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Articoli Monday 03 March 2003:
La scrittura emotiva postmoderna di Pier Vittorio Tondelli

Degno rappresentante della controcultura alternativa e punto di riferimento per molti giovani narratori, Tondelli morì a soli 36 anni, ma resta un maestro della “riflessione autobiografica” e “per frammenti”

Non esagera Fulvio Panzeri, curatore dell’opera omnia di Tondelli recentemente pubblicata da Bompiani, quando afferma che egli va considerato una figura centrale della narrativa italiana degli ultimi vent’anni. Né esagera Giulio Ferroni, che, nella sua “Storia della Letteratura italiana”, lo definisce un enfant prodige. Tutto ciò non solo per i nuovi orizzonti che questo eclettico giornalista-scrittore ha saputo aprire dopo la crisi epocale delle avanguardie degli anni ’60 e ’70, ma anche per il valore intrinseco del suo notevole impegno di “organizzatore di cultura”. All’inizio degli anni ’80, infatti, con l’editoria ormai divenuta industria editoriale, Tondelli dimostrò con i fatti, insieme a gente come Andrea De Carlo, Daniele Del Giudice, Claudio Piersanti, Enrico Palandri e Giovanni Pascutto, che la nostra Letteratura aveva ancora molto da dire. Lui, però, si distinse particolarmente, perché seppe estremizzare in chiave rinascimentale la figura dello scrittore, non solo decidendo di vivere appunto di scrittura, collaborando a “Linus” e “Rockstar”, ma anche prendendo sulle larghe spalle (era alto oltre un metro e novanta), la grande responsabilità di porsi a modello di riferimento per le nuove leve di giovani autori esordienti.
Tondelli esordì in modo piuttosto grintoso (“Altri libertini”, “Pao Pao”), rappresentando un universo giovanile anarchico, disgregato e disomogeneo, ma anche patologicamente materialistico, per poi progettare una costruzione sistemica più ambiziosa, condannando gli anni del rampantismo e dell’individualismo mass-mediato (“Rimini”), mentre con “Camere separate” si sforzò di sviscerare le pulsioni che regolano la vita dei singoli individui.
La sua produzione può dividersi in due fasi: nella prima s’ispirò certo alla “scrittura emotiva” dell’Alberto Arbasino dell’”Anonimo lombardo”, ma anche a Céline, Selby jr e Gianni Celati, grande viaggiatore e studioso di letteratura anglo-americana che, negli anni ’70, diede voce allo spirito dissacratore dei movimenti alternativi, immortalando delle marionette sul modello del grande cinema comico degli anni ’20. Nella seconda fase, P.V.T. s’accostò invece alla “riflessione per frammenti” (vedasi: “Biglietti agli amici”, del 1986, vero esempio di elaborazione postmoderna di un testo narrativo) o “in forma autobiografica”; nonché ad un’altra tipologia di scrittura: quella di Isherwood, Peter Handke e Ingeborg Bachmann.
In “Altri libertini” e “Pao Pao”, Tondelli puntò sulla costruzione di un’immagine fulminea e su un linguaggio immediato, che teatralizza la parola gergale fino a trasfigurare la realtà in una sorta di psicodramma. Quest’opera risentì certo delle esperienze lavorative come animatore estivo tra Correggio e Reggio Emilia, nonché dello studio di taluni testi al DAMS di Bologna come la “Trilogia degli scarrozzanti” di Testori. “Altri libertini” è un’opera controculturale abbastanza dura da digerire, un romanzo ad episodi in cui si rispecchia l’esperienza della generazione dei giovani di fine anni ’70: i loro viaggi tra Amsterdam e Londra, le lotte studentesche, la droga, la ricerca della propria identità e il desiderio di libertà, che può definirsi la summa dei miti e delle figure di riferimento di un particolare “immaginario giovanile”, successivamente ricreato dalle atmosfere del film “Radiofreccia” di Luciano Ligabue, non a caso anch’egli di Correggio.
L’opera prima di Tondelli, sulla quale aleggia una solitudine plumbea, mista a pesante depressione, da spleen adolescenziale (“esser soli fa molto più male in mezzo alla gente, allora sì che è doloroso e pungono le ossa e il respiro è davvero brutto”) fu pubblicata da “Feltrinelli” grazie alla mediazione del critico letterario Aldo Tagliaferri, ma fu sequestrata dalle autorità giudiziarie per il reato di “oscenità” appena venti giorni dopo la sua uscita e costò all’autore un processo che lo vide però assolto con formula piena.
Quella di Tondelli non fu però una denuncia, bensì la mera registrazione di paranoie, desideri, aspirazioni ed ossessioni che tratteggiano un ritratto generazionale, attraverso lo scorrazzare notturno dentro l’asfissia provinciale, in cerca di libertà e redenzione, perché il provincialismo genera disadattamento cronico, tra accenni pop e luci psichedeliche che fotografano la stagione postsessantottina che sfuma: quel “tutto è politica” che diviene “tutto è singolo individuo”.
“Pao pao” è invece la cronaca delle esperienze vissute durante il servizio militare. E qui sta il limite di un’opera ripetitiva rispetto a quella d’esordio: l’autorappresentazione eccessiva dell’autore, quasi diaristica, dove diviene difficile distinguere tra realtà, fiction e mitobiografia, così come tra velleità letterarie ed impegno metaletterario. L’opera palesa quella spiccata attenzione per i riti di passaggio, che ritroveremo in “Un weekend postmoderno”. In lui, infatti, la riflessione autobiografica ricorre come in pochi altri, fino a diventare il fondamento della sua poetica, ben riflettendo il suo carattere (“Quelli della Vergine sono così: malinconici, solitari, pessimi partner con una grande vita interiore che non necessita di mondanità per esprimersi. Nello stesso tempo sono fin troppo preda di umor nero, insomma di malinconia”).
Opera centrale della sua produzione è invece “Rimini”, che fu presentata da Roberto D’Agostino nel 1985. E’ la cronaca di un viaggio sulla riviera romagnola, con le sue pseudomitologie nazional-popolari: quella bolgia vacanziera fatta di spiagge e discoteche, insomma, dove l’autore sperimentò la commistione di diversi registri linguistici e differenti costruzioni narratologiche, immortalando la capitale delle vacanze italiane come un divertimentificio fine a sé stesso, degna espressione del nulla degli anni ’80. Protagonisti del libro sono un giornalista al suo primo incarico importante, uno scrittore in crisi creativa, un’antiquaria tedesca sulle tracce della sorella sbandata, un sassofonista che vive un’avventura con una donna sposata e due giovani aspiranti registi in cerca di finanziamenti per i loro film, ma “Rimini” è soprattutto un grande affresco “balneare”, anzi, un vero e proprio schermo televisivo cartaceo, riempito da quei bagnini, tette al sole, pedalò e chiappe abbronzate, che tanta fortuna hanno poi incontrato nella nostra cinematografia. L’universo descritto è dunque quello delle laceranti contraddizioni e delle futili ossessioni del mondo virtuale coevo, abitato da quei manichini di plastica colorata a luci intermittenti, che sono la metafora di un’umanità in piena crisi d’identità. Lo show surreale che ne consegue è la celebrazione di quell’artificiosità che ormai caratterizza una società schiava di immagini e formalismi dove nessuno è più libero d’essere sé stesso, dato che il ruolo dei singoli è deciso da altri e i comportamenti sono eterodiretti e manipolati dal potere occulto dei mass-media. Questo libro può a ragione considerarsi la denuncia del rampantismo cinico e decisionista, col conseguente dilagare dell’individualismo di massa.
Dal punto di vista stilistico, invece, “Rimini” si distinse per i costanti riferimenti al mondo musicale e la citazione indiretta, confrontando una serie di situazioni portate all’eccesso. Alcune pagine hanno il ritmo del giallo, altre della commedia sentimentale o dell’inchiesta sociologica. Il tutto con un ritmo da videoclip che sa di contaminazione dei generi e di multimedialità, dato che la musica fa da colonna sonora al testo (l’opera si chiude addirittura con la citazione dei brani ideali da ascoltare come sottofondo alla lettura). La consonanza tra linguaggio e musicalità è una delle sue peculiarità, dato che la musica interagisce con l’assetto linguistico, quasi coordinandolo e miscelando il sound con il linguaggio parlato. Egli, infatti, dichiarò: “Cerco di fare in modo che le parole mute della pagina diffondano il loro suono, la loro voce, così da creare quel ronzio cerebrale che è la musica della pagina ed il suo ritmo. Inseguo il ritmo e la musica dei miei anni, cerco di avere una frase che si possa cantare in testa. Faccio musica con le mie parole”. Davvero singolare, in tal senso, il parallelo tra il racconto “Autobahn” e le nenie di “Materlineare” dei CSI, gruppo che ha ripreso il genere dei CCCP, lanciati appunto da Tondelli sulle colonne de “L’Espresso”.
Lo stile decisamente musicale, evocativo ed emozionale di P.V.T. racconta e differenzia i singoli personaggi, quasi circoscrivendoli, poiché la loro indole è tale proprio in relazione a quello che ascoltano. Un elemento di novità, insomma, che certo influenzò anche scrittori che seguirono le sue orme, come Enrico Brizzi nel famoso “Jack Frusciante è uscito dal gruppo”.
“Camere separate” è invece l’appassionante e luttuosa storia d’amore gay tra il trentaduenne Leo ed il suo compagno Thomas, ma anche la narrazione di un percorso di solitudine in cui il tema della morte, del dolore, l’ansia d’assoluto, il rimpianto per l’impossibilità della maternità, che rimanda ad una complessa ricerca d’interiorità e si manifesta attraverso una scrittura diversa rispetto alle precedenti, più controllata: qui Tondelli rimette in discussione sé stesso e l’etichetta di scrittore giovanilista che gli derivava da “Altri libertini”, dando vita a quello che sembra un romanzo di formazione, cioè fondato sulla sua educazione sentimentale, seppure in chiave drammatica, dato che si tratta di rivivere il lutto facendo i conti con la morte ed il destino dell’uomo. Il trauma subìto getta Leo nelle braccia di una cupa solitudine (il romanzo è pressoché privo di dialoghi), nella quale il personaggio si smarrisce e non sa più chi sia. Molto complesso si rivela poi “Un weekend postmoderno: cronache degli anni ‘80”, che raccoglie la sua composita produzione saggistica. Saggi, dunque, ma anche recensioni letterarie e teatrali, frammenti narrativi, cronache, appunti di viaggio e ricordi o solo ritratti di personaggi. Qui l’autore spazia molto, mescolando generi e stili. Un passo di quest’opera, inoltre, può considerarsi assolutamente paradigmatico del suo metodo di lavoro: quando Tommy chiede a Didi come procede la stesura del suo romanzo, egli risponde: “A rilento. Sto per ore e giorni e notti a inseguire una parola, quella sola parola. Non mi interessano le trame, i plot, quelle stronzatine lì: vado con l’orecchio. Cerco semplicemente di far sì che le parole mute della pagina diffondano il loro suono, la loro voce. Così che si crei un ronzio cerebrale, che è la musica della pagina, il suo ritmo. Io cerco il ritmo, la musica dei miei anni, cerco d’avere una frase che si possa cantare in testa: faccio musica con le mie parole”.
L’ultima opera di cui ci occupiamo: “Biglietti agli amici”, fu inizialmente pubblicata dall’esordiente casa editrice bolognese “Baskerville”. Si tratta di un libro molto personale, artigianale ma ben curato, che, in origine, doveva essere un livre d’art di sole cinquanta copie, con tavole astrologiche ed angeliche disegnate da un artista. Nell’edizione che fu distribuita in libreria, invece, ai nomi degli amici cui sono dedicati i bigliettini sono sostituite le iniziali. Si tratta di un libro di ventiquattro pagine (una per ogni ora del giorno) che riunisce frammenti, trascrizioni di canzoni, piccoli testi, brevi racconti di viaggio.
In conclusione, dobbiamo chiederci se Tondelli può essere considerato un “classico”. Piersandro Pallavicini sostiene di sì, “perché da lui venne una rivitalizzazione della nuova narrativa. La sua lezione sulla necessità e l’urgenza della scrittura, in un’epoca, gli ultimi anni ’70, dominata dalla ricerca e dallo sradicamento della parola, è stata impagabile, l’illuminazione circa la letterarietà della cultura bassa contemporanea: una vera folgorazione. Da lettore, pronuncerei un assenso altrettanto entusiasta: per la potenza, il grande respiro, il benedetto pugno nello stomaco, l’empatia, la facoltà di travolgere, commuovere, cambiare la vita, di cui brillano ancora, a dieci o vent’anni dall’uscita, i suoi romanzi o racconti. Tondelli è stato unico e prezioso”. Di diverso parere è Gian Paolo Serino (“i romanzi dello scrittore emiliano furono certo dei capolavori per chi è cresciuto negli anni ’80, ma totalmente insignificanti per i posteri”). Circa la sua iperattività di talent-scout, inoltre, Serino chiede polemicamente: “E’ forse un merito averci fatto conoscere scrittori come Guido Conti o Silvia Ballestra? Più che un talent-scout, Tondelli è stato un talent-discount, colpevole di averci propinato la melassa più pretenziosa della nostra narrativa”. A mio parere, invece, ciò che distinse maggiormente questo autore fu proprio questa sua insolita capacità di interagire con altri scrittori e di dare una mano concreta a quanti si avvicinavano, tra mille difficoltà, a quella “mafia piccola piccola” che è il sistema editoriale italiano, secondo una recente e significativa definizione di Daniele Brolli. La verità è che Tondelli fu uno scrittore vero, in qualche modo un predestinato (“Ho sempre scritto, cominciando a sedici anni col solito romanzo sull’adolescente frustrato”), che si diede un gran da fare anche in ambito giornalistico, nonostante censure varie, tra cui resta celebre quella di Pippo Baudo, che rifiutò di presentare “Rimini” a “Domenica in”, e seppe inventarsi organizzatore di cultura: restano infatti storiche le tre antologie “under 25” da lui curate (“Giovani blues”, “Belli e perversi” e “Papergang”), grazie alle quali furono lanciati autori ancora sconosciuti come Giuseppe Culicchia e la già citata Silvia Ballestra. Non sapremo mai cosa avrebbe potuto ancora scrivere, ma è lecito ritenere che, data la sua prematura scomparsa (che lo accomuna ad un altro notevole narratore del Novecento: Federigo Tozzi) ci avrebbe dato ancora molto. Certamente di Tondelli rimarrà l’uso del linguaggio parlato che si fa continuatore della ricca tradizione dei linguaggi anarchici emiliano-romagnoli, senza tuttavia mai eccedere nella direzione estrema di autori maledetti per scelta ideologica come Céline, anche se deve riconoscersi che due racconti (“La casa!... la casa!...” del 1981 e “Pier a gennaio” del 1986) strutturalmente sono assimilabili al famoso modello della cosiddetta “variazione” céliniana e confermano il suo tentativo di dar vita ad una sorta di eversione linguistica. Secondo Filippo La Porta, infatti, “si differenziò per una capacità espressiva esuberante; per l’originalità linguistico-lessicale (neologismi come: spolmonare, far l’amore sforacchiato, pensierare) ed un’estrema libertà sintattica; per la filosofia freak e vitalistica; per la suggestione del viaggio e della fuga ed il tono svagato, allegro e irriverente”. Il suo vero “testamento poetico”, però, sembra affidato a questa significativa riflessione: “Dopo due righe, il lettore dev’essere schiavizzato, incapace di liberarsi dalla pagina; deve sudare e prendere a cazzotti, e ridere, e guaire, e provare estremo godimento. La mia Letteratura esprime le intensità intime ed emozionali del linguaggio”, che sembra anche la miglior definizione possibile della “scrittura emotiva” tondelliana.


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SCHEDA TECNICA

Nato a Correggio (RE) il 14/9/1955, Pier Vittorio Tondelli cominciò a frequentare la biblioteca comunale a soli 12 anni. Qui lesse romanzi d’avventura come “Le tigri di Mompracem” di Salgari. Frequentò poi il liceo classico e s’avvicinò all’associazionismo cattolico. Dopo la maturità, si iscrisse al Dams (Discipline Arte Musica e Spettacolo) dell’Università di Bologna, cominciando a frequentare cineclub e teatri, lavorando anche per radio private. Frequentò le lezioni di Umberto Eco, ma si spostò spesso a Milano, che vide come città “della fantasia, della libertà e del desiderio”. Nel 1980, si laureò col Prof. Paolo Bagni, su un argomento che influenzerà talune sue scelte narrative: “Letteratura epistolare come problema di teoria del romanzo”. Partì poi per prestare il servizio di leva, prima ad Orvieto e poi a Roma. Dopo un viaggio in Tunisia, venne ricoverato in Ospedale a Reggio Emilia. La diagnosi fu spietata: Aids. Tondelli scelse di nascondere la sua malattia e continuò ad incontrare solo gli amici più intimi. Verso la fine della sua vita, si riavvicinò alla religione cattolica. Nel letto d’ospedale lesse ed appuntò la “Traduzione della prima lettera ai Corinti” di Giovanni Testori. Scrisse inoltre degli appunti circa un progetto letterario che non riuscì però a realizzare: “Sante messe”. Morì poco prima di Natale, il 16/12/1991. Venne sepolto a Canolo, frazione di Correggio.


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Bibliografia:

“Altri libertini” - Feltrinelli, 1980
“Pao Pao” - Feltrinelli, 1982
“Dinner Party” - Feltrinelli, 1984
“Rimini” - Bompiani, 1985
“Biglietti agli amici” - Bompiani, 1986
“Camere separate“ - Bompiani, 1989
“Un weekend postmoderno: cronache degli anni ‘80” - Bompiani, 1990
“L’abbandono” - Bompiani, 1993, postumo


[Fernando "Uragano Tzigano" Bassoli]




Note: questo articolo è già stato pubblicato sulla rivista "Orizzonti" di Roma(www.rivistaorizzonti.net).
L'intelligenza dell'Editore Giuseppe Aletti rende possibile la ripubblicazione in questo spazio. Grazie: la cultura è dialogo!

 
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