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Articoli Monday 10 February 2003:
Nouvelle Vague - Italian new wave 1979-1982 (seconda puntata)

Le origini della nuova onda italica, nei dischi della Italian Records
Tratto, con grandi ringraziamenti, da AZ webzine (le foto allegate, invece, sono state prese dall'archivio online di Bologna Underground)

GAZNEVADA

Gruppo simbolo della nuova onda italica, i Gaznevada rappresentano in maniera esemplare la parabola di quel movimento che, nato sul finire degli anni ’70 sulla scia dei nomi storici della new wave inglese e americana, finì poi per perdersi tra maldestre ambizioni commerciali e soluzioni musicali annacquate.

I Gaznevada nascono - col nome di Centro d’Urto Metropolitano - in pieno ’77 bolognese all’interno della Traumfabrik, casa occupata di via Clavature destinata a diventare punto cruciale di un intero “sottomovimento”: parecchi nomi che hanno fatto la storia del dopo ’77 sono passati di qui, primo fra tutti Filippo Scòzzari, all’epoca una delle colonne di Cannibale, la rivista romana fondata da Stefano Tamburini e Massimo Mattioli da cui in seguito nascerà Frigidaire. I rapporti tra la nuova avanguardia grafica e i fermenti musicali dell’imediato dopopunk, tra la nouvelle vague fumettistica e la nuova onda bolognese, porteranno a legami e collaborazioni di altissimo livello, segnando nel profondo l’alba degli anni ’80 italiani. Il gruppo di Andy Nevada, Billy Blade, Bat Matic, Chainsaw Sally e Robert Squibb, ha avuto allo stesso tempo il pregio di incarnare mirabilmente le tante influenze e le felici intuizioni di quella avventura, e il difetto di averle in seguito tradite, in favore di un suono privo di sostanza, banalmente danzabile, poco originale. Restano però due lavori (Sick Soundtrack e il 12” Dressed to Kill) che sono tra le testimonianze più complete di quel periodo, coordinate imprescindibili per chi volesse capire un suono e un’atmosfera cruciali.

Ispirate musicalmente da nomi come Devo, Pop Group, Contortions e Talking Heads, queste opere riescono ancora a coinvolgere in virtù di un funky oscuramente metropolitano, ossessivo e paranoico, al quale però non manca mai uno sfondo di ironico sarcasmo. Sono le colonne sonore per un ipotetico film di serie Z giapponese (grande passione dei Gaznevada stessi), tra Godzilla e androidi di plastica, immaginari di un mondo che va velocemente degradandosi, perversamente corrotto, malato fino al midollo.

Per restare in tema, le musiche dei Gaznevada avrebbero potuto degnamente accompagnare le gesta iperrealiste e ultraviolente del Ranxerox di Tamburini e Liberatore.

Ma veniamo dunque ai fatti, o meglio, alle opere: dopo un nastro e un 7” poco indicativi, i Gaznevada partoriscono nel 1980 il loro primo album, il già citato Sick Soundtrack. Per molti quest’album è il manifesto stesso della new wave italiana, il frutto maturo di un sottobosco sorprendentemente creativo. Effettivamente tutto, in questo disco, ha il sapore del “classico”: dalla copertina a strisce verticali rosse e nere, alla busta interna coi testi scritti in giapponese, dalle cartoline in formato polaroid che ritraggono i cinque musicisti (più il produttore Oderso), alle canzoni stesse, schizofreniche e “postmoderne”, autentici quadri di un’epoca.

Si inzia con Going Underground, un funky pulsante, tutto costruito sul battito senza sosta di una batteria elettronica alla quale si aggiunge un giro di basso tra il seducente e il vizioso, con un sassofono quasi dance a pennellare il tutto. E’ uno dei brani simobolo del gruppo bolognese: in due minuti vengono concentrati tutti i loro tratti salienti, dall’isteria sopra le righe all’ossessività delle atmosfere, dall’ironia spastica al tono glaciale e meccanico dell’insieme: come se Devo e B 52’s fossero andati a letto con James Chance.

Shock Antistatico è un altro vertice, un brano addirittura esaltante nel suo andamento completamente schizzato, contorto e “obliquo”: anche qui è un giro funky di basso a sostenere il tutto, ma stavolta è la chitarra di Robert Squibb che spicca; il paragone immediato potrebbe essere con un’ipotetica versione “dark” dei Contortions. Un brano fatto di saliscendi emozionali, di riverberi opprimenti, di distorsioni maniacali: “Stay in the freezer”, recita una voce durante il ritornello, quasi a riassumere l’estetica di un’intera generazione.

Tij-u-wan, che apre il secondo lato, riprende le intuizioni di Shock Antistatico: ad una prima parte “d’atmosfera” giocata sui ticchettii di una batteria elettronica, corrisponde una seconda basata su un riff trascinante e su un delirio di violenza glaciale e dilatata. Oil Tubes è una versione demente dei Talking Heads, Japanese Girl è un “lento” dove ancora una volta Robert Squibb si mette in evidenza, giocando a creare, con la sua chitarra, un’atmosfera rarefatta e maliziosa.

Pordenone Ufo Attack è un altro brano “dilatato”, costruito su una lunga improvvisazione di effetti elettronici...

Sick Soundtrack, in definitiva, assomiglia molto a un album di pervertita dance music. Un lavoro che sa essere divertente e trascinante, ma a cui le atmosfere decisamente “altre” donano un tono da incubo metropolitano... una specie di fumetto di fantascienza di serie B, tra metropoli a più livelli, scenette a luci rosse, demenzialità dilagante e violenza gratuita.

Al primo album segue, nel 1981, un 12” di nome Dressed To Kill. Sei brani, tra cui una seconda versione di Going Underground e una personale cover, allucinante e fuori registro, di When The Music’s Over dei Doors. Se, per forza di cose, è vero che questo lavoro non ha la forza e la completezza di Sick Soundtrack, è altresì chiaro che nulla delle intriganti atmosfere del primo album è andato perduto, anzi: i brani di Dressed To Kill sembrano portare i Gaznevada alle soglie di una maturità solo appena intaccata da soluzioni che cominciano a farsi ripetitive. A. Perkins, che apre il disco, ne è un esempio: stavolta la figura ispiratrice è il killer psicopatico, il protagonista di Psycho interpretato dall’attore che dà il titolo al pezzo. Anche qui siamo nei pressi di una elaborata disco music, perversamente sensuale, dementemente malvagia. A. Perkins è la dichiarazione d’amore di un pazzo omicida, raffiguarato qui come un orco che spaventa le bambine: una vocetta deformata, quasi una parodia di un film sui serial killer, le note sospese della chitarra, con tanto di riverbero, il battito pulsante della batteria elettronica, tutto contribuisce ad alimentare un’atmosfera da incubo angosciante quanto surreale. Ma forse più di tutte le parole, la canzone si spiega da sola col proprio testo (in italiano): “Le bambine come te sono tutte da scoprire, ogni uomo ha il suo hobby, stai attenta a non cadere... Se Anthony Perkins ti prende la mano ti trascina sotto il letto...”.

D.J. e Dressed To Kill sono la naturale evoluzione del funky cervellotico del primo album, mentre Frogs on the Phone raggiunge nuove vette con il suo andamento da cartone animato sbilenco e i suoi cambi di tempo, tra effettini elettronici, squilli di telefono e gracchiare di rane.

Dressed To Kill è un punto d’approdo importante, il momento in cui il suono dei Gaznevada raggiunge una sua piccola classicità, appena a un passo dal manierismo. Trovatisi di fronte a un bivio forse aldilà delle loro capacità, i Gaznevada saranno capaci di dilapidare in brevissimo tempo le intuizioni originali dei loro inizi: le seguenti prove, deludenti al punto di non doverle nemmeno nominare, rappresentano idealmente la fine di una stagione intensa, ahimè, fin troppo breve...

[Ivan Ljubesic]

(To be continued...)


 
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