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Articoli Thursday 20 September 2001:
Iginio Ugo Tarchetti (1839/1869)

L'unica immagine di I. U. Tarchetti pervenuta ai posteri Quest'oggi "Lamette" deraglia oltre il punk, oltre la musica e oltre l'immaginabile. Voglio occuparmi in via spicciola di letteratura, esponendovi in un apposito speciale la vita e le opere di uno scrittore italico secondo me troppo sottovalutato dai manuali classici.

Di Iginio "Ugo" Tarchetti si è parlato tutt'altro che a lungo in sede accademica, e le sue poesie sono state in prevalenza utilizzate per indicare brevemente l'estremismo contenutistico dell'estro più macabro della Scapigliatura milanese. Ma questo è ingiusto, cazzo.

L'unica immagine di I. U. Tarchetti pervenuta ai posteri

In realtà, secondo un parere più modesto ma diffuso, Tarchetti è stato, già a metà ottocento, il primo e più brillante esempio di un'apertura della letteratura nazionale al grottesco e al fantastico, due tendenze narrative spesso compresenti nell'opera dello scrittore lombardo, e da lui sviluppate sulla scia indiscussa ma non pedissequa di un Edgar Allan Poe, ad esempio.

Iginio, o Igino, come registra l'atto di nascita, era nato a San Salvatore Monferrato (AL) il 25 giugno 1839 da genitori benestanti. Fu presto avviato alla carriera militare, ed entrò giovanissimo a far parte del nucleo poliziesco per la lotta al brigantaggio. Terminò i propri continui e quasi biologici pellegrinaggi (che lo avevano portato in successione a Foggia, Lecce, Taranto, Salerno, Como) stabilendosi definitivamente a Milano, e si risolse infine nel 1865 ad abbandonare l'esercito, sia per problemi di salute che di repulsione morale nei confronti del lavoro sbirresco.

Fu in questi anni milanesi (anni in cui Tarchetti già scriveva e pubblicava piuttosto regolarmente) che venne a contatto con l'ambiente marcatamente bohemien della Scapigliatura, e strinse una forte amicizia con l'alcolizzatissimo e più noto poeta Emilio Praga. Iginio sarebbe rimasto spesso all'ombra del "movimento" scapigliato, pur essendone stilisticamente e contenutisticamente uno dei maggiori e più radicali esponenti.

Nel 1866 Tarchetti scrisse "Una nobile follia", romanzo assolutamente antimilitarista che gli valse da subito la fama di radicale antiborghese. Tarchetti fu ben presto considerato l'anti-De Amicis per eccellenza, e se pensate a cagate come il libro Cuore e poi leggete il nostro capirete pure il perché.

Conducendo, come egli stesso ammise, una vita da recluso, Tarchetti scrisse e pubblicò proprio in questo periodo la maggior parte dei suoi indimenticabili racconti cosiddetti "fantastici", su toni a volte semplicemente inquietanti, a volte totalmente da incubo (se ancora vi mancano, sparatevi in proposito almeno "Le leggende del castello nero" o "Storia di una gamba").

'Sto Tarchetti si dice che fosse uno veramente strano: la leggenda vuole che il Tarchetti, richiesto da più salotti intellettuali (compreso quello della celebre e altolocata contessa Clara Maffei), sdegnasse spesso e risolutamente tutto e tutti e girasse per ore solo nelle vie di Milano, con un topolino bianco sulla spalla.

A fine 1868 Iginio, rinominatosi Ugo in onore del Foscolo, iniziò a pubblicare, a puntate, il suo romanzo più noto e cupo, "Fosca", incentrato sulla maniacale e paradossale relazione tra il protagonista e una donna aberrante.

Tarchetti non terminò mai "Fosca", perché morì di tifo prima che la maledetta storia fosse conclusa, il 25 marzo 1869. Era già tisico da tempo, si trovava totalmente in miseria e non aveva più una casa. Lo ospitava un amico, Salvatore Farina, che dovette all'occorrenza anche seppellirlo.

A terminare "Fosca" fu il proprio il buon Farina, che fece così una sòla grandissima ai lettori, appropriandosi senza alcun permesso di un'opera non sua.

Poco dopo, sentendosi forse in colpa, svelò a tutti l'inghippo, e volle ricordare affettuosamente il defunto con un breve racconto e con queste parole:

"Ebbe anima grande e sdegnosa, cuore splendidamente largo e generoso e attraversò la terra come un mendico… Questa esistenza non durò che quattro anni".

Le bellissime e macabre poesie del Tarchetti, già amatissime da Emilio Praga, furono date alle stampe per la prima volta solo dieci anni dopo la sua morte, e riunite sotto il lapidario titolo di "Disjecta".

Le prime rivalutazioni critiche della sua opera omnia risalgono agli anni sessanta del novecento.

Se Croce fosse vissuto fino ad oggi, di Tarchetti non si sarebbe parlato mai.

[Simone]


 
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