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Articoli Friday 14 March 2003:
Il demonazzo (prima puntata)

Alvaro il Cravattaro? Brutta bestia. Difficile ricordarlo, difficile dimenticarlo, difficile perfino da raccontare. Anzi: impossibile, ché avreste dovuto vederlo coi vostri occhi, un tipaccio del genere: a parole non si può proprio descrivere. Io, però, ho la capoccia dura: voglio provarci lo stesso. E lo farò alla mia maniera. Diciamo che era un macistone baffuto, alto una settimana, lesto di braccia ma scarruffàto di cervello.

Quando parlava, alzava sempre la voce ed accompagnava le parole con gesti lenti ed accentuati, quasi teatrali, fendendo l’aria con delle manàte secche - alla ndo’ còjo, còjo - e sputacchiolando di brutto, come una sputacchiera sborrazzante. Avete presente le sputacchiere, quando sborràzzano? Penso di no, dato che non esistono: è solo un modo di dire che ho sentito chissà quando e chissà dove. Ma non importa: penso mi abbiate capito lo stesso. In ogni caso, quel che m’importava davvero spiegare è che Alvaro Mastracci - così faceva di cognome -, era una specie di diavolone sbucato dal profondo dell’inferno: metteva paura solo a guardarlo, ché si capiva subito, a prima vista, che era uno di quei barilotti beoti grandi, grossi e schiacciasassi, con cui è meglio non litigare mai, dato che l’incazzamento pare se lo portino conficcato nel bel mezzo dello stomaco da quando sono schizzati fuori dalla fessa della madre, per partecipare al gran ballo degli sfigàti, in questa valle di lacrime. Il suo malanimo, però, stonava di brutto con lo sguardo fermo e gelido, ma in fondo smarrito, tipico di quelli che non hanno più niente da perdere. O addirittura non l’hanno mai avuto. E lui era proprio uno di questi ultimi: figlio della Fame e della Sete, padre feroce di un risentimento atavico e rabbioso provato contro il mondo intero, cresciuto poco a poco, umiliazione dopo umiliazione, digiuno dopo digiuno, rapina dopo rapina, rissa dopo rissa. Sempre peggio, insomma, come sempre accade in casi del genere. I modi, dunque, erano quelli del bullo verace, di borgata, e pure peggio: come ho già detto, pareva proprio un satanasso che andava in giro a seminare zizzania ovunque, alla perenne ricerca di guai grossi, destinato a fare il vuoto attorno a sé nel momento stesso in cui appariva all’orizzonte. Quando entrava in un bar, per rendere l’idea senza troppe ciance, non faceva in tempo ad accostarsi al bancone che il locale si svuotava in un baleno: d’improvviso tutti si ricordavano d’avere qualcosa d’importante da fare ed esclamavano sciocchezzuole tipo:

“Devo còrre a casa!”

“Me so’ scordàto mi’ mòje al supermercato!”

“Comincia la partita in TV!”
“Devo attaccà a lavorà!”

“Oddio, ho lasciato er gas aperto!” e altre balle del genere. Erano davvero buffi e maledettamente miseri, nella loro vigliacca, vulnerabile e penosa, ma in fondo comprensibile umanità. Alcuni, addirittura, si stampavano una manàta in fronte, per essere più convincenti. Tutte le scuse, insomma, erano buone per filar via e cavarsi d’impaccio. Ed ogni volta era la stessa storia: lui si presentava ondeggiando come un pistolero ubriaco e affondava i piedoni nel pavimento – quasi conficcandoli a terra – per ribadire: “Sia ben chiaro che questa è zona mia; qui comando io e faccio come mi pare e piace, quant’è vero che mi chiamo Alvaro!”. Poi si guardava attorno e salutava la criccaglia dei clienti con un “Buondì.” freddo, che non prometteva nulla di buono. Più che un saluto, infatti, pareva una minaccia. O addirittura una condanna a morte senza appello. Era un “Buondì.” che tutto sembrava tranne un “Buondì.”, per capirci. Avesse detto: “Mo so’ cavoli vostri: se nun state bòni e zitti, vi rivolto come pedalini e ve faccio vedé i sorci verdi!” sarebbe stata la stessa identica cosa. Anche perché condiva il tutto con un sorrisello beffardo e malandrino, che gli deformava la boccaccia senza ritegno, completando quel quadro imbrattàto di odio misto a merda, che il suo faccione rappresentava alla grande. Le parole, del resto, i loro significati e l’effetto che provocano sugli altri, dipendono dal contesto in cui vengono pronunciate, dall’uso che se ne fa, dal modo in cui sono scandìte, dal tono della voce e, soprattutto, dalla bocca dalla quale provengono. Perché intorno ad ogni bocca c’è pure una faccia, più o meno da cazzo, più o meno da culo. Mica significano sempre la stessa cosa punto e basta, le parole. A volte, pure “Li mortàcci tua!” può essere un complimento, e “Ciao bella.” l’approccio di uno stupratore maniaco che vuole solo spanàrti il bucio del culo per benino, per possederti fino alla radice dell’anima. Ma qui il problema era un altro, ché tutte le parole, in bocca al Cravattaro, suonavano nello stesso modo squallido e sinistro. Quando entrava in un bar, dicevamo, i presenti sgattaiolavano via a testa bassa, con la coda infilàta tra le gambe, nemmeno fossero cagnette incinta prese a calci o, peggio, avessero visto il fantasma arrazzàto di Gengis Khan in tenuta d’assalto all’arma bianca. Lui, invece, nemmeno li vedeva; oppure faceva il superiore, quasi camminasse su una nuvoletta sospesa a tre metri da terra, anche perché girava quasi sempre con un paio d’occhialacci scuri – a rettangolo - con le lentone color blu di Prussia, e li portava anche di notte, proprio per mantenere le distanze tra sé ed il resto del mondo, chiarendo subito come stavano le cose senza sprecare il fiato. Ché il fiato, ad uno così, anarcoide e malandrino per scelta di vita, serviva per ben’altre attività. Non certo per chiacchierare coi comuni mortali. Alvaro abitava all’ultimo piano di un palazzottone trucido, ammuffìto e sbruffolento, affacciato su via Livia Orestilla, proprio sopra al “Bar-Biliardo da Giuliano”. Che cavolo di bar, quello: era forse il più scalcagnàto di tutta Cinecittà. C’era da aver perfino paura, a metter piede lì dentro. Era dunque soprattutto in un posticìno così, che il diavolone spadroneggiava da par suo. Diciamo pure che quello era proprio il primo posto dove andava a combinare casini, durante le sue giornate amorali, sprecate ad assecondare gli istinti più bassi: quelli che fanno diventare gli uomini sempre più simili ad animali travestiti da esseri umani. Da Giuliano lavorava una certa Nadia, la classica barista pischella da sfruttare a più non posso, che sgobbava come una negra per la miseria di cinquecentocinquantamilalire al mese in nero; ovviamente senza contributi o altro, com’era del resto normale, in un Paese anormale come l’Italia post-grande abbuffata stile anni ’80, che faceva dell’anormalità la normalità, senza che nessuno muovesse un dito per cambiare le cose. Intorno al 2000 - sia chiaro - con cinquecentocinquantamilalire al mese non si mangiava nemmeno due volte al giorno, ma, se solo Nadia si fosse azzardata a lamentarsi, sarebbero volati certi sganassoni che non vi dico, e dunque le toccava far buon viso a cattivo gioco, suo malgrado. Ma lo spirito d’adattamento dell’uomo – e della donna in particolare – è sempre la più incredibile delle meraviglie. Dopo lo sbandamento-scoramento-disgusto iniziale, la poverina s’era infatti pian piano adeguata all’andazzo generale (il solito frega-frega all’italiana) ed aveva imparato la famosa “Arte dell’arrangiarsi”, diventando in breve una maestra vera e propria: appena poteva, arrotondava il suo magro stipendietto facendo sparire pizzettine e maritozzi dalla bachecona piazzàta sulla destra del bancotto di alluminio mezzo ammaccàto, dietro al quale le toccava tribolare di brutto per sbarcare il lunario. In pratica, la tipa pranzava coi maritozzi che sgraffignava sul posto e cenava con le pizzette che si portava a casa, inguattandole di soppiatto nella borsellina color cecio lessàto, a fiorami giallettini e rossicci, da quella buona tifosa romanista che era nel profondo dell’animo. La sua bellezza di ragazzella nel fiore degli anni, però, non risultava scalfìta dall’alimentazione squallida e sregolata, ché, belloccia di natura e sempre in movimento com’era condannata a stare per distribuire cappuccini a destra e manca con un finto sorrisetto perennemente stampigliato sulla boccuccia, Nadia si manteneva fresca e brilluccicante come una rosella che sboccia, sbaciucchiata dai caldi, candidi raggioni del primo sole di primavera. E anche se non era proprio quel che si definisce una gran sventola, un pensierino a metterle le zampe addosso ce l’avevano fatto un po’ tutti, Alvarone compreso.

Un pomeriggio di giugno – l’afa incollava le magliette e arroventava le lamiere delle auto -, il nostro si presentò al barettino più baldanzoso del solito, dato che quella notte se l’era spassàta fino all’alba con Simona la Porcellona: una maiala a quattro stelle che gli aveva succhiato pure le budella.

Saranno state le tre-tre e un quarto, ma quella, per Mastracci, era solo l’ora della prima colazione, dato che non si svegliava mai prima delle due-due e mezza. A quell’ora, chissà perché, da Giuliano non c’era mai nessuno: chi faceva la pennichella, chi era già al lavoro, chi sputava sangue per coprire il post-datato quotidiano.

“Buondì. Che me fai, de bello?” bofonchiò lui, con gli occhioni ancora appiccicògnoli per la cecàgna di chi s’è appena alzato dal letto.

“Il solito càffio?” replicò a memoria Nadia. Ma usò un tono interrogativo davvero fuori luogo, dato che Alvaro prendeva sempre e soltanto caffè, lì dentro come altrove. Era davvero caffettino-dipendente: ne scolàva anche dieci al giorno.

“Certo. Che me volevi fà, sennò? se volevo ‘na pompa mica venivo fino qua… E sbrìgate, che oggi me devo ancora svejà… e me fa pure male ‘na palla. Chissà poi perché…” la freddò l’omone, col timbro della voce nasale, impastata da quell’indifferentismo – indifferenza cioè mescolata ad un cinismo acuminato – che è marchiata a fuoco nel DNA dei veri figli di Romolo e Remo.

“Bhà… avrò chiavàto troppo…” aggiunse. E squadrò la tipa.

“Ma che ne sai, tu, de quanto so’ capace de trapanà io, co’ ‘sto pilastrone che me trascino appresso…” chiese poi, e la pischella, che avrebbe dovuto ormai averci fatto il callo, a certe espressioni dure ma in fondo destinate ad aprire gli occhi alla gente, prima arrossì e poi sbiancò di botto, cambiando colore due volte in un secondo, manco fosse un cartone animato. Porèlla: Alvarone gliel’aveva scoccàte centomila volte, quelle frecciate in cagnesco, eppure lei non s’era mai abituata, e le aveva cancellate dalla memoria per le stesse centomila volte, come passando e ripassando un cencio sopra un pavimento impiastricciàto.

“Fa’ ‘sto caffè, che vado de fretta.” ordinò poi il tipaccio. E le cioccò le tettuccie, specchiandosi in esse, con la smorfia godereccia di uno che sogna di lavorarle a regola d’arte. Con la sua linguona.

“Faccio subito.”

“Puah! mica c’ho tempo da sprecà a chiacchierà con te, che passi la vita al bar con le mani in mano.” aggiunse poi Alvarone. Non l’avesse mai detto. Quello, infatti, era un giorno nato male: la ragazzina aveva le mestruazioni che le sbarbacchiavano la pancia, un mal di testa feroce e la schiena in fiamme per la stanchezza. Come se non bastasse, proprio quella mattina, a casa sua, il postino aveva scaricato nella cassettina una bollettona del gas a sei zeri, di quelle da restarci stecchiti: una vera mazzàta, che aveva fatto saltare i nervi all’intera famiglia.

“Ma che, annàmo a lavorà per pagà luce e gas a ‘sta massa de ladroni? Qua dentro stiamo tutti in piedi alle cinque de mattina, mica li stampàmo i quattrini!” aveva urlato Venafro, il padre di Nadia. A distanza di poche ore, quando sentì la frasaccia di Alvaro, Nadia ebbe l’impressione di riascoltare l’imprecazione di papà e s’abbandonò ad uno scatto d’orgoglio che era forse il primo dell’intera sua vita; rischiava d’essere anche l’ultimo, ma quelle frescacce che schizzavano fuori dalla bocca di un uomo che non faceva un bel niente per guadagnarsi la pagnotta, se non prestare i soldi a strozzo, erano state la classica goccia che aveva fatto traboccare il vaso, facendo crollare il castellaccio di pazienza tirato su dalla ragazza a difesa delle sue dignitose certezze di figlia del popolo cresciuta a pane e sacrifici. E il vaso di Nadia, ahinoi, era davvero colmo di un livore invelenito da anni di stenti e rinunce non meritate. L’eruzione di un vulcano, insomma, avrebbe fatto meno danni.

Continua nella prossima puntata...

[Fernando Bassoli]



 
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