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Articoli Thursday 06 February 2003:
Nouvelle Vague - Italian new wave 1979-1982 (prima puntata)

Le origini della nuova onda italica, nei dischi della Italian Records
Tratto, con grandi ringraziamenti, da AZ webzine

Domanda a Ikue Mori: “Ti ricordi degli Hi Fi Bros?”
Risposta: “Chi???”

E’ da poco uscito, per le edizioni AAA, un libro di Piermario Ciani, dal titolo Dal Great Complotto a Luther Blisset.

Chi è abituato a bazzicare i territori utopisti e avanguardisti delle controculture contemporanee, conoscerà già il nome di Ciani, grafico e artista a tutto tondo che, spesso in coppia con Vittore Baroni, ha posto la sua firma in calce ad alcuni degli esperimenti più innovativi (aldilà delle critiche che si possono portare a tali esperienze) apparsi in Italia negli ultimi vent’anni, da Trax a Luther Blisset, per l’appunto. Come già il titolo del libro lascia intuire, la storia di Ciani prende il via all’interno di un movimento (?) che col tempo ha assunto dei connotati quasi leggendari: il Gran Complotto di Pordenone. Il libro prende ovviamente in esame gli aspetti più propriamente controculturali della faccenda, ma ci è servito a ricordare che all’epoca, in Italia, anche in ambito musicale nascevano esperienze di grande respiro e valore. Erano i tempi del Great Complotto, appunto, e più in generale della così detta “new wave italiana”, di gruppi come Gaznevada e Confusional Quartet quando non di Faust’O. Soprattutto di un’etichetta, la Italian Records di Oderso, che dei nuovi fermenti della penisola si fece bandiera, prima di andare incontro a un declino inevitabile e inesorabile. Con queste poche schede abbiamo cercato di rispolverare nomi dimenticati e oggi praticamente sconosciuti, che però mantengono tutt’ora una freschezza eccitante. Dischi fuori catalogo da anni, personaggi che sono finiti nei modi più disparati... Il sottoscritto, per motivi prettamente anagrafici, non ha potuto assistere in prima persona a tali eventi. Le informazioni sui gruppi in questione le ho raccolte da chi all’epoca c’era, o da riviste e fanzine del periodo (non esistendo una letteratura “storiografica” sull’argomento).

Mi scuso quindi da subito per gli errori e le imprecisioni che senz’altro compariranno tra le righe. Se a questo si aggiunge che, come detto, praticamente tutti i dischi citati sono fuori catalogo, di difficile reperibilità, e spesso venduti a prezzi allucinanti da quell’infame categoria che è quella dei collezionisti, si capirà che il seguente articolo non può (e nemmeno vuole) essere completo e onnicomprensivo. Ho cercato di concentrarmi su alcuni nomi specifici, tralasciandone altri. Mi scuso virtualmente con gli esclusi.

THE GREAT COMPLOTTO

Una sigla, un’idea, un programma. L’avanguardia pop italiana di fine anni ’70 non nasce né a Milano, né a Roma, né a Bologna. Nasce invece nella provincia grigia e operosa del nord est, nel Friuli della Zanussi e della Moretti, in una città (fino a quel momento) anonima e costantemente al di fuori delle rotte creative del Bel Paese: a Pordenone. Non la metropoli industriale e veloce, non la città dei giovani e degli studenti... la più placida e tranquilla delle provincie. Un paesone, praticamente: 50 mila abitanti all’epoca. Un piccolo mistero, se si vuole, che ha dato il via all’opinione comunemente corrente in Italia, che le grandi novità vedono la luce non tanto nei grandi centri quanto nelle periferie culturali ed economiche del paese. L’inizio di tutto, il Gran Complotto...

Già col suo nome, che rimanda a intrighi nell’ombra, a congiure sotterranee e tentacolari, il Gran Complotto si assicura un fascino e un richiamo lungi a morire. Ancora oggi, quella sigla rimanda a tempi eroici e esperimenti leggendari. Le miriadi di formazioni che dettero vita a quel progetto hanno avuto vita breve e scarsa fortuna, i dischi dell’epoca adesso fanno la gioia dei collezionisti, l’impianto ideologico, tra il goliardico e l’avanguardistico, che sottendeva la nazione di Naon, si ricollega per forza di cose alle più recenti correnti utopiche che tanto hanno fatto fortuna tra i giovani postlutherblissettiani di fine secolo. Fu un progetto, quello del Gran Complotto, a cui raramente si riconoscono i meriti ad esso dovuti: è una sigla che si conosce perché è da vent’anni nell’aria, un nome ricorrente eppure mai pienamente recuperato. Dal punto di vista musicale, il Gran Complotto è stato l’inizio di una stagione, quella della new wave italiana, anch’essa sovente dimenticata e lasciata da parte. E’ anche vero che il valore di quelle formazioni, di quella musica, spesso non travalica il semplice aspetto documentaristico, è vero che molte di quelle soluzioni hanno il sapore ingenuo della provincia, intendendo per Provincia non solo e non tanto la città di Pordenone, quanto un paese intero, l’Italia, da sempre periferia ossequiosa dell’impero musicale angloamericano. Ma è altrettanto vero che senza il Gran Complotto, senza il suo concetto di scena portato all’enesima potenza, senza i suoi sforzi di porsi al passo coi tempi, ecco, senza il Gran Complotto probabilmente staremmo ancora a ricordare di quando i nomi degni di rappresentare anche in Italia lo spirito dei tempi si chiamavano Area o Franco Battiato.

La leggenda, il mito del complotto, nasce in pieno periodo punk, quando a Pordenone apre un locale, il Tequila, punto di ritrovo per i giovani annoiati della cittadina friulana. Qui vedono la luce i due gruppi padri della scena naoniana (da Naon, nome antico del Naoncello, il fiume che attraversa Podenone): i Tampax di Ado e gli HitlerSs di Miss Xox. Il loro è un punk squisitamente amatoriale, completamente privo, come il genere conviene, di tecnica e padronanza strumentali, gridato dementemente e dementemente suonato. Primo parto di questa cricca di squilibrati, è uno split che esce nel 1979 (oggi reperibile a prezzi stratosferici, ovviamente). Chi fosse tanto fortunato da accattarselo, si ascolti No Solution, l’anthem degli HitlerSs: una voce che blatera in un inglese inventato, con versi del tipo “somebody say the punk is dead/I don’t wraina runninfén”, una chitarrina scordata che si lancia in un giretto assoultamente accattivante, una batteria che suona un pò alla cazzo di cane. Più che il punk, dentro c’è già lo spirito provocatorio e goliardico che caratterizzerà tutta l’epopea naoniana: sono dei cazzoni, e ci tengono a farcelo sapere.

Subito dopo l’uscita dell’Ep, Tampax e HitlerSs partono alla volta di Londra, alla conquista del mercato inglese. La leggenda vuole che alla frontiera la polizia inglese, insospettita del nome compromettente degli HitlerSs, sequestri tutte le copie del disco che i due gruppi si erano portati appresso. A Miss Xox, Ado e compagnia non resta che improvvisare un concerto a Portobello road, concerto immancabilmente conclusosi con la distruzione degli strumenti da parte degli stessi musicisti.

Nel frattempo a Pordenone è tutto un fiorire di gruppi: vengono fuori i Mess, i Sexy Angels, i Waalt Diisney. Progressivamente la musica si sposta dal punk primordiale a una forma di cold wave a base di synth e batterie elettroniche: si sente l’influenza dei nuovi gruppi americani, ma anche (e forse soprattutto) di Pordenone e il suo hinterland, della Zanussi e dei suoi nuovi tv color, della base di Aviano e delle sue tute d’amianto. La metamorfosi è in corso, la nuova onda italica si appresta a diventare realtà, e da lì all’incisione del primo album il passo è breve. The Great Complotto Pordenone esce per l’Italian Records nel 1980. Diciotto brani per otto gruppi complessivi più qualche comparsata, come per esempio la registrazione del famoso “concerto londinese” di Tampax e HitlerSs (un minuto e quindici in tutto) e un frammento di sette secondi a nome Mind Invaders. Sette secondi di fruscio per un gruppo che non è mai esistito, sigla fantasma che per un paio d’anni sarà la delizia della concettuosità dementemente avantpop naoniana. Un gruppo immaginario, si è detto, di cui venivano diffuse interviste e altrettanto immaginarire recensioni (per dischi mai usciti, ovviamente), costantemente citati dagli altri complottisti con la complicità di svariati personaggi dell’editoria musicale e non solo italiana. I comunicati a firma Mind Ivaders riportavano resoconti di concerti in cui venivano provate macchine assurde, oppure smentivano interviste apparse precedentemente perché false, smentite che a loro volta venivano messe in dubbio da comunicati successivi e così via. Un gioco intellettuale e goliardico dunque, dietro al quale si nascondeva il retaggio di alcuni degli esperimenti più innovativi degli anni ’70 in campo avanguardistico (la mail art, ad esempio), e che anticipa di vent’anni i concetti di identità multipla o di appropriazione di leggende metropolitane (Luther Blisset, insomma). Dietro al Gran Complotto dunque, si cela un aspetto che travalica il dato prettamente musicale: l’obiettivo è quello di rappresentare una realtà stralunata e inafferrabile (il concetto di Complotto d’altra parte è indicativo), fatta di collegamenti ipertestuali e rimandi ellittici. Una serie di esperimenti che ipoteticamente calerebbero il complotto naoniano a metà strada tra Residents e Throbbing Gristle, altre due formazioni che nello stesso periodo sperimentavano già da tempo l’uso improprio del mezzo musicale. Il Gran Complotto d’altronde, si dona anche un proprio statuto, che ironicamente si fà specchio dell’animo imprenditoriale tipico del nord-est, rivisto e corretto con un’abbondante dose di spirito provocatoriamente avanguardistico. “Ogni complesso del Great Complotto” recita lo statuto, “ha un proprio stile scenico-musicale e il suo prodotto vuole essere cosmopolita (cioè prodotto capace di vendere in tutto il mondo) (....) The Great Complotto è una holding di società per azioni: ogni società ha il suo consigliere delegato che la rappresenta nel consiglio generale del Great Complotto. Il consiglio generale ha la funzione di realizzare una strategia comune per la conquista del mercato e per l’egemonia dell’universo”. Questo delirio di marketing e logiche manageriali è il sunto perfetto tanto di un’ideologia dominante (quella imprenditoriale del nord est, si è detto), quanto della sua critica beffarda. Filtrati attraverso questa luce, i gruppi del Complotto assumono l’aspetto inquietante di figli perfetti (o di mostri, verrebbe da dire) della società capitalistica occidentale, e in particolare di uno dei suoi microcosmi meno evidenti e più totalitari: la provincia operosa e produttiva, con i suoi modi, i suoi costumi, le sue leggi implicite. Se il nord est è razzista e discriminatorio, nonostante si affretti a smentirlo con la consueta dose di buonsenso e ipocrisia, allora i gruppi del Great Complotto si dichiarano razzisti. Il pubblico del Great Complotto, così come i suoi gruppi, è “tranquillo e pulito” recita ancora lo statuto, e si tiene lontano da “cattive idee ed abitudini”. E’ un provincialismo portato al parossismo, smascherato nella sua intima doppiezza, e suona, nei suoi proclami, malato e alieno. La musica allora è solo un pretesto, ma fino a un certo punto. I suoni freddi dei synth, le melodie facili e canticchiabili, i ritmi danzabili e il tono amatoriale e dimesso dei gruppi di Pordenone, servono a trasmettere all’ascoltatore la stessa inquietudine provocata dall’assunzione piena e iperconsapevole delle parole d’ordine che tengono in piedi la provincia ricca e benestante. The Great Complotto Pordenone è un disco che suona al tempo stesso ingenuo e morboso. Viene in mente una gioventù ricca e soddisfatta, pulita e benvestita, ottusa e anche reazionaria. Sono gruppi per festicciole adolescenziali, in qualche modo, balere trasfigurate in ipotetici campi di concentramento postmoderni. Il paragone sorge spontaneo (anche musicalmente) con i Devo e i loro nerds alienati, o coi B 52’s e la loro parodia paranoica dei party di fine anno.

Fare i nomi a questo punto servirebbe a poco, visto che quello che conta è più un’atmosfera generale, una comunione di intenti impressionante per lucidità e perspicacia. Le drum machines battono in quattro quarti danzabili e festaioli, i synth giocherellano melodicissimi e freddissimi, le voci sono sempre svogliate, distaccate, da automi. I brani portano titoli come I’m in Love with My Computer, Stimolation, Good Ideas Must not Fall in the Hands of the Enemies. Spiccano comunque gli Andy Warhol Banana Technicolor (ex HitlerSs) con il loro techno-pop ossessivo, i Mess, B 52’s friulani, e gli ex Tampax Cancer (ribattezzatisi –secondo codice binario- 001100111 10001100 1011100), una sorta di incrocio demente tra Kraftwerk, Throbbing Gristle e Gary Numan. Se è vero che la qualità media del disco è poco più che discreta (molti gli episodi se non dimenticabili, quanto meno anonimi), The Great Complotto resta comunque un documento incredibile sia sul piano storico (è di fatto l’album che dà il via al “nuovo rock italiano”) sia su quello più squisitamente concettuale. Il tentativo di dare all’aspetto musicale una maggiore credibilità, è evidente nella raccolta successiva, iV3SCR, che esce nel 1981 sempre per Italian Records. Quattro soltanto stavolta i gruppi: Gigolò Look, Mess, Sexy Angels e Cancer. Si respira in qualche misura un’aria più professionale: i brani sono sempre ben costruiti e di facile impatto, ma non perdono nulla della consueta vena alienata. Il brano che apre l’album, Mathematic Mind dei Sexy Angels, è a tutti gli effetti tra le perle della new wave italiana: un synth-pop capace di un ritornello immediatamente memorabile, un giro di synth tra i più azzeccati, sospeso tra il malinconico e lo sconsolato, una voce mesta e addirittura evocativa. Un gioiellino, quasi un ipotetico “hit”. I Gigolo Look optano invece per una strana mistura a base di Devo e Renato Zero (!) e ancora una volta ci tengono a dare un’idea precisa di cosa sia la gioventù naoniana, basti pensare ai titoli dei loro due brani: The Elegants e Nouveau Riches. Ma sono ancora una volta i Cancer a primeggiare, con una Naonian Style perfetta, cantata in un tedesco inventato, la voce di Ado tra l’imbecille e l’autistico, le macchine che seguono percorsi industriali (i Throbbing Gristle in salsa Hanna e Barbera), e con Wheels, cantata da Andy dei Gaznevada, nuovo ponte tra Pordenone e la Sheffield dei Cabaret Voltaire. Il disco è corredato da una “Guida dello Stato di Naon” che conferma l’attitudine già messa nero su bianco nel famoso statuto.

L’avventura del Gran Complotto sostanzialmente si esaurisce qui, dopo appena due raccolte, a cui vanno aggiunti singoletti sparsi e reincarnazioni successive di scarso profilo. Assolutamente degne di nota sono le pubblicazioni collegate al “giro” naoinaio, vere perle grafiche (dietro c’è il solito Piermario Ciani), con tanto di adesivi, pagine serigrafate, figurine... Giovani annoiati o giovani geniali? Probabilmente, entrambe le cose...

[Ivan Ljubesic]

(To be continued...)


 
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