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Recensioni Tuesday 18 May 2004:
AAVV - Jam session - Storie di Jazz (Lampi di Stampa, 2004)

Scrive Rosa Manauzzi nel suo recente saggio “La Diaspora nera e l’intellettuale europeo” (Il Foglio) che secondo lo scrittore Richard Wright “il jazz è lo svago del criminale innocente”. Viene il dubbio che possa essere anche lo svago innocente di qualche criminale, poiché il complesso legame tra il disagio sociale, la creatività ed un certo tipo di musica mi pare evidente. Nessuno può negare che vi sono momenti, nella vita di ciascuno, in cui non resta che il bicchiere (ma non ve lo consiglio: ci si fa l’abitudine), qualche amico vero (pochissimi) o una sana overdose di buone canzoni. Anche nel caso di “Jam session” di overdose si tratta, ma in forma di parole disposte sul foglio secondo i criteri di quella che un tempo veniva felicemente classificata come “prosa d’arte”.
Alessio Adami, Cosimo Argentina, Camilla Baresani, me medesimo, Silvio Bernelli, Giuliana Bertolo, Giuseppe Caliceti, Andrea Canova, Giancarlo Cazzaniga, Giovanni Chiara, Andrea Cortellessa, Michelangelo Coviello, Paolo Gep Cucco, Giusi Di Lauro, Laura Farina, Augusto Forti, Francesca Genti, Enzo Gentile, Pixie La Rouge (Lucia Lo Russo), Gaetano Liguori, Franco Maresco, Gianluca Mercadante, Guido Michelone, Alex Miozzi, Aldo Nove, Saverio Paffumi, Marco Peano, Davide Pinardi, Luca Ragagnin, Enrico Rava, Giorgio Rimondi, Carlo Sarti, Attilio Scuderi, Alessandra Szego, Francesca Tini Brunozzi, Michele Vaccari, Davide Vanotti, Agnese Vellar, Fabrizio Venerandi, Dario Voltolini, Anna Zampironi: questo l’elenco completo degli autori selezionati per dare corpo ad una brillante e coraggiosa idea editoriale: il progetto Jam session – Storie di Jazz, curato con passione e competenza dal qualificato due Michelone-Tini Brunozzi, con la preziosa collaborazione di Mariano Settembri. Nomi noti e nuovi talenti compongono un mosaico multicolore di parole e musica che si mescolano in una danza sinuosa ed accattivante.

Un volume di ben 40racconti40, tutti rigorosamente inediti, tutti ispirati da canzoni ed autori jazz, tutti di artisti under 40 salvo sporadiche eccezioni che servono da ciliegina sulla torta. A cimentarsi con la prosa-bepop, secondo una felice definizione del mai troppo rimpianto Jack Kerouac, troviamo romanzieri piuttosto conosciuti (Aldo Nove, Dario Voltolini, Giuseppe Caliceti, Camilla Baresani, Davide Pinardi), critici, registi (Franco Maresco) giornalisti di media fama (Enzo Gentile, Saverio Paffumi), musicologi e jazzmen tout court (Enrico Rava, Gaetano Liguori, Augusto Forti). È così nata una corposa jam-session letteraria in cui la musica diviene, pagina dopo pagina, il fil rouge espressivo che tiene unite non solo le singole vicende, ma anche le emozioni collettive.

Ad ogni racconto è stato infatti gemellato un singolo brano che finisce per costituirne la spina dorsale: canzoni da My funny Valentine a When the Saints go marchin' in, da Body and soul a King Porter stomp, rese famose da jazz immortali, da Miles Davis a Louis Armstrong, da Duke Ellington a Charlie Parker.

Gradevole l’affresco di una giornata di ordinaria creatività a Piazza Navona di Francesco Denti (lavora per Fox tv) col racconto “African Rag”.

Ben costruito e limato con cura “In the mood” di Gianluca Mercadante (scrive su “Pulp” e i lettori lamettiani lo conoscono bene per averlo letto nel memorabile primo numero della Lama in versione cartacea).

Di indubbio spessore “Black, brown and beige” del succitato Guido Michelone, docente di civiltà musicale afroamericana alla Cattolica di Milano.

Francamente deludente, invece, il breve ”John Zorn a Pero sud” di Aldo Nove.

Dopo il “vernissage” di Mantova, il libro è stato presentato a Vercelli, Biella, Torino, Novara e Milano, sempre con la formula del reading-concerto.

Da segnalare che i proventi del volume, inserito nella neo-collana “I libri di Alice.it” della casa editrice milanese “Lampi di Stampa”, saranno interamente devoluti alla nobile causa di Emergency.

Ed ora una sorpresa per i nostri aficionados:

pubblico di seguito un brano del racconto che ho avuto l’onore di pubblicare per l’occasione, per invogliarvi all’acquisto della prestigiosa pubblicazione-evento. La novella de quo si intitola “Clarissa Jazz band”, sulle note di “Careless Love blues” del mitico Bessie Smith…

Clarissa era nata per sbucciare piselli e soprattutto fare bocchini: su questo eravamo tutti d’accordo. Si poteva litigare per mille cose, ma quando si toccava quel tasto, nessuno osava mettere in discussione il talento di una femmina che sembrava venuta sulla Terra per succhiare cappelle e far saettare lo sperma dai coglioni di chiunque le capitasse a tiro di lingua. Lei, poi, non si faceva troppe domande sul perché le donne abbiano tutte lo stesso destino nei secoli dei secoli: nascere troie e morire puttane, dopo essersi strafogate di cazzi per una vita intera. E poi, per dirla tutta, era la stella della nostra Jazz Band: come potrei parlarne male? in fondo ci avevamo fatto i soldi, con le leccatone di colei che aveva dato un senso ai nostri sforzi di convogliare un pubblico pagante nei localacci dove andavamo ad esibirci nel dopo-lavoro.

Non era davvero male, la nostra combriccola: alla tromba c’era Alberto “Sbrock” Maranzana, al trombone Marione “Ciclone” Pestalozzi, al banjo Marco “Banana” Martinengo e al clarinetto Ubaldo “Sciancato” Tartaglione. Io, Guido “Tzigano” Pistacchi, ero il cantante. Non eravamo certo al livello di mostri sacri come Lionel Hampton, Lee Konitz, Toots Thielemans, Freddy Hubbard, Sonny Rollins, Joe Newman, Art Farner o Chet Baker. Ma avevamo qualcosa che nemmeno loro potevano offrire: la gola infuocata di Clara, la mitica Clarissa di cui sopra, che si occupava dei cazzi degli spettatori. Non nel senso che si faceva gli affari degli altri, ma proprio nel senso letterale della frase: spompinava a dovere chiunque si fosse preso la briga di pagare il biglietto d’ingresso.

Alle prime esibizioni, la gente non credeva ai propri occhi, ma la voce si sparse per la città in un baleno ed ogni serata era un successone assicurato. Di colpo il mio cellulare non smetteva più di trillare: ci volevano tutti e avevo l’agenda zeppa di date. Il nostro nome divenne “Clarissa Jazz Band”: ogni locale della regione ci reclamava, la Stampa chiedeva interviste e pubblicava fotografie corredate da trionfalistiche didascalie: tutto merito della nostra virtuosa slinguazzona!

Pomponi di Clarissa a parte, il nostro repertorio era di tutto rispetto: suonavamo roba presa da CD tipo “Know what I mean” di Julian Cannonball Adderley, “Blue train” di John Coltrane, “Nepenthe” di Eddie Daniels, “Nefertiti” di Miles Davis, “Our man in Paris” di Dexter Gordon, “Mingus at Antibes” di Charles Mingus, “No limit” di Art Pepper e “Roots of acid Jazz” di Jimmy Smith. Roba very tosta, insomma: il pubblico gradiva e ci batteva le mani di gusto, invocando il bis, il tris e pure il poker.

La musica continuava ad essere la nostra droga, ma quella Superfica era diventata il nostro asso nella manica, da calare sul tavolo nel momento del bisogno, cioè sempre, dati i lavori precari – rigorosamente a tempo determinato – che il gruppo si sobbarcava per mettere un piatto di maccheroni sul tavolo ogni giorno.

Che pompini, faceva… roba da ridare la vista ai ciechi. Pompini a tempo di Jazz, ovviamente, seguendo il ritmo della musicaccia che colava dagli strumentelli che masturbavamo ispiratissimi, nelle sale fumose.

Quattro morti di fame pronti a tutto per sbarcare il lunario, più una Venere senza un tetto (ma con due tette, e che tette!) dove rifugiarsi per passare la notte alla meno peggio: questo eravamo o poco più. E sapevamo anche che la pacchia sarebbe finita, prima o poi. Ma ogni volta ci divertivamo da matti; e questo ci teneva insieme, ché sapevamo bene d’essere dei falliti, spazzati via dalle infami regole di una pseudosocietà progettata a tavolino per condurre innanzi solo i figli di papà. O i figli di puttana, al massimo. La cosa più divertente, della mitica sbocchinatrice, era che sembrava convinta d’essere un’artista. Di esibirsi, insomma, come se fosse un’attrice o una cantante, mentre era una porno star. Il fatto è che non era il massimo dell’intelligenza. Non che fosse una ritardata; diciamo che era un po’ suonata, ecco: sempre piena di vino, alcool e droghette di tutti i colori scroccate qua e là…

Una sera, in particolare, s’era davvero superata. Eravamo al “New Orleans Papillon” di Bagnaia di Vacca, in provincia di Culeo. Mentre suonavamo, passò di sedia in sedia tra la platea, sbocchinando tutti in allegria. Giovani o vecchi che incontrasse sulla sua strada, oggi cazzo en plein air era un pompino garantito, con tanto di schizzatona risucchiata in fondo alla gola. Era proprio in forma smagliante…

(continua…)

Autori vari, Jam session – Storie di Jazz, Lampi di Stampa, pagg. 301, Euro 11,00
A cura di Guido Michelone e Francesca Tini Brunozzi

La copertina ha un’immagine tratta dalla serie pittorica “Jazz Men” dell'artista Giancarlo Cazzaniga

[per Lamette.it - Fernando “Uragano Tzigano” Bassoli, 17 maggio 2004]



in tutte le Feltrinelli d’Italia

www.lampidistampa.it in collaborazione con Alice.it

 
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