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Articoli Saturday 29 November 2003:
Rumore (prima parte)

Il rumore, purtroppo,
non è una condizione
possibile in assenza
di libertà. Per oggi,
almeno, siamo liberi
dalle odiose festività.
Rumore sia, dunque.

( Simone Lucciola
2 maggio 2003 )

« Non vorrai farmi credere che non riesci a distinguere il suono di una campana a morto da quello di una a festa? »

« Perché, sono diversi? »

« Mi prendi per il culo? »

« Assolutamente. Spiegami tu la differenza… »

« Non c’è niente da spiegare. Una campana a morto suona lugubre, tetra: ti fa venir voglia di grattarti le palle! »

« Ah, sì? »

« Una a festa suona allegramente: è una gioia per le orecchie! »

« Già, ma entrambe suonano… »

« Certo che suonano. »

« Il suono. Che disarmonia esprime questa stupida parola. È come inchiodare un sordomuto ad una croce e lasciarlo affogare nel suo silenzio. E la magia delle urla disperate, lo sgocciolio incessante dei pensieri, l’assordante sciabordare delle iridi stracolme di pianto, dove le mettiamo? »

« Tu sei un dannato pazzo! »

« Pazzo è colui che guarda grugnire un maiale, lo vede rotolarsi nel fango, e non ne imita le gesta! »

« Lì staresti bene tu: in mezzo ai porci! »

« Secoli fa Gesù disse: lasciate i vostri ori all’erosione del tempo, vestitevi di stracci e seguitemi… »

« Che cazzo c’entra? »

« Il rumore. La mistica eclissi che abbraccia questo devastante niente. Il nero fiore screziato dal sangue che ancora sboccia in quest’arido deserto. L’abbagliante e gelida scia d’eternità in corsa sul folle binario della morte. Il rumore. »

« Dovevano farti ingoiare la chiave del manicomio da cui ti hanno vomitato, amico! »

« Io non ho amici! »

Simone continuava ad ubriacarsi del roboante stridio delle lame sulle malcapitate ossa. Ogni lacerazione uno sguardo verso il cielo, a corrompere l’ultimo angelo caduto. Il sapore dello svisceramento sulla sua pelle era un’anfora di scalpitio frenetico e ridondante. Mai sazio del sordo brusio nelle sue orecchie, sempre alla ricerca dell’assolata landa del desiderio.

« Io non ho amici! »

Infine il cuore. La scatola di carne in grado di arginare il nulla. L’orologio della stupida poltiglia di ogni corpo. Il labirinto a difesa della perfezione. Simone amava il rumore dei suoi denti immersi in quel mare rosso. Deglutire a piccoli bocconi quell’universo sconosciuto lo faceva sentire pari al sommo viaggiatore: lo faceva sentire Dio…

« Mai parlare troppo a lungo con degli sconosciuti… »

L’iridescenza opaca del male consumava, attimo dopo attimo, gli ultimi rimpianti, spedendo le cellule cerebrali alla ricerca del particolare futile, su cui crogiolarsi lentamente, annientando l’empatia del disgusto. Simone era l’ultimo macellaio con gli occhi rivolti verso il futuro, verso l’ignoto, carnefice e vittima, allo stesso tempo, di un’era ormai orfana, figlia, però, da un’eternità ormai, del vecchio Chaos e della vendetta.

« … Ci si guadagna poco e non si riesce a capire sul serio dove si può finire… »

La lingua, come sempre, strappata con delicata precisione, veniva adagiata sul ciglio della strada, emblema assolutamente inscindibile delle nefandezze del creato, prima fra tutte, appunto, la parola: volgare riflesso spettrale del dorato specchio della cacofonia dell’eccesso. Simone voleva solo il rumore, viveva per il rumore, osava definirsi il rumore, stemprando la sua voce, già da oltretomba, col fumo e con l’alcool.

« … Tu, ahimè, sei finito così, rivoltato, come un vecchio calzino usato, che non serve più! »

Duecentomila copie di tiratura. Nessun quotidiano nazionale, a livello di provincia, era arrivato a tanto. Gli omicidi seriali avevano raggiunto, invece, la fatidica soglia del dieci: e qualcuno, cinico, ma realista, già scommetteva sul lasso di tempo che sarebbe passato tra quello e il prossimo! A Simone non piacevano le scommesse. L’unica della sua vita l’aveva persa, ed oggi si trovava a fare l’angelo della morte al galoppo serrato sul destriero della dannazione, sempre in bilico tra sogno e realtà, anelando, solo e disperato, la galassia del rumore.

« Non riuscirai mai a far nulla delle tue idee! »

« Scommettiamo? »

La polizia, come al solito, brancolava nel buio, tirando fuori, dagli armadi polverosi, strumenti per la caccia alle streghe. Simone aspettava la dolce marea del feedback graffiante e violento nella tenebra della sua stanza, tra un poster della divina Marilyn e uno di Glenn Danzig, così, tranquillo, come un ragazzo normale di quell’età, a cui la vita può soltanto sorridere. Il fantasma del tran-tran era quello che attraversava le sue mura più di frequente, molte volte proprio mentre Simone stava cibandosi del suo rumore: era così fastidioso essere disturbati mentre il desio impelleva! Odiava quel maledetto ectoplasma, e ogni volta la sola maniera di ricacciarlo da dove era sbucato era dipingere la tela del tramonto col sangue vivo dell’innocenza: era sporcare l’immacolato quadro della bellezza col lerciume della decomposizione! Aveva ucciso, la prima volta, senza rendersene conto, scivolando piano piano nel rumoroso anfratto del peccato capitale come una merda verso le cloache, tastando l’umido melmoso dei liquami della sua anima nera come una dodicenne l’umore della sua vagina. Un misto di piacere e ambiguità, presagio dell’irruente orgasmo feticista dello smembramento. Nausea leggera e vomito la sua prima e unica punizione: da lì in poi, solo estasi! Simone, oggi, veniva definito cannibale: niente a che vedere, comunque, con quei filmetti per adolescenti che girano a tutto spiano nelle sale cinematografiche! Lui era la bestia, l’oltraggio dell’umano, la splendente stella della bramosia dell’osceno e della blasfemia, la carne avariata, banchetto di mosche e vermi, la purulenza dell’andare oltre.

Il povero topolino bianco, la misera cavia da laboratorio, l’estremo simulacro dell’impotenza, si era rifugiato in un angolo buio in fondo alla strada, convinto del fatto che bastasse quel misero mantello nero a proteggerlo: ma si sbagliava! Simone era un predatore notturno, il suo elemento naturale era la viscosa palude delle tenebre, e lì sguazzava, come l’abile nuotatore tra le onde, aspettando che la risacca immobile dell’oscurità rapisse i suoi pensieri, abbandonandoli, poi, come relitti di un naufragio, sulla spiaggia rumorosa e truce dell’orrore. Sentiva il cuore battere, pulsare forsennatamente, come se volesse scappar via dal petto che occupava: mai stella cometa poteva dimostrarsi più splendente per Simone! Dieci passi e dieci ancora.

« Tum-Tum-Tum... »

Soltanto altri dieci.

« Tum-Tum-Tum-Tum-Tum... »

Dal più profondo abisso, il rumore si era tinto gli occhi col mascara, neanche fosse la più sordida puttana, per eccitare il suo discepolo, dirigendone la turgida erezione nell’amplesso dello squarcio. La malia delle violente vibrazioni della paura altrui lo avevano imprigionato in un vortice di piacere, aspettando solo, adesso, la danza macabra del disfacimento.

« Tana per te, fanciulla! »

Leggera batte le ali la bianca farfalla, prima che il geco la invischi con la saliva della sua lingua pustolosa.

« Non puoi più sfuggirmi ormai! »

Eppure, a volte, la tela del ragno si buca e la mosca vola via felice e ronzante. Una randellata in pieno viso aveva fatto barcollare Simone per soli tre secondi, che però non erano bastati alla donzella per evadere dalla prigione ghiacciata della staticità marmorea del terrore. Un sorriso di sangue brillò al chiarore improvviso dell’acciaio che penetrava appena di un niente nell’addome.

« Che cosa pensavi di fare, eh, sgualdrina? »

Rancido, l’ululato della disperazione, tatuò la notte, come fosse un pentagramma, di mille e mille note acute e stridule: magico violino dell’infernale terra del tormento!

« Sai pregare, bambina? »

Nauseabondo, il silenzio, aveva ripreso possesso di quel quando con fare misterioso: brandendo l’ascia dell’assoluto vuoto e recidendo di netto l’ultima eco di quel dolce tumulto.

« Ti ho fatto una domanda. »

Come densa nebbia il soave afflato del vento issò ancor più su il silenzio, lasciandolo svettare, come una bandiera, sul pennone più alto della nave. L’ira, con il suo furente ruggito, venne in aiuto di Simone, che tempestò di pugni e calci la ragazza fino a scuoterla dal suo torpore, facendola singhiozzare amaramente.

« Basta, ti prego, lasciami andare, ti prego. »

« Non era a me che ti avevo chiesto di indirizzare una preghiera! »

L’ultimo barlume di quel silenzio stomachevole, faticava ancora ad esalare l’ultimo respiro. Due lievi tagli sulla guancia lo spensero del tutto.

« No, no! Ma perché, perché? »

« Ce l’hai un dio da pregare, sì o no? »

Riflessione.

« Si, ce l’ho. Ma il tuo qual è? »

Simone sguainò la lama del suo coltello, rivoltandone la punta prima verso l’alto, poi verso il basso: quasi come a voler sfiorare il cielo prima di inabissarsi perdutamente nelle sabbie mobili infernali.

« Da piccolo feci un sogno: mi trovavo in questa stanza buia, rannicchiato come un animale, immerso in quel silenzio ovattato che mi dava il voltastomaco. Volevo piangere, ma i miei occhi erano più aridi del cuore di colui che mi aveva richiuso là dentro. Incessanti spasmi mi dilaniavano i pensieri, alla ricerca dei ricordi più nascosti: giù, sempre più giù, in una cripta grondante sangue dai soffitti, dove sapevo essere celata la chiave argentata di quella dannata porta, di quello specchio nero, di quell’immoto lago dal fondo melmoso! Finalmente capii. Lo strappo a quel cencioso panno sporco, che mi avvolgeva come una placenta, l’aveva dato il rumore delle budella estratte dalle viscere della morale. Adesso ero finalmente libero. Assordante, il rumore, mi aveva partorito, porgendomi il suo seno sanguinante. Fu l’apoteosi d’ogni senso. »

Il delirio di Simone stava inchiodando la giovane sulla croce della curiosità. Nuda e vergine, la sua anima, si presentava al cospetto del caprone per essere deflagrata in ogni suo orifizio. Letto di spine, la strada polverosa, umile giaciglio per una nuova adepta pronta ad essere battezzata col freddo sperma della malvagità. Vittima sacrificale col sorriso idiota dell’orgasmo.

« Al mio risveglio mi faceva compagnia, sul letto, il cadavere della mia mamma, sviscerato selvaggiamente e bello da impazzire. Tutto il rumore che avevo in corpo mi faceva dondolare dolcemente, come l’altalena cigolante di quella follia. Le lenzuola erano intrise di quel colore forte che contribuiva non poco al ludibrio di cui ero stato pervaso. Assaggiai per la prima volta quel nettare! »

Simone emanava il fascino perverso della dannazione. La sua voce roca era un rasoio sublimemente intriso di curaro. Farsi tagliare e quindi avvelenare, appariva quasi come un divino nirvana infernale.

Sembrava di guardare il simbolo del peccato incarnatosi per il sommo piacere della morte. Un’aura spaventosa, terribilmente impregnante colla sua potenza mistica.

« L’aspro sapore del sangue non faceva altro che alzare il volume del rumore: me ne inebriai! Raramente ho più provato quelle sensazioni, e ancora oggi sono alla ricerca di quel sogno perduto! »

La cruda sincerità della sua pazzia era sconvolgente. Un’inarrestabile valanga di depravazione. Un cunnilinguo interminabile con la sorpresa. Una stramaledetta voglia del puro male.

« La polizia, quando mi trovò, pensò che anch’io fossi stato fatto a pezzi: invece ero solo impiastrato di sangue! A nessuno di loro aveva solo sfiorato il pensiero che potesse essere mia la firma sotto quel poema delizioso: come potevano mai sospettare di un bambino di cinque anni! A lungo hanno cercato l’autore di quello che avevano osato definire scempio, senza mai trovarlo, salvo, due anni più tardi, condannare all’ergastolo un poveraccio che stava ad abitare al piano di sopra, reo del fatto di tenere nascoste delle foto di mia madre. Un maniaco, forse, ma sicuramente un dilettante. »

Il tempo, per Simone, si stava fermando e, lentamente, in maniera inequivocabile, stava correndo a ritroso. La sua nuova vittima era lì, muta, che lo guardava con cupidigia tra le gambe, sperando, forse, d’essere solo violentata con estrema vigoria.

« Così, adesso, avrai capito: il rumore in tutte le sue più svariate forme è il mio Dio, e in lui sono riposte le mie speranze nel futuro! Alla fine riuscirò ad attraversare l’insondato e ad incontrare l’essenza pura che regola tutti gli universi! »

Lo sguardo di Simone, alla fine dell’omelia, era un tunnel infuocato e crepitante. Lo stesso tunnel che da lì a breve avrebbe ingoiato la malcapitata. Anche lei, pur se ancora eccitata dal racconto, lo aveva capito benissimo. Non le restava altro che ricominciare ad urlare.

« Urla pure, tesoro, ma preparati a morire! »

Assetata, la lama, pregustava già la paralisi assoluta di quel corpo caldo e il rilassante bagno nella sua rossa linfa vitale, quando Simone arrestò il colpo a mezz’aria.

« Conosco una persona che ti può aiutare! »

Adorava quei tentativi estremi della vita, che si accontentava, a volte, anche di una manciata di secondi in più: lo divertiva l’attesa che la vittima, ogni volta, trasformava in una speranza nuova, disilludendosi, subito dopo, al primo affondo nella carne morbida!

« Pensi che un assistente sociale possa risolvere i miei problemi? Sei lontana eoni dalla verità cara ragazza. Lascerò le tue ossa biancheggiare al primo sole del mattino, prima di cacare nel tuo cranio vuoto e di banchettare, altresì, con i tuoi intestini! »

Gelido tormento, la rugiada sulle tempie, a testimoniare la paura: questo mostro evanescente fatto d’ansia e di disperazione estrema!

« Mi riferivo al tuo rumore: so chi ti aprirà il varco! »

Colmo d’odio, con gli occhi iniettati di disprezzo, Simone assestò una stilettata profonda nella coscia della poveretta. Un fiotto di denso liquido scuro zampillò sulla sua mano, che si portò subito alle labbra, nel tentativo di assorbire quel primo palpito di morte!

« Tu bestemmi, schifosa. Non credere di poter giocare con me così impunemente. »

Il dolore rifletteva la sua lunga ombra scura nello specchio di cristallo di due occhi languidi per il tormento. La forza di gridare era sparita dietro l’orizzonte della rassegnazione, aspettando, forse, l’ultimo volo, ad ali spiegate, in collisione con l’istantanea finale di un rullino in bianco e nero.

« Non ti prendo in giro. È vero. Conosco sul serio quel tizio. »

Il clangore dei denti spezzati e la tumefazione delle labbra facevano gioire Simone come una morte appena nata. La ragazza poteva anche dire il vero, ma come faceva a privarsi del piacere della tortura? Un’orgia di sensi dal ghigno beffardo danzava col ventre sulle corde tese dei suoi pensieri, aspettando, pazientemente, che l’abisso rigurgitasse la sua follia e la riversasse in quel giovane cuore posto sotto i suoi piedi, da usare, per l’occasione, come puntaspilli d’eccezione per la sua insaziabile fame funerea.

« Ti prego, ti prego… Lui si chiama Max… Quasi tutti i giorni sta seduto sugli scalini di un posto… »

La speranza. Un chiodo arrugginito conficcato nella carne che sposa il rosso del suo ossido con quello del sangue umano, fingendo, in un sorriso, che il dolce abbraccio al tetano sia solo una vacanza breve, e non l’ultima crociera sulle rive della vita.

« … Una strada… La chiamano ventunesima… »

Illusione è la rincorsa inutile contro il tempo che scortica il tuo corpo e lo lascia vicino a un formicaio, aspettando, senza fretta alcuna, il rinsecchimento dell’ultimo lembo di pelle, per gioire della mummificazione.

« Tutto questo non ti salverà! »

Via le orecchie e via le dita: tutte e dieci. Simone amplificava il rumore di quella condanna con quanto di più brutale la sua mente gli suggerisse. Un clitoride così morbido non l’aveva mai assaggiato, stava pensando, mentre finiva di pulire il fegato dal leggero strato di grasso, stando bene attento a non farselo scivolare dalle mani. L’undicesima vittima, in breve, si era trasformata in un supermarket all’ingrosso delle carni, in una macelleria a cielo aperto. Che brodi succulenti avrebbe cucinato con tutte quelle frattaglie fresche. E il rumore, sempre, la colonna sonora di quel film che viveva da protagonista.

Un venerdì sera qualunque quello che osservava, quel giorno, il sole scomparire dietro le montagne brulle. La peste del silenzio ingoiava i contorni della strada desolata, sputando qua e là, nelle isole grigie delle aiuole, pezzi di monotonia. Simone era seduto, come faceva ormai da un mese, su quegli scalini di marmo consunto e non riusciva a non pensare. Pietra tra le pietre, ancorato, con tutta la sua essenza, all’unica zattera esistente che ancora galleggiasse su quel maledetto mare di escrementi che cantava la noia maliziosamente: il rumore. Neanche più la gioia del patibolo riusciva a farlo sorridere, da quando l’ultimo omicidio gli aveva cucito addosso il dubbio. Fastidioso, il tarlo, col suo rosicchiare lento, nutre il suo corpo alieno fino al crollo della struttura che lo ospita, abbandonandola solo pochi secondi prima del collasso, procedendo fiero verso un nuovo pranzo. La ragazza non poteva aver mentito in punto di morte: cosa avrebbe mai significato una bugia per lei in quel momento? Non certo la speranza di cui sopra. Doveva esistere sul serio quel tale, Max, doveva esserci: forse il posto era sbagliato! Un’altra notte inutile era nata. Simone era stanco di non riuscire più ad uccidere, stanco di non sapere se quel varco esisteva, e, soprattutto, stanco di tutto quel dannatissimo silenzio. Le orbite vuote del suo teschio miravano orizzonti grondanti di rumore, ma la diapositiva del suo sguardo aveva, ormai, mutato colore, abbandonando il rosso sangue e stingendosi nel grigio del torpore che gli si era appiccicato addosso. Mai favola nera aveva lasciato così aperti i cancelli dell’autodistruzione. Pezzi di vetro, sotto le sue mani, erano il mosaico infranto della soave brezza che un tempo alimentava la sublime cattiveria che gli scorreva nelle vene: adesso l’ombra che lo avvolgeva era solo il ricordo della sua dolce e squallida compagna! Gli restava, in ogni caso, il rumore, nella mente e nel cuore. Ma non gli bastava più. Voleva l’oltre. Voleva l’assoluta perfezione. La carezza del suo incubo migliore deflagrava ancora quello spazio che ormai gli andava stretto, ma era solo un attimo di buio, un sollievo inappagante, in mezzo a quella luce che tranciava l’immaginazione. Due stupidissime voci bianche infastidirono l’onda corta della barriera eretta da Simone contro la melassa del silenzio. Bambini. A quell’ora. Il gorgoglio dell’abisso stava mandando impulsi di sana violenza al suo cervello svogliato. Carne fresca. Profumo d’innocenza da sopraffare col tanfo del letame. Squarci e amputazioni. Coprofagia. Poltiglia e liquami in cui rotolarsi. Osceno putridume da consacrare alla volgarità. I piccoli criceti stavano allontanandosi mettendo in bella mostra di sé il bianco dei dentini: il disgusto dei sorrisi. Il vomito assalì Simone scuotendolo nel petto. Avanzi di passato, all’impatto con l’asfalto, si dileguarono come fantasmi liberati da pesanti catene. Solo l’umano schifo della sua cloaca. Da verme immondo a farfalla: era forse questo il suo destino? E se il rumore, un brutto giorno, avesse cessato di martellargli le tempie? Se il concerto fosse finito all’improvviso? Urlò il fetore dei suoi pasti bestemmiando contro se stesso e contro quella puttana che lo aveva condannato al niente. Doveva trovarlo. Fosse stata l’ultima cosa che l’aberrazione della sua vita gli consentisse. Doveva trovare Max. Domani sera sarebbe tornato.

Continua nella prox puntata...

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Sick Of It All live @ Estragon, Bologna, 25/11/2006
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