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Articoli Monday 17 March 2003:
Il demonazzo (seconda puntata)

“A sòr Mastra’, oggi c’avrà pure vòja de scherzà, ma sappia che è capitato male o ha scelto la persona sbajàta: è vero che ce passo la vita, al bar… ma mica per divertimento! Nel caso non se ne fosse ancora accorto, io me faccio un mazzo tanto dalla mattina alla sera per sfornà caffettini e cappuccini, qua dentro… anzi: pare che scendono pure dalle montagne, per venì a fa colazione da me… e io li devo servì tutti quanti; servì e riverì. Io qua, sto a lavorà!” gridò a squarciagola Nadia, tenendo la capa alta e le mani contro i fianchi – pareva Mussolini -, come fanno quelli che devono far pesare agli altri il fatto che lavorano. Nemmeno lavorassero solo loro, a questo mondo. Alvaro non credette alle proprie orecchie. E s’intostò sulle gambone, buttando il petto all’infuori a sua volta. Solo che lui era una montagna di carne imputridìta. Ed era pure abituato a fare i porci comodi suoi ovunque.

Insomma, c’era una bella differenza, tra loro. Eppure la tizia aveva osato ribellarsi alla sua legge, rispondendo per le rime senza timore alcuno. Quell’incosciente andava punita: rimessa al suo posto prima che si montasse la testa del tutto, credendo d’essere quel che non era né sarebbe mai potuta essere, dato il ruolo di perdente assegnatole dalla sorte. Doveva ribellarsi prima, al suo destino, non ora che era entrata a far parte della cerchia di perdenti piegati allo sgobbo.

“A pische’, primo: rispondi bene. Secondo: tu questo lo chiami pure lavorà?” l’ammonì lui.

“Si, perché, come lo dovrei chiamà? Me lo dica un po’ lei, che è un esperto del settore…” calcò la mano Nadia, senza sapere che in quel modo gettava benzina sul fuoco e rischiava di scottarsi di brutto. Anzi: di bruciare proprio, e lasciarci le penne.

“Ah! Te lo farei assaggià io lo sgobbo vero, er lavoro con la a maiuscola: quello che te crèpa le ossa, te tòje la voce e te fà cascà i capelli che c’hai attaccati in capoccia. Altro che ‘sti piagnistei…” l’aggredì Alvaro. Ma lei ebbe la gran faccia tosta d’interromperlo nel bel mezzo del discorso.

“Con la a maiuscola?” domandò infatti, con aria da saputella.

“Che?”

“Ha detto: er lavoro con la a maiuscola. Nun c’ha fatto caso?”

“’Mbè?”

“Con la elle maiuscola. Er lavoro… con la elle maiuscola, che c’entra la a?”

“Mortàcci tua e de ‘sta fija de ‘na bagasciona incrostàta! Vorressi pure discute er verbo mio? Manco sei nata e già t’atteggi? Ma come te permetti, stronzetta che non sei altro? roba che te piscioli ancora a letto…” sbottò lui. Ma stavolta il tono della voce era ben diverso: faceva davvero paura. Poi alzò la gamba destra - ma piano piano: al rallentatore, per dare solennità alla cosa -, e stampò un calcione addosso a un tavoletto di quelli rotondi, che sembrano messi apposta in tutti i bar per invitare i clienti a passarci le ore giocando a briscoletta, consumando così qualche birrozza in più. Il tavolo saettò via come una biglia colorata presa a schìcchere, e finì contro una vetrina zeppa di bottigliette di liquori, che andò in frantumi, sparpagliandosi in mille cocci e coccietti di tutte le dimensioni. E il liquore rovesciato prese subito a scorrere su quei cocci di vetro sparsi sul pavimento, disegnando delle cascatelle simili a sangue sgorgante dal fresco cadavere di un morto ammazzato. A quel punto, Alvaro brillò d’una luce sinistra e si volse verso Nadia. Di colpo era ravvivato e scintillante, ben desto e gajàrdo.

“Visto che te pò capità, a metterti contro de me? Non scocciare il can che dorme: se si svèja, ‘sto cagnone, te fa pelo e contropelo. E dopo hai voglia a versà lacrimoni…” la bacchettò. Poi esplose in una risatona delle sue, grevi e scoppiettanti, che parevano i colpi di tosse di un maiale moribondo. La barista, allora, cominciò a tremolare, si girellò verso la macchina del caffè e ci mise il massimo dell’impegno per darci un taglio netto il prima possibile e voltar pagina.

“Mannaggia a me! Che m’avrà detto, la capoccia? Nun era mèjo se me stavo zitta? Me so scappate via da sole, ‘ste parole…” pensò. Ma ormai era troppo tardi, ché la violenza è fatta proprio in questa maniera: è come una pallina di neve gettata da una montagna; una volta lanciata, comincia a rotolare e s’ingrossa sempre più. A valle, dunque, arriva una valanga che travolge tutto senza scampo. Il fatto è che non bisognerebbe mai farla cominciare a rotolare, quella palla. Ma al mondo, chissà perché, c’è sempre qualche imbecillone che lo fa. E dopo sono dolori per tutti gli altri, specie per quelli che vivono a valle, beati e tranquilli nelle loro casettine riscaldate dai camini. Mentre Nadia armeggiava, intanto, Alvarozzo le mirò e rimirò le chiappone, un po’ inflaccidìte dalla stanchezza, ma comunque ridanciane e perforabili con gran godimento.

“Me sa che questa è proprio nata ieri: tocca dàje ‘na bella sgrullàta al cervelletto, così se mette in riga. Mo je pianto ‘na zampàta ar culo, a ‘sta morta de fame, che se la ricorda finché campa, così mettiamo subito in chiaro come vanno le cose, in questa società di ladri e baldracche!” pensò. E non riuscì davvero a trattenersi. Per uno come lui, del resto, non v’era nessun motivo di farlo, dato che non gliene fregava più niente di niente. Allungò dunque la destra e le piazzò una gran tastàta su una chiappa, strusciando a memoria il palmo della mano verso il centro, facendolo scivolare nell’incavo del culo, per poi affondarvi il dito medio deciso. Lei, però, fu lesta di riflessi – ci teneva, al suo culetto verginello! – e si scansò da un lato, dando un’ancàta rabbiolenta: una scrollatona, manco l’avesse morsicata un serpentaccio immondo. Era paonazza, fuori di sé come non era mai stata; aveva perso il controllo e, davanti agli occhi, vedeva farsi tutto rossoviola.

“Hhhh… anvedi che maiale! il culo pàlpalo a tua madre: troia com’è, non se tira indietro de sicuro!” vomitò poi, sciorinando le parolette in fila: una frase da bettola, sentita chissà dove, magari in qualche filmaccio di quarta categoria, che le scivolò fuori dalla bocca; una filastrocchetta ebete, da bimbetta deficiente, mentre gli occhioni – sbarrati, assenti - gli erano sbucati all’improvviso fuori dalle orbiciattole sghembe, incorniciate dai capelli castagnòli, ben curati per non sfigurare davanti ai clienti. Alvaro, allora, non ci vide più a sua volta. Ma l’incazzamento di quella bestiaccia era cosa ben diversa dallo scatto di nervi della ragazzina che aveva davanti a sé, guidata solo dall’incoscienza. Quando Mastracci s’arrabbiava, era come la palla di neve di cui parlavo prima: chi lo fermava più? Nessuno, direte voi. E infatti non lo fermò nessuno nemmeno quella volta. Che spettacolo truce, Alvaro, quando perdeva il controllo da par suo: era un crescendo di furia cieca. Fece infatti un balzotto dall’altra parte del bancone, anzi: più che un balzo, un vero e proprio salto in avanti, come fanno quelli che corrono e passano sopra agli ostacoli sulle piste di atletica. Un salto diabolico, per un omaccione di quella stazza. Le cose diaboliche, del resto, erano proprio quelle che, chissà perché, gli riuscivano alla grande, senza il minimo problema.

Superato l’ostacolo, appena fu faccia a faccia con la tizia – da vicino-vicino gli sembrò ancora più bimba di quel che era in realtà - le piantò subito due dita, l’indice ed il medio, sotto al mento, anzi: tra il mento ed il collo, per essere precisi, facendo pressione di brutto, al punto che lei si sollevò sulle punte dei piedi, impallidendo, sul punto di schiattargli tra le braccia. Ma il bastardo non si lasciò certo intenerire. Anzi: non gli parve vero di potersi fare quattro risate, da quel gradasso sadico che era.

“A chi hai detto stronzo, tu?” la incalzò dunque.

“Guar-da che mi-ca pòi fà sempre er cazzàro…” azzardò lei. E fu quello, il suo errore più grande: non voler capire al volo chi aveva il coltellaccio dalla parte del manico, in quella situazione balorda ma in fondo frequente - nulla di nuovo, insomma - in quel postaccio infame dov’era venuta al mondo, governato dalla legge del più forte, sorda alla ragione e sprezzante dei sentimenti.

“Ah no? Stammi bene a sentire, allora: ce vòi continuà a lavorà, qua dentro?” la sbeffeggiò lui, e, mentre parlava, le mollò un manrovescio che insozzò d’una nuova consapevolezza il suo musetto di giovane, ingenua donna.

“Mmh.” mugugnò Nadia, con gli occhietti fissi, sbarrati, da pesce finito in padella.

“Sì o no? Rispondi secca.”

“Cer-to. Sennò ndo’ la vado a sbatte, la capoc…”

“Ho detto: sì o no?”

“Sì!”

“Ah, ce vòi continuà a lavorà dentro ‘sto cesso, sì? mica te fa schifo la paghetta che t’arriva a fine mese, eh? e allora méttiti bene in testa che Alvaro Mastracci, quando entra qua dentro, comanda. Co-man-da, me so’ spiegato? Che fa?”

“Comanda.” rispose. E ormai stava impettìta: un soldatino messo sull’attenti. Proprio lei, che poco prima faceva tanto la ribelle…

“Non ho sentito!” replicò lui, scrollandola su e giù con le manone. Solo che, stavolta, spinse avanti il bacino. Aveva il cazzo turgido, ma non ancora del tutto duro, ché uno squartafemmine del suo livello mica si eccitava per così poco, specie dopo una notte di gran sesso con una ninfomane come Simona la Porcellona, che non gli aveva fatto mancare nulla. Glielo appoggiò dunque contro la pancetta, quel cazzaccio, per chiarire una volta per sempre la propria superiorità di uomo messo al mondo per mollare randellate a rotta di collo, senza guardare in faccia nessuno.

“Più forte: non ho sentito!” rilanciò poi.

“Comanda, comanda!” starnazzò Nadia, con le lacrime agli occhi, pur di cavarsi d’impaccio. Poi ripeté a sé stessa che quello schifo doveva pur finire, in qualche modo, e s’immaginò a fare il morto a galla in piscina, come quand’era piccola e sognava di fare le Olimpiadi di nuoto sincronizzato. Così, almeno, le aveva insegnato sua madre: a pensare, nei momenti del genere, cose come “Sono calma, sono calmissima.” e a ricordare quelle placide mezzorette passate a trastullarsi sul filo dell’acqua, mentre la musica che colava dalle casse piazzate sui lati della piscinotta le dettava il tempo dei movimenti da eseguire: spaccàte o verticali che fossero. Mamma Francesca le aveva sempre detto che quel trucchetto funzionava alla grande: doveva assolutamente imparare a controllare le proprie emozioni, ché nella vita le sarebbe servito parecchio, e infatti lei ripensò a tutte queste cose, che le tornarono alla mente in quel momentaccio di merda, e ne afferrò il senso come non le era mai successo prima. Ma aveva paura lo stesso e continuava a tremare come una foglioletta sul punto di staccarsi da un ramo per cadere a terra e confondersi con le altre, prima d’essere calpestata da cento piedi e diventare polvere. Anche perché sua madre non le aveva certo detto la verità fino in fondo: mica le aveva raccontato che quella capacità di autocontrollo avrebbe dovuto metterla in pratica con un bestione di quasi due metri, che le inchiodava due dita sotto il collo e il pisellaccio contro il ventre. Non prometteva nulla di buono, quel pisellaccio: lo sentiva ingrossarsi sempre più. E adesso era ben duro.

“Comanda, Mastracci comanda!” continuava ad urlare Nadia, strilleggiando come un automa andato in corto circuito, quasi a voler scacciar via quell’incubaccio, sperando di tornare indietro nel tempo o di fare un balzo in avanti. E in quel momento avrebbe dato dieci anni di vita, per riuscirci. Da parte sua, però, il Mastracci sembrava essersi calmato un po’.

“Brava. E lo sai perché? Perché questo bar va avanti coi soldi miei. Mi sono spiegato? Posso distruggervi quando voglio. Ormai v’ho messo er cappio al collo e ve lo strìgno piano piano, fino a farvi schiattà. Ancora un pochetto e, se me gira, ve lo porto via, ‘sto baretto de merda… e comunque sia, basta che appoggio un assegno in banca, uno dei postdatati di quel coglione di Giuliano, e torni subito in mezzo alla strada a dar via il culo al primo che passa per trovare un altro posto. Te lo ricordi come si sta bene, là fuori, bellina? Te la ricordi, quant’è bella, la legge stradaròla?” la incalzò poi, senza ritegno, e quelle parole pulsavano, rimbombando, nella testolina della ragazza, che rivisse le sensazioni delle giornatacce buttate a massacrarsi le caviglie, camminando su e giù per Roma, girando di negozio in negozio per trovare uno straccio di modo di guadagnarsi da vivere… le porte sbattute in faccia… le proposte oscene… le richieste di sesso in serie: una dopo l’altra, manco gli uomini fossero dei tori da monta parcheggiati dentro ai negozi in attesa della vacca di turno… E improvvisamente capì il senso profondo della vecchia raccomandazione della madre, il suo messaggio definitivo, che era più o meno questo: a questo mondo, per mangiare tutti i giorni, bisogna saper stare al proprio posto e rispettare le gerarchie. Giuste o sbagliate che siano.

“Sono calma, sono calmissima. Sono calmissima, sono calma.” scandì dunque ritmicamente, nella sua testolina infiammata di paura, quasi fosse una formula magica capace di scacciar via mostri e fantasmi in un baleno.

“Comanda! Mastracci comanda!” gridava intanto. Contemporaneamente, insomma, pensava una cosa e ne diceva un’altra. Ma ad Alvaro, non sembrò vero, di vederla tanto sottomessa.

“E chiedimi subito scusa: in ginocchio te vòjo vedé!” rilanciò dunque, non ancora soddisfatto.

“Scusa, scusa Mastracci! Mastracci comanda.” urlò Nadietta, chinandosi fin quasi ad accucciarsi ai suoi piedi, e l’uomo sembrò calmarsi di colpo, nemmeno fosse stato imbonìto da un orgasmo, fiaccàto da una schizzàta di sperma. Le stampò infatti un baciotto sulla guancia, quasi per ringraziarla, sgusciò fuori dal vano del bancone e filò via senza dire una parola, ma gongolando fischiettante, come se l’avesse scopata e riscopata. In un certo senso, del resto, era proprio così, perché da quel giorno avrebbe fatto i suoi porci comodi anche con lei. E lui sapeva bene come funzionano, certi meccanismi, dentro il cervello della gente, quali sono le molle che scattano quando ci si trova sull’orlo del baratro, mandando i muscoli in tensione, i nervi in erezione e il cervello a puttane. Basta poco, per mettere i piedi in testa agli altri. Tutto sta a cominciare, dopo è un gioco da ragazzi. Se poi gli altri hanno bisogno di te, si può star sicuri che grandi problemi, non ce ne sono mai: basta pigiare un po’ sull’acceleratore e partire. Quando fu sull’uscio, però, Alvaro s’arrestò, si volse e biascicò “E non mi chiamà più Mastracci – mai più! -: m’innervosisce. C’hai un modo tutto tuo, de dìllo, che nun me piace per niente. Sei de Roma?”

“Certo.”

“Ma de Roma proprio? o de qualche paesaccio dei Castelli?”

“De Roma: so’ nata al Casilino.”

“E tu’ madre?”

“Veramente è de Siena.”

“Vedi? Sei fija de ‘na burina: ecco che sei. E hai preso la parlàta de tu’ madre. Scòrdatela, da’ retta.”

“Ma è venuta qua che era ‘na bimbettina: c’avrà avuto cinque-sei anni…”

“T’ho detto che te la devi scordà e basta. A Roma i burini nun li volémo! qui se parlà er romanaccio stretto, punto e basta. Se te sta bene, bene… sennò volano schiaffi.”

“Va bene: ho capito, Alvaro.”

“Alvaro? a stronzona, ma come te permetti? chiamami Dottor Mastracci.”

“Dottor Mastracci!”

“Anzi: Avvocato! Me piace de più, èsse Avvocato…”

“Avvocato Mastracci!” urlò lei, continuando a snocciolare tra di sé la filastrocca del “Sono calma, sono calmissima. Sono calmissima, sono calma.” manco recitasse il rosario. Poi, però, pensò anche “Madonna santa… questo è proprio da manicomio!” e sentì le caviglie che gli cedevano poco a poco, scricchiolando.

“Brava pupa. Buondì.” salutò Mastracci, e quel buondì sembrò quel che in effetti era: una fucilata che cannoneggiava da una bocca sborrante fuoco e fiamme come un dragone radioattivo. Da quel giorno, insomma, quando Alvaro andava al bar di Giuliano, ogni caffè di Nadia era preceduto da solenni paccàte sulle chiappone. Da parte sua, lei non batteva ciglio. E per l’omone non c’era più nemmeno gusto, perché non restava traccia dell’umiliazione e della prepotenza selvaggia che Alvaro voleva sentire fluttuare, vibrando e sciaguattando nell’aria fino a farsi palpabile, per ribadire il suo potere di mettersi il mondo sotto i piedi. Le chiappone di Nadia, però, s’andavano ammosciando ogni giorno di più, vinte dai ritmi quotidiani di un lavoro di merda come pochi altri, specie per una gnoccoletta che, in fondo, era pure abbastanza sveglia, e dunque avrebbe potuto fare tante cose migliori di quella, ma aveva la gran colpa d’essere figlia di povera gente condannata a pagare l’affitto nei secoli dei secoli. E il gran sogno del nuoto sincronizzato se lo sarebbe portato nel profondo del cuore fino alla tomba.

[Fernando Bassoli]



 
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