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Recensioni: Colonna Infame SH – Dalla nostra parte Lp (Oi! Strike, 2013) (1)
Recensioni: Bufalo Kill – Be be bleah! cd (Yorpikus Sound, 2013)
Recensioni: Stigmathe – Fronte di nervi Lp (SOA Records, 2012)
Recensioni: Raise Your Pitch – Tutti Appesi demo-cd (Autoprodotto, 2012)
Recensioni: Trade Unions – Acciaio salmastro e sudore cd (Still Standing Army, Red Sound 21, Bukowski Productions, Cardio Studios, 2011) (1)
Recensioni: Whiskey Füneral - Whiskey Füneral cd (Full Speed Ahead Records, Tornado Ride Records, 2012) (1)
Articoli: Kalashnikov – La città dell’ultima paura 12” picture (D.I.Y., 2013)
Recensioni: Golden Shower – The strange case of the Alaskan dragon breath cd (Area Pirata, 2013)
Interviste: Klaxon
Recensioni: Because The Bean – Indifferenza nera 7’’ (Bertani Dischi e Salami, United We stand, FFC Productions…, 2012)

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  Commenti
Re: Gli Ultimi/Plakkaggio HC split 7’’ (Hellnation, 2013) di: annlike
Re: Whiskey Füneral - Whiskey Füneral cd (Full Speed Ahead Records, Tornado Ride Records, 2012) di: annlike
Cool di: sosoabram
cool di: sosoabram
Re: Luigi Bonanni (Centocelle City Rockers, Garçon Fatal) di: rightjobspk11
Re: Gola profonda (Deep throat, USA, 1972, col.) di Jerry Gerard (Gerard Damiano) di: rightjobspk11
Re: G. G. Allin (1956/1993) di: rightjobspk11
Re: Trade Unions – Acciaio salmastro e sudore cd (Still Standing Army, Red Sound 21, Bukowski Productions, Cardio Studios, 2011) di: rightjobspk11

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Argomento: Tutte le news

Recensioni: The Pale Flowers - The Pale Flowers cd (Autoprodotto, 2013)

Loro "non aspirano alla popolarità, non si proclamano artisti, non creano musica né tantomeno arte, non creano melodie sofisticate e nemmeno ci provano, non vogliono apparire originali e non vogliono nemmeno imparare a suonare i propri strumenti", e probabilmente, aggiungerei io, non tengono nemmeno particolarmente a piacere. Sto parlando – citando uno stralcio della loro presentazione online – dei Pale Flowers, al debutto con questo omonimo registrato in tre giorni sotto la supervisione di Ferdinando Farro dei Maybe I'm, in quel di Serradarce, in provincia di Salerno.

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Recensioni: Sonic Daze - First coming cd (Autoprodotto, 2013)

Lo splendido artwork del cartoonist Shawn Dickinson è solo il preludio a uno degli ascolti più succulenti degli ultimi mesi: i Sonic Daze di Massimiliano Demata splendono infatti di luce acida, distinguendosi nel panorama dell'ennesimo revival garage rock. Senza concedere nulla a leziose istanze beat che spesso e volentieri infestano la categoria, First Coming, prima autoproduzione del gruppo di Bari, rivendica con fierezza le origini totalmente analogiche – only tapes were used, no computers, recita la didascalia del booklet – e scava a piene mani tra i cari resti del garage punk, incarognendosi come i cani che si rotolano nel putridume.

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Recensioni: Made – Is it different cd (Area Pirata, 2012)

Attivi fin dalla seconda metà degli anni novanta e inizialmente orbitanti in prossimità del raggio d'azione dei “padrini” Statuto, di cui sono diventati quasi immediatamente support band, i Made di La Spezia sono – allo stato attuale – una delle più longeve mod band della penisola tra quelle ancora in attività, anche se questo nuovo Is it different – che fa seguito al già recensito “They don't understand” e che è senz'ombra di dubbio da considerarsi un lavoro della maturità nel contesto di una discografia ricca ma frammentaria – più che premere sull'acceleratore alla ricerca di funambolismi rock alla Who/Jam, si colloca in una dimensione a cavallo tra il beat degli anni '60 e la psichedelia britannica, distillando atmosfere trasognate e nostalgiche.

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Recensioni: Hangover – Break the cage demo-cd (Autoprodotto, 2013)

Una delle cose più belle della mia attività di giornalista musicale autonomo è la possibilità non perdere mai realmente di vista i miei amici. È il caso del grande Marco Morelli, già cantante degli storici Prisoners, i Portonaccio punk-rockers che tanti concerti hanno condiviso con Gioventù Bruciata e Blood '77: ci rivediamo dopo un'involontaria latitanza reciproca, ce ne andiamo al bar e viene subito fuori che ha un nuovo progetto con un nuovo trio denominato Hangover; tempo pochi mesi, ed ecco che il demo contenente i primi cinque pezzi del combo arriva regolarmente nella mia cassetta della posta, insieme con la piacevole sensazione che ci sono cose che davvero non cambieranno mai.

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Recensioni: Attitudine – La nuova alba cd (Skins Rules Records, Pull The Trigger Records, Archivio Records, 2014)

Riapro con nostalgico piacere l'X-file degli Attitudine, e vi dirò che secondo me questa band apolitica e scorretta dalla vita breve e travagliata – formatasi a Bologna sul finire della prima metà dello scorso decennio e giunta al capolinea dopo una breve ma intensa attività live in quadrilatero con Bergamo, Mantova e Monza – ha sollevato a suo tempo il polverone tipico dei grandi potenziali mai del tutto espressi. Opinione certamente condivisa da alcune etichette del milanese che fanno capo a dei vecchi amici che possiamo tranquillamente circoscrivere nell'insieme dei veterani ultratrentenni dell'Oi! italico. Il risultato è che questi poco rispettabili signori hanno deciso di dare alle stampe – postuma e quasi in contumacia – l'unica testimonianza sonora registrata professionalmente dal combo.

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Recensioni: The Female Troubles – fifteen minutes of shame mcd (Nice Guys Are Gay, 2013)

Dal quarto d'ora di celebrità warholiano ai quindici minuti di “scuorno” promossi dall'ormai storico terzetto partenopeo, autogeneratosi a suo tempo dalle spore degli Sbirros ed ora nuovamente alla ribalta sui nostri lamettiani teleschermi. Il titolo incredibilmente azzeccato di questo EP ne esplica perfettamente il contenuto, che è sintetizzabile più o meno così: “Avete uno sputo temporale per dire tutto quello che volete dire” e “Ok, lo devolviamo tutto in punk-rock deragliante e anfetaminico che ricordi i tempi di Saints, Radio Birdman e Stiff Little Fingers, e prima che possiate dire A vi sarete già beccati quattro refrain nel culo. Tornate domani per la B”.

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Recensioni: Cayman The Animal – Aquafelix 10’’+cd (Sonatine Produzioni, Annoying Records, Mother Ship, 2013)

Quando si parla di Caimano si pensa immediatamente alla coltelleria, o all’omonimo arcipelago dove ti mandano al confino quando vinci una malaugurata trasmissione a premi: ma potrebbe ricondurre anche a un film di Nanni Moretti, o a un lottatore mascherato che vi invento qui per l’occasione. Nessuno, insomma – per farla breve – si sognerebbe mai di pensare a un gruppo punk di Perugia. E questa è una grande fregatura, perché intanto i nostri avventurosi eroi (già Ouzo, già Ingegno) sono arrivati di soppiatto al secondo capitolo della loro appariscente discografia (il primo, “Too fast to die young”, è passato su questi schermi nel 2011). Illustrato dal grande Ratigher, artworkista ufficiale della bénd, e comprensivo di box cartonato con maniglia dell’amore, toppetta e cd gemello per chi – peste lo colga – non avesse un piatto nel proprio hi-fi e dunque avesse un juxe-box giapponese al posto dello stesso, Aquafelix è un vinile 10’’ che non potrete fare a meno di notare. Ma il contenuto?

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Recensioni: Aut Aut – Musica di periferia Lp+cd (Hellnation, Armagiedon Times, 2013)

Il nome degli Aut Aut – indissolubilmente legato alla prima metà degli anni novanta e al circuito delle occupazioni e degli studentati in subbuglio – potrebbe non dirvi niente se non avete più di trent’anni, ma Hellnation e Armagideon Times sono qui per questo: promuovere un viaggio a ritroso in edizione deluxe, fino al passato (ormai non troppo) prossimo del combat rock capitolino.
Prodotto originariamente nel 1994 dalla Gridalo Forte Records – più nota per essere stata a suo tempo la scuderia di Banda Bassotti e Klaxon, nonché la principale e più organizzata intercapedine ska che lo stivale ricordi – Musica di periferia è insieme il corpus discografico e il canto del cigno del quartetto, attivo dal 1989 al 1995. L’edizione vinilica, ormai introvabile da anni, viene qui riproposta in una versione completamente rimasterizzata e corredata di alter-ego in cd e poster apribile con booklet e testi in seconda e terza.

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Recensioni: Dead End Street – Dead End Street 7’’ (Hellnation, Aggrobeat, 2013)

Sono diversi giorni che faccio girare questo microsolco avanti e indietro, anche se di solito per dire quello che ho da dire un ascolto mi basta, e più spesso attacco a scrivere mentre il disco sta ancora frullando sul piatto. La questione è semplice: sulle prime temevo di perdermi qualcosa per strada, poi in seconda battuta mi sono reso conto che mi piace, in terza che mi piace molto, e infine che può rimanere lì per un mese almeno. Dead End Street è un sette pollici che va dritto al sodo, e certamente Damiano Costantini non smentisce il suo trademark inossidabile nel tempo: uomo dalle mille band, in quindici anni che lo conosco ha suonato con quasi tutti i gruppi hardcore/streetpunk capitolini che contano (Bierkampf, Colonna Infame, Strength Approach, Payback, saltuariamente devo averlo visto anche con i DUAP) ed è stato contemporaneamente albero motore di un numero non quantificabile di concerti, compilazioni, etichette, tour, gemellaggi, enodegustazioni, rapine al treno. Trasferendolo fisicamente in Toscana il prodotto non cambia: Damiano ti raccoglie un manipolo di fiancheggiatori provenienti da vari altri circuiti più o meno iperattivi – quello fiorentino in primis – e nel giro di un anno e mezzo ha un nuovo gruppo con un nuovo disco che ha infilato una nuova serie di concertoni. Non contento, scrive anche i testi e rileva le linee vocali. Do not try this at home, verrebbe da dire ai dannati giovani del pubblico.

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Recensioni: Gli Ultimi/Plakkaggio HC split 7’’ (Hellnation, 2013)

L’ho già detto la volta scorsa, ma lo ripeto perché ci sta: Gli Ultimi saranno i primi. In ordine di ascolto, naturalmente, visto che sono sul lato A di questo double face – 300 copie su vinile nero, 20 su vinile arancione – che è in qualche modo un testa a testa tra le due facce streetpunk della provincia di Roma. Fuori in questi giorni, ma io come al solito cavalco l’onda dell’anteprima, visto che la presentazione ufficiale è programmata per il prossimo 11 ottobre.
Degli Ultimi posso dirvi immediatamente che, ora che li ascolto valorizzati da una registrazione ad hoc, apprezzo sempre di più il loro piglio melodico di trademark, centrato soprattutto nei soletti e nei refrain. Un pezzo come “Mentalità” mi ricorda moltissimo, inequivocabilmente, i Klaxon anni ’90 di “100celle City Rockers” (che è comunque un bel ricordare), mentre “Granito” mi suona veramente come un qualcosa di nuovo, o quantomeno una rielaborazione intelligente di sonorità e testi classici del genere, per cui faccio i miei migliori complimenti a questo combo che adesso ha esperienza da vendere. E via che si rigira il disco.

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Recensioni: Woody Cunts – Motherfuckers mcd (Skinhead Sound, Tuscia Clan, Dick Head Records…, 2013)

Campania Oi! strikes back, con il ritorno su dischetto degli amici Woody Cunts.
Le Fighe de Legn – in questa incarnazione rappresentate da Gibbino Copertone, Sid, Frankie The Dog e l’inossidabile Mamo – tirano fuori ancora 5 pezzi che si sommano ai 7 del cd “Fuori dal branco” con cui avevano esordito un tre annetti fa: l’impressione è che senza chiamarsi fuori dallo streetpunk essenziale e militante che li contraddistingue, i quattro dell’Avemmaria riflettano su se stessi mettendo avanti delle canzoni più introspettive, a cavallo tra rabbia, impotenza e voglia di cambiare. Io credo che vogliano rappresentare alla loro personalissima maniera lo stato di crisi che affligge l’Italia ultima, e che anni fa serpeggiava comunque sottopelle. E così gli viene da dire “Voglio cominciare sì / a capire i veri problemi / crescere e vedere / cos’è la vita reale”, che a ben guardare è un messaggio apparentemente poco punk, ma cazzo se è utile trasmetterlo.

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Recensioni: FUN – Come vOi! cd (Anfibio Records, 2013)

A 100celle si spara ancora?
Direi di sì, considerando il ritorno dei FUN come una P38 ripulita, lucidata e rimontata, un po’ alla maniera di “Dillinger è morto”. La mia personale esperienza di vita mi ha insegnato come nulla sia da escludere mai in via definitiva, perché il caso determina corsi e ricorsi, allontanamenti e ritorni di fiamma secondo una logica il più delle volte imponderabile e pressoché totalmente imprevedibile: ed ecco che un bel dì – tanto per dirne una e a seconda dell’angolazione da cui ne guardate l’alba – in quel di Roma si creano le condizioni perché Sergio si ritrovi con i suoi vecchi compari in un pub e decida di rimettere in piedi quella che è stata indiscutibilmente una delle più importanti e indimenticate Oi! band italiane degli anni ottanta. Dei FUN si è parlato e favoleggiato molto in questi anni, in larga parte grazie ai tributi resi da Klaxon, Nabat, Gozzilla e diverse altre realtà streetpunk nostrane della prima e della seconda generazione, ma in fin dei conti – escludendo qualche demo di qualità povera rimasto nelle mani degli appassionati tra gli appassionati e la partecipazione a qualche storica compilation (su tutte, “Quelli che urlano ancora!” della CAS Records, con il classico “Come voi”) – il materiale studio del combo di Centocelle è sempre rimasto scarso e latitante. Fino a questo momento.

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Recensioni: The Bone Machine – Giù nel mio Inferno cd (Billy’s Bones Records, 2013)

Negli anni ho tirato fuori più scuse di un’adultera, ma voi sapete perfettamente che questa è la mia webzine e che come tale è uno spazio franco dove faccio un po’ come cazzo mi pare, all’anarchica maniera. Così torno alla carica con il nuovo The Bone Machine, già pronto in tavola durante questa torrida estate, disponibile in anteprima su Bandcamp (dove si può anche acquistare in versione mp3 per 7 miseri euri), e alfine impiattato egregiamente con uno dei migliori artwork in scratchboard colorato che Rocco Lombardi abbia mai sfornato in tutta la sua carriera: e ve lo dice uno che ha li visti tutti, ma proprio tutti, in originale cartaceo.
Giù nel mio Inferno – per quanto ne so da informazioni apprese sul campo (di battaglia) – è un disco che ha conosciuto una lunga gestazione, e che volontariamente o involontariamente segna un po’ un ritorno alle classiche sonorità psychobilly della Banda dopo le incursioni mediterranee del precedente “Sottoterra”. 12 pezzi 12, per una scaletta in cui i buoni cugini si dilettano in una pratica che stavolta mi sembra tutt’altro che accidentale: la concezione di hit.

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Recensioni: Marco Corona – La seconda volta che ho visto Roma (Rizzoli Lizard, 2013)

Detesto farmi passare per l’esperto che non sono, ma da umile addetto ai lavori – una patente che sì, per i più posso effettivamente esibire – io comincerei col collocare Corona nella top five degli autori italiani di fumetto degli ultimi vent’anni. E non credo di fare torto a nessuno o di dare un giudizio di parte perché quello è effettivamente il suo posto, se l’è guadagnato. Sfornando più di un classico (troppo facile ricordare la sua Frida Kahlo e il “Bestiario padano”) e lavorando, lavorando, lavorando da stakanovista. Perennemente affamato di segno e probabilmente incapace di soffermarsi su uno standard per (contro)necessità biologica, negli anni Corona è andato alla ricerca di un’essenzialità che lo ha reso in progressione “sofisticato e zozzo”, come diceva di sé Victor Cavallo. E così la sua via crucis approda con naturalezza e forse senza radicali sconvolgimenti a questa graphic novel coloratissima e (quasi) macchiaiola, che parte con un giro di autostop nei lontani novanta e si imparenta rapidamente col Fellini di “Roma”, ma soprattutto de “La dolce vita” (peraltro ripresa in chiave picaresco/autobiografica citando e parodiando la celeberrima Anita Ekberg a mollo nella fontana di Trevi sotto gli occhi di Marcello).
Come nel caso di Fellini, comunque, Roma non è Roma: è la Città Eterna vista con gli occhi di uno straniero, quindi da una prospettiva viziata da un natur(al)ismo precedente. E che nondimeno però – complice l’idea che non serva a un cazzo la mimesi – risulta impeccabile nell’intensità del frullato scenografico/storico/socio-politico che abbraccia le avventure del papero Corona fino al sodalizio con Giovanna e alla nascita della loro bambina. Per non tacere del flashback finale che vi svelerà in una sorta di reprise – chi lo sa – magari la chiusura del cerchio?

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Recensioni: Rudere – Il nostro destino mcd (Skins Rules Records, Pull The Trigger Records, New Breed Bootboys, 2013)

Tandem per le etichette nostrane Skins Rules Records e Pull The Trigger Records, dietro le quali si celano come burattinai occulti, tanto perché lo sappiate, due ben noti protagonisti dell’Oi! italiano anni novanta attualmente trapiantati nel milanese: la missione, in coalizione con New Breed Bootboys di Lugano, è coprodurre Il nostro destino, esordio dei Rudere. Una band molisana che suppongo appartenere alla giovane generazione di streetpunk-rockers e skinheads che sta raccogliendo piuttosto bene il testimone, come ho avuto modo di vedere recentemente di persona in quel di Vetralla, tanto per nominare un’area geografica “calda” in questo senso.

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Recensioni: The Morlocks – Submerged alive cd (Area Pirata, 2013)

Band controversa, disco controverso. Stampato una sola volta nel 1987, Submerged alive è stato – a quanto sembra – la prima produzione in catalogo della Epitaph, qualche anno prima che quest’ultima finisse in cima all’Olimpo delle etichette indipendenti americane: né più né meno che un bootleg di alta qualità, considerata l’epoca, che Brett Gurewitz ricavò da una ripresa live di un concerto che i venefici Morlocks – capitanati come sempre dal frontman nippo-americano Leighton Koizumi – avevano tenuto l’anno precedente al Berkley Square di San Francisco, un piccolo club che poteva contenere non più di 200 persone. Gli unici overdub del disco, in effetti, riguardano la sovrapposizione dell’audio, comunque originale, del pubblico. Il resto è garage rock del migliore, chiara e premiata marca Stooges con un occhio strizzato a classici come Eddie Holland.

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Recensioni: Amelie Tritesse/Tre Tigri Contro split 7” (Autoprodotto, 2013)

Mi piace pensare che il baffone in copertina sia Lester Bangs. Sarebbe coerente con lo spirito con cui queste due band dell’area di Teramo mettono insieme uno split 7” in occasione della sesta edizione del Record Store Day: 300 copie, di cui 100 in vinile colorato rosso, giallo o verde, a scelta.

Gli Amelie Tritesse, già visti di recente su questi schermi e già autori dell’audiolibro “Cazzo ne sapete voi del rock and roll”, sono sostanzialmente uno spoken word di Manuel Graziani – eminente penna di “Rumore” ma anche e soprattutto scrittore e narratore – su base rock: un read’n’rocking, come amano definirsi loro. Questo nuovo brano, “L’agnello di dio”, è dunque anche un nuovo spaccato autobiografico di vita quotidiana, intriso di uno humour debordante e (neanche tanto sottilmente) anticlericale, a dare vita a una serie di personaggi involontariamente ai reciproci antipodi.

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Recensioni: Colonna Infame SH – Dalla nostra parte Lp (Oi! Strike, 2013)

Li ho visti suonare per la prima volta sul finire degli anni ’90, in un posto della Roma di allora che si chiamava Kaos Pub e che per quanto ricordi effettivamente poteva essere ubicato anche a casa del diavolo, però sono quasi certo che aveva una saletta sotterranea e piuttosto claustrofobica con palco annesso e che si entrava facendo la tessera all’ingresso: la stessa sera c’erano anche i Bier Kampf, altra vecchia gloria Oi! capitolina, nonché i DUAP, in cui già mi ero imbattuto un po’ di tempo prima al Villaggio Globale, rimanendone veramente colpito. Di quell’altro concerto invece ricordo loro (epoca “Gente di strada”), i Totally Pissed e i Vegetebol, forse, ma potrei anche mischiare le carte. Tutto questo lungo excursus per dire che negli anni dei Colonna Infame a Roma bolliva veramente qualcosa in pentola per quanto riguarda lo streetpunk: una nuova maniera di suonarlo e forse di concepirlo, innanzitutto. In continuità con gli anni 80 di Nabat, Rough, BASTA e compagnia bella, d’accordo, ma anche musicalmente più veloce, più contaminato, più “core”, anche se con pari urgenza di messaggio, che era in genere diretto e ben poco politically correct. Niente a che vedere, insomma, con la patriarcale tirata Oi! di chi non ha niente da dire: quella è arrivata dopo, probabilmente interpretando male dischi come l’omonimo (fondamentale) dei Colonna Infame, che uscì nel ’97 per Banda Bonnot e che qui ritrovate paro paro, insieme alle tracce registrate poi nel 2000 dal rinnovato quartetto, con Damiano e Duccio a dare man forte ai “superstiti” Petralia e Maurello.

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Recensioni: Bufalo Kill – Be be bleah! cd (Yorpikus Sound, 2013)

Mi sembra ovvio che qui stiamo giocando in casa: artwork (prima e quarta + seconda e terza nell’interno) firmato da Rocco Lombardi e totalmente a base di bufali sbronzi, per l’atteso secondo lavoro dei Bufalo Kill, forse da considerarsi il primo ufficiale. Il power trio, originario del Tropico del Garigliano e composto dalle notabili figure di Gianni Vessellas (voce e chitarre), Tony Franzini (batteria e percussioni) e Alfred K Parolino (chitarra, voce, banjo, armonica a bocca), è sostanzialmente un sodalizio a combo di storici veterani appartenenti a quella particolare fascia dell’underground musicale che da vent’anni attraversa il celeberrimo ponte con le mignotte in ambo le direzioni. La loro specialità: trifolare una premiatissima (e ben tosta) miscela hard-blues a cavallo tra il delta del Mississipi e i Black Sabbath, ma con l’attitudine punk del barista ubriaco che ha in mano lo shaker e davanti sessanta diversi tipi di superalcolici intergalattici e dice: “Massì, vai, buttaci dentro pure questo, che quello che non ammazza ingrassa”.

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Recensioni: Stigmathe – Fronte di nervi Lp (SOA Records, 2012)

Una ristampa di cui non solo si sentiva il bisogno, ma che andava decisamente anteposta a molte altre riproposizioni già uscite di materiale dalla golden age del punk italiano anni ottanta. Attivi dal 1982 al 1986 – quindi per tutto l’arco storico della sunnominata – i modenesi Stigmathe, capitanati dall’eclettico Fabrizio Bucciarelli (praticamente ideatore e detentore del concept di base), sono stati senz’ombra di dubbio una delle formazioni più importanti o comunque interessanti tra le cento o centoventi a scuotere i palchi nazionali negli anni ruggenti. I motivi per cui stravedo per loro – e ho sempre caldeggiato questa missione, compiuta finalmente da Paolo Petralia su SOA – sono sostanzialmente due: 1) sono stati i primi nel circuito a mescolare, con ottimi risultati, punk-rock, hardcore apocalittico alla Discharge e vistose intuizioni reggae/dub; 2) hanno scritto e inciso “Italia brucia”, una delle più belle canzoni del punk italiano di tutti i tempi, oltre che un tornasole totale dell’aria (di piombo) che si respirava all’epoca.

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Sunday 24 September 2017


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