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Recensioni Tuesday 22 June 2004:
Elvezio Sciallis - Il dio nell'alcova (Il Foglio, 2004)

Secondo i prefatori Luigi Boccia e Nicola Lombardi, l’Orrore e l’Arcano abitano in Italia da sempre. Sono, per la precisione, i fondamenti di un’antica tradizione che sopravvive dietro la superficie dell’immagine solare della nostra penisola, tra i boschi e le campagne. Un’antica tradizione che respira nell’ombra della nostra cultura mediterranea, lì dove la storia degli uomini s’incrocia da sempre con i culti pagani, con le credenze antiche, con le vecchie “fole”.

L’Italia è un paese di storie dimenticate e di scrittori che hanno perduto per strada l’arte di raccontare, ormai da molte generazioni. E se la colpa del genere “noir” è stata forse quella di non poter vantare i cosiddetti “padri fondatori” (i vari Poe, Bradbury, Matheson), la colpa principale dei singoli autori italiani è stata non avere studiato a fondo i problemi narratologici legati a certe particolari trame, cercando nelle sole opere americane la lezione che, paradossalmente, molti maestri d’oltreoceano hanno recepito proprio dal nostro Paese: uno spunto di partenza per descrivere l’Orrore e l’Arcano, per parlare delle nostre ancestrali paure, del sangue, del buio, della magia più o meno nera, del mistero.

Elvezio Sciallis, continuano i prefatori, può invece essere stimato un autore che riesce a confezionare storie davvero personali, sentite, vissute. Racconta di situazioni in cui la più impietosa introspezione danza con l’analisi amara e disincantata della società in cui ci troviamo (è il caso di dirlo) ad operare, pieni di frustrazione e di angoscia per la mancanza di senso che caratterizza il nostro sciocco prodigarci, nell’impossibilità soverchiante di comprendere una realtà che va superando la fantasia.

Le filosofie orientali ci dicono che stiamo attraversando un periodaccio che si chiama “Kalì Yuga”. Non ne usciremo vivi, poiché durerà ancora alcune migliaia di anni e sarà caratterizzato dalle ingiustizie, dalla confusione imperante e dalla mancanza di moralità che ognuno di noi sperimenta ogni qual volta mette piede fuori di casa.

L’arazzo che ne scaturisce, tornando al caso del nostro Sciallis, è inevitabilmente avvilente, ma anche affascinante, perché la moderna psichiatria parlerà pure di “piacere paradossale” per indicare l’interesse per certe tematiche vagamente horror, ma quel che resta certo è che il genere piace e fa proseliti in tutto il mondo per un motivo “tecnico” molto preciso: la scrittura narrativa offre a tutti una grande possibilità, che è quella di lavorare sulla cosiddetta “sospensione dell’incredulità”. In letteratura, specie se di genere, tutto è possibile: gli asini possono volare e le piante parlare o stritolarci in una morsa mortale.

Elvezio Sciallis queste cose le sa e bisogna proprio dire che si vede. Ma il vero motore di ogni azione o pensiero è un certo malessere esistenziale, uno spleen che rende ogni cosa decadente ed ogni vita destinata alla decomposizione, una voluptas dolendi che lascia intravedere quella Volontà di morte freudiana che, oggi più che mai, sembra guidare certi comportamenti, a causa delle note tensioni socio-economiche che rappresentano l’autentica scintilla dei conflitti bellici tragicamente deflagrati sotto i nostri occhi inermi e sconcertati.

“Il disfacimento è in atto, tutt’intorno a noi – scrive l’affiatato duo Boccia-Lombardi -; e sempre nuovi, ineludibili fantasmi prendono forme e corpi dalle angosce che scivolano come un ordito nero sulla trama delle nostre esistenze. Eccellenti, intensi, gli affreschi macabri dispiegati per il lettore sullo sfondo di una terra, quella ligure, che l’autore conosce e certamente ama, pur nell’evidente volontà di distruzione e smantellamento intesi come estreme accezioni dell’amore”.

Interessanti, da un punto di vista squisitamente linguistico, i dialoghi in vernacolo che affiorano da “Un gioco d’ombre”, ma è forse l’atmosfera più che mai allucinata e allucinante realizzata ne “Il dio nell’alcova”, novella che apre il volume e gli dà il titolo, l’opera che colpisce al cuore il lettore, anche perché ispirata da una vicenda in parte realmente accaduta.

La poetica dell’autore è popolata di ombre evanescenti e terribili al contempo, ombre che vomitano malvagità, follia, desiderio di vendetta ed inquietudini dure da digerire. La vita degli errabondi protagonisti è inutile e sporca per loro stessa scelta, effimera, bruciata e gettata tra i rifiuti da una bramosia di conoscenza del mistero che è solo implicita dedizione all’autoannullamento sistematico del proprio corpo.

“Il dio nell’alcova” è stato scritto con pazienza, nell’arco di tre anni, contemporaneamente ai racconti della prima raccolta (“La macchina delle ossa”). Il fil rouge sostanziale che tiene insieme i singoli episodi è rappresentato, per ammissione dello stesso Sciallis, dalla musica (“Difficilmente riesco a scrivere senza un’adeguata colonna sonora, e spesso il titolo del singolo racconto è parziale tributo all’artista che ho ascoltato più di frequente durante la stesura dello stesso”).

L’orrenda maschera di legno appesa ad uno dei muretti a secco che caratterizzano taluni angoli della Liguria, alla base della genesi de “Il dio nell’alcova” è forse una metafora della condizione umana? Direi di sì: non per nulla essa scompare all’improvviso, senza lasciare traccia, se non nel ricordo di qualcuno, esattamente come accade ad ognuno di noi. L’interpretazione del testo sarebbe chiusa qui, ma desidero concludere con una brillante dichiarazione di Sciallis: “Il licantropo, il vampiro, la mummia vengono derisi, diventano eterei se illuminati col neon delle metropoli, scompaiono nel dedalo di Internet, coprendosi di polvere, ormai incapaci di spaventare, licenziati dopo anni di onorevole servizio”.

Quali saranno le nuove paure dello sconvolgente futuro che ci attende in questa valle di lacrime (= mondo di merda?). Lo scopriremo tutti insieme, marcando stretto autori diabolicamente luminosi, pur nella loro torpida abitudine all’oscurità, come Elvezio Sciallis.

Elvezio Sciallis, Il Dio nell’alcova, Edizioni Il Foglio, pagg. 80, Euro 6,00

[Fernando “Uragano Tzigano” Bassoli, per Lamette.it]



www.ilfoglioletterario.it
email: lupi@infol.it oppure ilfoglio@infol.it

 
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