il risveglio, però, fu doloroso.

"Ragazzi: avete visto? Non fanno tenerezza? Che piccioncini!"

L'incanto dell'idillio non li aveva fatti vedere né sentire.

"Ma continuate: andate pure avanti!"

Lucertola, quel bastardo, e buona parte della banda, erano sbucati all'improvviso e, di sicuro, le loro intenzioni erano malvage, quanto i loro ghigni.

"Pensavi ci fossimo scordati di te? Eh, schifoso, pensavi così, no?"

Simone li stava guardando in faccia uno ad uno: erano sei, forse troppi, e poi c'era Sam...

"Scappa."

Le disse sottovoce.

Ma, quasi ad intuirne le intenzioni, i sei si disposero a cerchio intorno a loro...

"Allora, bastardo, vediamo come te la cavi stavolta!"

Simone rimase immobile: gli occhi fissi in quelli di lui, a fargli leggere una storia quasi millenaria...

"Andatevene. Lasciateci in pace. Capito?"

Urlava tra i singhiozzi la povera Sam.

"Cos'è, puttanella: hai paura? Hai perso fiducia nel tuo cavaliere?"

Lucertola tirò fuori una pistola da sotto il giubbetto, puntandola verso Simone...

"Questo è per Gus e per Bud!"

Urlò mentre faceva esplodere un colpo.

"Nooooooooo!!!"

Samantha, disperata, fece scudo, col suo corpo, a quello di Simone, ed il proiettile, impietoso, le squarciò il petto, dilaniandole il cuore!

Un eterno attimo di silenzio calò come un sipario su quella scena maledetta: quella mossa aveva preso tutti di sorpresa!

Simone si trovò a stringere il cadavere della sua bella, grondante sangue innocente.

La belva furiosa balzò in avanti a sventrare a mani nude gli autori di quell'atto sacrilego: mentre strappava le budella a due di loro, Lucertola svuotava un intero caricatore su di essa...

In breve l'ira della bestia si bagnò nel sangue dei colpevoli, dissetando il suo spirito dannato cogli ultimi palpiti di vita di cinque corpi mutilati, straziati, ridotti a poltiglia senza forma: buoni come cibo per le creature guaiolanti che intonano canti verso i cieli neri del supremo abitatore dell'Abisso...

Lucertola aveva ricaricato e continuava a sparare, mentre Simone, con calma, avanzava verso di lui, pregustando l'ultimo boccone d'odio e di vendetta...

"Ma perché non muori, stronzo?"

Gridava la preda, consapevole del fatto di non poter fuggire...

"Perché? Perché?"

Continuava a ripetere, mentre, finite le pallottole, scagliava l'arma verso colui che avrebbe spento, con un soffio gelido, dall'oltretomba, la fiaccola della sua vita...

"Perché sono già morto!"

Gli rispondeva Simone, mostrandogli i canini cresciuti a dismisura, e affondandoglieli nella morbida carne del collo...

20 ottobre 2002

[Condor]


 
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