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Articoli Saturday 12 April 2003:
Parto di sangue (prima puntata)

Le mani lorde di sangue e troppi ricordi. Non mi hanno capito. Nessuno potrà più capirmi. E io che confidavo in loro.
Almeno in loro, dopo tanto dolore. Il passato è un insieme di immagini confuse che non so catturare. Fuggono via come fantasmi. Pensieri si affacciano alla memoria e non si fermano. Poi è sempre lo stesso ricordo che viene fuori, prepotente e doloroso come una pugnalata al petto. Un ricordo che non si può scacciare.

Se c’era una cosa che proprio non volevo era un figlio. Ne avevo abbastanza di stringere la cinghia e di far sacrifici. Era Ramon a pretenderlo. Voleva un erede, diceva. Uno a cui dare un futuro da morto di fame e ubriacone proprio come lui. Io provavo a convincerlo che sarebbe stata soltanto una pazzia. Non mi ascoltava neppure. Le parole di una donna non avrebbero mai potuto cambiare le sue idee.

“Lo vedi come viviamo?” gli dicevo indicando con gli occhi la miseria della nostra casa. “Ti sembra che ci possiamo permettere di allevare un figlio?”

“Dove si mangia in due si mangia anche in tre”, rispondeva lui.

Il problema era che non si mangiava neppure in due.

Facevamo bastare il niente. L’unica cosa che non mancava erano le banane, che crescevano spontanee in una specie di jungla affacciata sul mare. Mangiavamo quelle, fritte nell’olio di cocco, l’altra sola ricchezza che veniva da una foresta di palme. A volte rubavamo patate o boniato dai campi dei vicini. Di carne neanche a parlarne, poteva capitare del pesce, se Ramon era abbastanza abile a pescarlo con le mani nei giorni di bassa marea.

Abitavamo un bohio fatto di terra e legno di palma.

La nostra casa era una stanza con un letto, un tavolo di legno tarlato, una cucina rudimentale e un bagno esterno, se così si poteva chiamare quella fossa recintata da canne.

“Non voglio un figlio, Ramon. Non voglio odiarlo mentre sto morendo di fame” imploravo.

“Un uomo senza un figlio non è nessuno. Voglio un maschio che porti il mio cognome quando morirò”, replicava Ramon.

“E se nasce femmina?” domandavo.

“Da un vero uomo non nascono femmine” replicava convinto Ramon “ma se capitasse potremmo farne un altro”.

“Non ci mancherebbe che quello!” terminavo sconfortata.

Rimpiangevo il giorno che mi ero sposata.

Quando conobbi Ramon abitavo a Baracoa e avevo appena diciotto anni. Mi innamorai come una bambina di quel mulatto dagli occhi neri che aveva quasi dieci anni più di me. Non accettai consigli da nessuno, tanto meno dai genitori, e scappai con lui verso Punta Maisí, una campagna affacciata sul mare che scopriva all’orizzonte le scogliere di Haiti.

Furono sufficienti due anni di matrimonio e di vita in campagna per distruggermi il fisico. Contavo le rughe sul volto e i miei vent’anni mi pesavano più del dovuto, purtroppo. Il mio corpo non era più quello che faceva fischiare per strada i ragazzi di Baracoa. Un figlio sarebbe stato il colpo finale e poi sarei diventata la schiava di due persone per il resto della vita.

Sepolta viva in quel budello del mondo. A Punta Maisí.

Ramon non mi capiva.

“Tutte le donne normali desiderano un figlio”, diceva. Lui era nato a Maisí ed era abituato a quel tipo di vita. Si riteneva un privilegiato perché mangiava senza lavorare e il pranzo lo trovava su di un albero di banane o una palma da cocco. Il fiume portava acqua per bere e spesso nel mare si faceva buona pesca. Bastava contentarsi di quello che c’era, diceva. Lui era abituato a fare a meno di tante cose. Io no. Io ero una cittadina. E a Baracoa mio padre aveva una piccola paladar dove mangiavano turisti. Ogni giorno trovavo in tavola pollo e fagioli, riso e maiale, carne di manzo. Ramon passava le sue giornate tra la casa di terra e canna e la caffetteria del villaggio, dove pochi uomini si riunivano a giocare a domino e a bere. Spesso rincasava ubriaco. Quando aveva qualche pesos per le tasche li gettava in una bottiglia di cispes de tren, un liquido biancastro che brucia le budella e non fa pensare. Una specie di rum fatto in casa tagliando alcol puro con zucchero e acqua.

Ramon di tanto in tanto guadagnava qualche dollaro facendo da guida ai turisti che si spingevano sino a Punta Maisí. Gli stranieri venivano dalla strada di Baracoa, seguendo insenature sul mare e piccoli approdi, affascinati dalla vista delle palme e dei bohios. Lui li conduceva sul fiume, a Yumurí, indicava la punta di Haiti al tramonto e quel mare frastagliato dal vento. I più generosi lasciavano anche dieci o venti dollari di mancia. Non capitava spesso, però quando accadeva il denaro non arrivava mai a casa. Ramon si fermava in caffetteria e ordinava del rum. Di quello vero. Quando rientrava ubriaco si sfogava con me. Mi prendeva con la forza. Mi picchiava. Io ormai ci avevo fatto l’abitudine e la mia sola preoccupazione era quella di non restare incinta.

Ramon era cambiato. Non era più il romantico mulatto dalle spalle larghe e il sorriso sicuro che mi aveva portata via una sera d’estate, mentre il cuore batteva forte per l’emozione. Da tempo non mi regalava fiori e non ascoltava con me le romantiche canzoni di Alejandro Fernandez che mi piacevano tanto. Ero diventata prigioniera di una vita fatta solo di tristezze e desolazione. Baracoa era lontana e pensavo spesso che non ci sarei più tornata. Mi ero abituata a sopportare tutto, ma un figlio no, quello proprio non lo volevo. Ramon non comprendeva, spesso si infuriava e quando era ubriaco accompagnava le parole con le botte. Io piangevo in silenzio, soffocando le lacrime per la paura di nuove percosse. Quando capitava che si addormentasse sul mio corpo me lo toglievo di dosso e asciugavo le lacrime, cercando di dormire. Pensavo a Baracoa e al sorriso di mio padre quando diceva: “Tu devi sposare uno straniero, figlia mia. Non devi fare la mia vita. Sei troppo bella”. Erano anni che non vedevo mio padre. Senza mezzi di trasporto non era facile, l’autobus diretto a occidente passava solo una volta alla settimana e da Maisí a Baracoa il viaggio era lungo per affrontarlo camminando o confidando nell’autostop. Ricordavo mia madre mentre preparava da mangiare per i turisti e aveva la casa sempre piena di persone che parlavano una lingua strana. Adesso capivo di aver sbagliato tutto. Se solo avessi avuto la pazienza di aspettare forse qualche straniero si sarebbe innamorato di me cambiandomi la vita. Invece ero scappata con Ramon, un uomo che veniva dalla campagna, conosciuto appena nella discoteca in fondo al lungomare. E adesso mi trovavo prigioniera d’un sogno d’amore che giorno dopo giorno si era trasformato in un incubo.

Nonostante tutte le mie precauzioni accadde. Il destino quando decide di colpire sa farlo con durezza e non accetta deroghe. Successe una sera che Ramon era più ubriaco del solito e il suo corpo mi pesava sul ventre come un macigno. Non ce la feci a evitarlo. Quando ebbi la certezza d’essere incinta non ragionavo più. Un figlio era la più grande delle disgrazie. Non lo volevo. Non lo volevo proprio.

Clara, che abitava nel bohio accanto, provava a consolarmi.

“Pensa alla gioia di vederlo crescere” diceva “e poi un bambino ti ripaga di tutto con un sorriso”.

Clara aveva cinque figli e adesso era di nuovo incinta.

Che se li tenesse lei i sorrisi! Non volevo fare la fine di quelle donne sfatte ed enormi che passavano la vita a pulire e sfamare bambini voraci. Avevo già abbastanza guai. Fu così che decisi di abortire, senza dire niente a Ramon. Mi avrebbe aiutato Jacinta, quella che al villaggio chiamavano la curandera, lei faceva riti magici e conosceva i segreti delle erbe. Tutti avevano una gran fiducia nei suoi poteri e correva voce che avesse risolto persino casi di cancro allo stadio terminale. Dovevo liberarmi di quel figlio prima che fosse troppo tardi.

Jacinta mi consigliò alcuni rimedi.

“Sono infallibili, figlia mia”, mi disse con aria solenne.

Sperai che fosse vero. Trangugiai birra bollente e aspirine per diverse sere, feci bagni caldi e bevvi infusi di strane erbe prima di andare a dormire, preparai tisane con ingredienti segreti e mangiai radici raccolte prima del calare del sole sotto alberi di banane.

Fu tutto inutile.

Provai anche a tuffarmi in mare dalla scogliera, quella che i turisti visitano per ammirare la punta estrema di Haiti. Jacinta aveva detto che l’impatto violento mi avrebbe fatto abortire.

Non servì a niente. Quel figlio si era attaccato prepotentemente alla vita e non era possibile liberarsene. Fui costretta a dirlo a Ramon. Lui si lasciò andare a una gioia incontenibile.

“Ci pensi Maria? Avremo un bambino”.

“Io non lo voglio questo figlio, Ramon”, rispondevo.

Ma sapevo che non avrei potuto fare altrimenti.

Lui cercava di convincermi che sarebbe stato importante per il nostro matrimonio. Io non lo ascoltavo neppure.

Quando era ubriaco usava i soliti sistemi.

Mi picchiava. Mi insultava.

“Perché non vuoi un figlio da me, brutta troia?” gridava.

Speravo tanto che le botte mi facessero abortire.

Ma non accadde. Purtroppo.

Cominciai a covare un sentimento di rabbia e rancore e la rassegnazione di un tempo lasciò il posto a un odio profondo nei confronti di Ramon e di quel figlio indesiderato. Sarebbe nato entro pochi mesi e non avrei potuto fare niente per impedirlo.

Continua nella prossima puntata...

[Gordiano Lupi]

Racconto tratto da Nero Tropicale di Gordiano Lupi. Per contatti, o per ordinare il libro: ilfoglio@infol.it.

***

Note biografiche sull'autore:

Gordiano Lupi (Piombino, 1960). Capo redattore de "Il Foglio Letterario". Collabora con "Mystero". Pubblica racconti e articoli su riviste ("Inchiostro", "Il Filo", "Container"...). Ha pubblicato con piccoli editori i seguenti romanzi e raccolte di racconti: "Lettere da Lontano", "Il Gabbiano Solitario", "Sangue Tropicale" (tre edizioni e cinque ristampe), "Il mistero di Incrucijada", "Ultima notte di sangue", "L’età d’oro", "FAME (la trilogia cannibale)", "Il giustiziere del Malecón", "Le ultime lettere di Pilvio Tarasconi" e il saggio "Per conoscere Aldo Zelli". Ha partecipato a molte antologie a tema horror e noir delle Edizioni Ghost e delle Edizioni Il Foglio ("Fame", "La stagione della follia", "Malefica"). Curatore dell’antologia noir "Brividi Neri" per Terzo Millennio. Il racconto "La spiaggia" è stato pubblicato sull’antologia "Racconti nella rete" edita da Newton Compton. Nel gennaio 2003 Stampa Alternativa ha pubblicato la sua traduzione del romanzo del cubano Alejandro Torreguitart Ruiz "Machi di carta - confessioni di un omosessuale cubano". Terzo Millennio Editore ha pubblicato a marzo 2003 "Nero Tropicale", una raccolta completa dei suoi racconti e romanzi brevi di ambientazione cubana, preceduti dall’inedito "Nella coda del caimano". A breve usciranno i suoi saggi di cinema su Michele Soavi, Ruggero Deodato e Joe D’Amato per la Profondo Rosso Editore di Luigi Cozzi.

Pagine web: www.infol.it/lupi.

E-mail per contatti: lupi@infol.it.


 
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